Il bufalo della notte

Andrea Zandomeneghi

Manuel studia architettura a Città del Messico, non beve, non fuma, non si fa le canne. Fa sesso clandestino con Margarita – la sorella di Gregorio – e l’amore con Tania – la fidanzata di Gregorio. Gregorio è il suo migliore amico dai tempi delle elementari; timido e vessato dai compagni finché, qualche anno prima, non aveva avuto un violento cambio di personalità e un insetto non gli si era infilato sotto un’unghia e non “gli aveva attraversato le arterie del corpo e passandoci dentro gliele aveva allargate”, facendogli entusiasticamente arrivare “più sangue al cervello, più ossigeno, più luce” – i prodromi di un crollo psicotico che l’aveva spedito dritto in manicomio. In apertura della vicenda Gregorio s’ammazza sparandosi in testa. “Sta ancora tramando qualcosa, vedrai. […] Non capisci? E’ un modo per farcela pagare! Ci sta schizzando di sangue quel figlio di puttana”, dice Tania a Manuel al telefono e poi scompare. La vendetta dei morti è più subdola di quella dei vivi.

  

“Prima che esseri umani, siamo animali” ha evidenziato Tania con il pennarello azzurro in Musica per cortigiane di Ruvalcaba, per poi chiosare a margine: “E molto prima siamo dèmoni”. L’io narrante – Manuel – sa per certo che è stata lei perché l’appunto è preso “con la sua grafia diseguale” e perché il libro si trova nella stanza 803. Dettagli numerici, rimandi cromatici, frasi sottolineate e grafologia dilettantesca sono gli elementi a cui si affida Arriaga per iniziare, e poi continuare, a imbastardire con un’atmosfera sfacciatamente presaga la paratassi svelta del primo quinto del romanzo: estrema parsimonia nell’uso di avverbi e aggettivi, qualche frase nominale e strumentario ellisiano tutto. Se infatti da principio la prosa pare avere come riferimento culturale – stilistico e immaginativo – il minimalismo americano cinefilo anni Novanta (più che il Bukowski riportato in esergo e nel titolo), man mano che gonfia l’ibridazione di genere (parodia seriosa di un giallo deduttivo) e che l’autorialità s’opacizza, diventa più articolata e standard: generica fino alla sciatteria. Sciatteria che viene perseguita con successo nell’immolazione della parola all’immagine sull’altare smart e accattivante della talentuosa – il testo (riuscito e godibile) è di una fruibilità spaventosa – gestione ritmica e dell’intreccio narrativo. Lo stesso materiale antropico e la medesima ambientazione di detective selvaggi. Dove però in Bolaño l’elemento investigativo è il pretesto per parlare di tutt’altro, in Arriaga tutt’altro è il pretesto per parlare di un’investigazione.

 

IL BUFALO DELLA NOTTE

Guillermo Arriaga

Fazi, 274 pp., 17 euro

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