Una commedia corale dove Milano diventa ambizione esistenziale di lusso

Nel suo primo romanzo, Di passaggio a Milano, Michela Proietti ritrae con ironia una città dove la mobilità sociale è ancora possibile se ti impegni, a patto di farti fagocitare e snaturare, e in cui il cap di dove vivi dice chi sei
24 OTT 26
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Mentre spuntano candidati e candidate alle primarie del centrosinistra come pretendenti al Trono di spade, e i ragazzini dimenticati manifestano o sfondano le vetrine del centro, c’è una Milano che vive arroccata nelle sue torri, al di sopra di ogni rivendicazione politica o aderenza alla realtà. E’ la città ritratta da Michela Proietti nel suo primo romanzo Di passaggio a Milano (Solferino), commedia corale dove Milano è un’ambizione esistenziale.
In un condominio di lusso si trasferiscono i dink (double income no kids) Archibald e Patricia McDougals. Patricia, nata Crawshaw, è un’attempata nobile inglese, cresciuta tra Londra e le Cotswolds, educata all’arte di ricevere ed esercitare le buone maniere, editorialista sferzante di un giornale britannico. Segue a Milano il marito Archie, sposato contro il volere della famiglia, che ha fatto la sua ascesa e il cursus honorum dalla piccola borghesia a visiting professor alla Bocconi con la cantina di vini privata nel circolo di Londra. Nel condominio abitano anche Monica e Guido Curtis, dal cognome fantozziano che tradisce la condizione di nuovi ricchi. La coppia fin dall’università ha trasformato ogni passo e sacrificio in una strategia per ottenere uno status in cui adesso si muove con disinvoltura. La grande casa nel grattacielo (ma non a CityLife, dove stanno i calciatori), i gemelli e il cane dai nomi altezzosi, la villa a Forte dei Marmi. Ma in affitto, segno di una ricchezza precaria, non costruita su solide proprietà familiari: ci vuole niente perché tutto si sgretoli. A questo dittico si aggiunge Caterina, ventenne salentina, nipote dei camerieri di una contessa, che arriva a Milano, come tutti, per emanciparsi dalla provincia, e si ritrova a gestire un profilo di Only Fans (Caterina va in città, con note di Euphoria).
Il contesto da “La vie mode d’emploi” si intreccia a un’altra arena agognata, spietata: il club The Mansion, a cui Pat vuole essere ammessa a tutti i costi, sperando che una coppia internazionale possa aggiungere un tocco esotico alla cerchia degli invitati, e di cui Monica è regina, mentre sogna la membership a vita, che il marito Guido, inguaiato a causa dell’arrivo del professore inglese e per compensare la propria ingenuità da parvenu, le regala per centomila euro.
Insomma, Di passaggio a Milano è una commedia umana di pettegolezzi, frecciatine, come il carnage a burraco tra i McDougals e i Curtis, e persino qualche volta sentimenti veri, sepolti in luoghi inaspettati, come l’amicizia tra Pat e l’anziana Evelina. Ma è soprattutto una commedia su Milano, dove “non importa da dove vieni, ma come ti reinventi”. Proietti ritrae con ironia una città dove la mobilità sociale è ancora possibile se ti impegni, a patto di farti fagocitare e snaturare, e in cui il cap di dove vivi dice chi sei. Ma Milano è multiforme e quindi accanto al privilegio e all’aristocrazia urbana si intravede una città, non meno caricaturale, più abbordabile, di creativi che dividono i loft a NoLo e bevono birre artigianali nelle “piazze tattiche”. Apparentemente più rilassata, ma sempre costruita, patinata. Nella galleria dei personaggi, dalle ricche che venerano il beige e ostentano la quiet luxury, al magnaccia viscido e violento, a chiunque ossessionato dalla reputazione neanche fosse Karenin, al gay che si ripara nel matrimonio, ognuno indossa la propria maschera, che presto o tardi cade. Ognuno affronta le proprie peripezie e i segreti, la tensione è ben costruita fino a quando non esplode nel disastro e più meno si scioglie in una sorta di lieto fine della buona società, con tanto di svolta caritatevole della nobildonna. Però in questa Milano non esistono le periferie e l’hinterland, dove raramente le persone sono di passaggio.