lettere al direttore
La cultura del terrore e la Biennale della democrazia. Forza Ucraina
Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa
9 MAG 26

Foto ANSA
Al direttore - Impossibilitato recarmi a Venezia con i foglianti della Brigata Navalny e per visitare il Padiglione ucraino, aderisco idealmente alla battaglia per il dissenso e contro la putinizzazione della Biennale. Stop. E’ paradossale che la bandiera della libertà dell’arte sia abusivamente agitata da un regime che avvelena o sbatte in Siberia gli artisti liberi. Navalny è il simbolo del dissenso messo al bando. Stop. La libertà culturale sta fuori e non dentro il padiglione della figlia di Lavrov. Stop. Libera arte in libero stato.
Pierluigi Battista
Ci sono due formidabili forme di dissenso che possono aiutare a sconfiggere la propaganda russa, che ha avuto una certa visibilità in questo inizio di Biennale. La prima è quella che conoscete: lasciare il volto di Navalny, che trovate oggi stampato sulla prima pagina del Foglio, di fronte al Padiglione russo. La seconda, ancora più preziosa, è quella suggerita giorni fa da Paola Peduzzi: dato che il vincitore di questa Biennale verrà deciso dai visitatori, votare e far votare in massa per l’Ucraina. Votare e far votare in massa per l’opera simbolo del Padiglione ucraino: il “Cervo di origami” ideato dall’artista ucraina Zhanna Kadyrova, un tempo esposto nella regione di Donetsk, in un territorio che i russi sostengono di aver conquistato senza averlo conquistato. Il progetto artistico si chiama “Garanzie di sicurezza” ed evoca il memorandum di Budapest del 1994. All’epoca l’Ucraina si fidò delle promesse della Russia, degli Stati Uniti e del Regno Unito, e rinunciò al suo arsenale nucleare. Oggi i russi chiedono di avere un po’ di territorio ucraino promettendo in cambio all’occidente una stagione di pace. Fidarsi delle promesse russe porta alle conseguenze che conosciamo. Legittimare la propaganda russa produce gli effetti che sappiamo. Far vincere l’Ucraina alla Biennale della legittimazione russa può aiutare a ricordare che differenza c’è tra la cultura del terrore e l’arte della democrazia. Forza Ucraina.
Al direttore - Riguardo alle polemiche sul Padiglione russo alla Biennale veneziana – e per ricaduta, su tutte le altre nazioni coinvolte in conflitti bellici – mi chiedo perché nessuno parli di “diplomazia culturale”. I diplomatici dei paesi in conflitto si incontrano e confrontano, questo potrebbe valere anche per gli artisti di quei paesi, e le grandi manifestazioni ne sono l’occasione preziosa. Sarebbe una grande esperienza di civiltà, e con modi e linguaggi, sappiamo, certamente più strutturati. La Biennale è un territorio franco e non strumentalizzabile: ogni divieto alla riflessione, è divieto di pensiero e di elaborazione. Vivo, in questi giorni, un déjà vu, quando negli anni 60/70, pochi artisti, condannati alla libertà – come avrebbe detto Socrate –, impedivano ai più di esporre le proprie opere, salvo poi appropriarsi di tutto. Uno strano mondo, il nostro: vieta l’espressione artistica ma dà voce agli assassini nei talk-show televisivi. Mondo Caino!
Giuseppe Salvatori
Al direttore - I media italiani, anche quelli più prestigiosi, ricorrono troppo spesso alla disciplina olimpionica del salto logico. Si dice “flottiglia” e il discorso sembra già chiuso. L’immaginario collettivo produce subito la scena dell’eroe che sbarca con gli stivali bagnati e un grosso pacco in mano, pronto a distribuire viveri a chi ne ha bisogno. Ma le cose, a guardarle con un minimo di attenzione, sono più complicate. Conviene attenersi a ciò che dice il sito della Global Sumud Flotilla: “Il nostro obiettivo è porre fine al blocco illegale israeliano che, in primo luogo, ha reso necessario questo tipo di aiuti. Oltre a modesti quantitativi di aiuti, il nostro carico più importante è sempre la solidarietà umana”. Dunque non si tratta anzitutto di sfamare Gaza, ma di perseguire un obiettivo politico: contestare il blocco israeliano e metterne in discussione la legittimità. I nostri media lo hanno spiegato con sufficiente chiarezza? Gli attivisti della flottiglia hanno scelto di non utilizzare i canali previsti dalla Risoluzione Onu 2803/2025 perché considerano quella risoluzione uno strumento di “controllo coloniale”. Contestano in particolare il Board of Peace, organismo a guida statunitense incaricato di gestire amministrazione e aiuti a Gaza, giudicato una forma di tutela neocoloniale che nega l’autodeterminazione palestinese. Accettare i canali ufficiali, con ispezioni e trasferimenti via terra coordinati anche con Israele, significherebbe per loro riconoscere la legittimità del blocco navale. La flottiglia nasce invece per sfidarlo. Molte ong e gruppi della società civile palestinese hanno criticato la risoluzione perché, a loro avviso, privilegia sicurezza e disarmo senza affrontare le cause profonde del conflitto né prevedere adeguati meccanismi di responsabilità per le violazioni israeliane. Ma esiste anche una lettura opposta. Foreign Affairs, in articoli come “The Folly of Fatalism in Gaza”, considera il nuovo sistema di governance supervisionato dagli Stati Uniti l’unico progetto pragmatico per superare lo stallo tra Hamas e Israele, rendere possibile la ricostruzione e creare condizioni di sicurezza per gli investimenti internazionali. In questa prospettiva, iniziative esterne come la flottiglia diventano variabili destabilizzanti. Qui sta il punto. Tutti i paesi arabi sono favorevoli alla Risoluzione Onu 2803/2025. E dopo aver criticato per anni Israele per non aver rispettato risoluzioni Onu non cogenti, oggi si tace sulla non ottemperanza a una risoluzione cogente e sostenuta da consensi straordinari. Per amor di chiarezza, la prossima risoluzione Onu non andrebbe scritta in inglese ma in napoletano: “Cca nisciuno è fesso”.
Emanuele Calò
Al direttore - In questi anni di potere del sistema Emiliano, con la sua capacità di governare, attrarre e piazzare indistintamente uomini di sinistra come di estrema destra, l’unico a fargli opposizione in Puglia è stato Nichi Vendola. Che a più riprese lo ha accusato di “capitombolo morale” puntando a una discontinuità con quello che proprio il poeta di Terlizzi aveva chiamato “più un sistema di potere che un progetto politico”. Ora siccome il Csm per quattro volte ha respinto la richiesta di aspettativa di Emiliano per andare a fare il super consulente Ilva di Decaro, ci ha pensato Avs a dargli un’altra opportunità per evitargli la pensione, nominandolo consulente della commissione parlamentare sulla Sicurezza sul lavoro. La richiesta è stata fatta dall’onorevole Tino Magni, storico dirigente Fiom, il quale dovrebbe spiegarci che ne sa Emiliano di sicurezza sul lavoro, e che ne pensa la Fiom di uno che per anni ha promesso alle mamme di Taranto che Ilva l’avrebbe chiusa. Ma soprattutto, Nichi Vendola che è presidente di Sinistra italiana (e padrino di Fratoianni) che dice?
Annarita Digiorgio