Manuale d'esilio

Alfredo Galdi

Il Manuale d’esilio di Velibor CČolicć descrive la condizione dell’apolide, affrontandone gli aspetti materiali e spirituali: le trentacinque lezioni riportano tanto i “trucchi” per arrivare a fine giornata quanto l’angoscia e la nostalgia del protagonista. Infatti, la narrazione segue il profugo-protagonista di CČolic non ammassandolo in un nome collettivo (come quelle ondate o flussi ai quali il racconto giornalistico ci ha abituato), ma delineandolo nelle proprie personali aspirazioni. Ciò si deve alla sua natura di autoritratto: il Manuale segue molte delle tappe della biografia di ČColic, il quale nel 1992 disertò dall’esercito bosniaco e trovò, nell’agosto dello stesso anno, rifugio in Francia, dove esordì con Les Bosniaques (I bosniaci, in Italia, edito per i tipi di Giunti nel 1996). Allo stesso modo, l’anonimo protagonista sprofonda dalle trincee della mattanza intestina, che accompagna il riemergere delle nazioni balcaniche, nell’umanità cinica e marginale di Parigi, e poi dell’Europa. Le uniche costanti della vita nell’Hexagone del protagonista sono l’alcol e la letteratura. Perché l’alcol, non sorprende: ha il merito di decorare con occasioni conviviali le giornate tutte uguali degli espatriati. Il velo d’incoscienza che stende sull’indistinto ne fa diventare, di queste giornate, l’unico scopo. La presenza della letteratura è ben più interessante, poiché non è ridotta al ruolo – canonico – di consolazione per un animo erudito. Piuttosto, è il pungolo critico costante, che mantiene l’alter ego di ČColic presso la realtà. In contro movimento rispetto all’alienazione alcolica, l’erudizione e la compagnia dei testi permettono di guardare in maniera impietosa alla propria vita, avvalendosi dei giusti riferimenti per commentarla e distinguerla. Così nasce la volontà artistica di raccontarsi, anch’essa scrutinata dalla severa consapevolezza intellettuale: passerà dai primi tentativi poetici, indigeribili persino per gli altri rifugiati, alla stesura del romanzo che lo emanciperà dalla sua condizione. Nonostante l’accenno iniziale potesse suggerirlo, le donne non figurano fra le costanti del racconto. Le relazioni del Manuale sono tutte fin troppo accidentali, e sono private di forte partecipazione emotiva dal sentimento di eterna non appartenenza del protagonista. Quanto sinora detto dà l’impressione di un racconto pervaso da toni cupi e immagini fosche. E’ prevalentemente così. Tuttavia, è opportuna una rassicurazione: il tragico e il grave sono aspetti di un cinismo che in più parti si sa anche concretizzare, tramite lo sguardo distaccato della letteratura, in sarcasmo e ironia. Le quali, certo, non si può negare, sono pur sempre forme di disincanto.

 

MANUALE D'ESILIO
Velibor Colic
Bompiani, 280 pp., 16 euro

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