Bruno Leoni. Per un liberalismo integrale

Giuseppe Portonera

Sono trascorsi poco più di cinquant’anni dalla tragica morte di Bruno Leoni. Per quanto triste, quest’appuntamento è servito come occasione per fare il punto della situazione su quella che è stata, giustamente, definita la “Leoni Renaissance”, la riscoperta, cioè, del pensiero e delle lungimiranti intuizioni del pensatore liberale. Questi, uomo dal genio eclettico, si è misurato in diversi campi del sapere – dal diritto alla scienza politica, passando per la teoria e la prassi economica – sempre con la medesima chiave interpretativa: quella propria di un liberalismo coerente e individualista, e pertanto “integrale”. Proprio questo sfondo culturale fa da titolo a un recente volume pubblicato da Rubbettino, una raccolta degli atti di due convegni internazionali organizzati da Roberta Adelaide Modugno e Diana Thermes (che sono anche le curatrici del libro in recensione). L’opera è organizzata in cinque sezioni. La prima di queste presenta una panoramica dei principali contributi che Leoni ha offerto nelle discipline giuridiche, politologiche e storico-politiche (di particolare interesse il saggio di Teresa Serra sulle radici della filosofia del diritto leoniana e sulle vicinanze e distanze che questa aveva rispetto ad altre visioni analogamente orientate alla valorizzazione dell’esperienza giuridica fondata sull’esperienza umana, quali quelle di Cammarata e Capograssi). Le sezioni centrali si occupano, invece, più nel dettaglio, del Leoni studioso del diritto, della politica e dell’economia. Così Frank van Dun mette in luce la naturale gemmazione della concezione “evolutiva” del diritto propria di Leoni (per cui gli individui “creano” norme nella misura in cui formulano e scambiano pretese “vincenti”) dall’individualismo metodologico della Scuola Austriaca, al contempo affrontando le criticità del rapporto tra questa idea e quel patrimonio concettuale di inviolabili diritti dell’individuo noto come diritto “naturale”. Tommaso Edoardo Frosini scrive invece del “costituzionalismo” quale “tecnica di libertà”, che Leoni derivava da una profonda conoscenza del mondo giuridico inglese e dalla convinzione che il sistema di common law fosse in grado di organizzare e sostenere più efficacemente lo sviluppo delle istituzioni sociali ed economiche “libere” (si pensi, a tal proposito, ai risultati degli studi empirici svolti dalla scuola di Law and Finance). Infine, l’ultima sezione del testo è dedicata ai “confronti e lasciti”: imprescindibile il saggio di Marco Bassani su Leoni critico del marxismo e autore di una potente difesa dell’impossibilità del calcolo economico in un regime socialista, già anticipata da Mises; preziosa l’analisi che Tom G. Palmer fa dell’influenza che Leoni ha avuto sugli studi americani di public choice (Buchanan), law and economics (Posner) e libertarian legal theory (Barnett); utili gli scritti di Modugno e Antonio Masala sull’eredità che Leoni ha lasciato al liberalismo italiano e non (di Masala si consiglia anche il peculiare raffronto tra le analisi del potere svolte da Leoni e Foucault). Come ricorda Raimondo Cubeddu, a cui si deve essere grati per il ruolo chiave svolto nel processo di riscoperta di Bruno Leoni, il Nostro – grazie alla ripubblicazione delle sue opere, ai vari studi scientifici a lui dedicati e all’operato dell’Ibl, l’istituto culturale che porta il suo nome – è uscito dall’oblio in cui era stato condannato dal trionfo della “moda delle due K” (kelseniana e keynesiana), per ritornare a essere un pensatore che molto può dirci su ciò che non va nel nostro odierno sistema giuridico, economico e politico. 

 

BRUNO LEONI. PER UN LIBERALISMO INTEGRALE
Roberta Adelaide Modugno e Diana Thermes,
Rubbettino, 438 pp., 24 euro

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