il figlio
Le vacanze sono decisamente cambiate, ma in meglio
Le estati di genitori e figli devono necessariamente separarsi, e va bene così. Elogio del rumore bianco
1 AGO 26

Foto ANSA
A proposito di questa cosa delle vacanze. Dico “questa cosa” con un po’ di distacco, perché sia chiaro che non mi riguarda davvero, lo dico come se fossi infastidita dal fatto che da almeno un mese ogni conversazione comincia con: e dove vai in vacanza? e quando vai in vacanza? In effetti sono infastidita, non abbiamo niente di meglio di cui parlare noi due? Ma subito dopo, mentre sento la mia voce rispondere sempre con le stesse parole e sento la mia voce porre educatamente sempre la stessa domanda, penso che invece sono sollevata: non abbiamo niente di meglio di cui parlare, noi due.
Comunque, questa cosa delle vacanze è decisamente cambiata. Direi che è cambiata per sempre. E per quanto mi riguarda, voglio precisare che è piuttosto normale che sia cambiata per sempre. Anzi, sono perfino in grado di trovare il lato positivo del cambiamento: quale? Ah sì, eccolo: il lato economico. Quest’anno, in cui nessuno dei due figli che ho partorito e cresciuto con amore, per i quali sono stata sveglia la notte, ai quali ho messo le supposte di tachiprina e tolto i pidocchi dalla testa, verrà in vacanza con me. E’ un notevole risparmio economico, due biglietti aerei costano la metà di quattro biglietti aerei. Due traghetti, quattro traghetti, e così via. Sono sempre stata brillante in matematica, ma penso che anche voi possiate capire. Per non parlare del cane, e del risparmio emotivo sui musi lunghi di chi assurdamente non ritiene che la Grecia sia il posto più bello del mondo e non pensa che la spiaggia libera difficilissima da raggiungere, ma con i pavoni e le tamerici, sia il posto in cui voler trascorrere tutta la giornata fino almeno al tramonto. E poi sono consapevole che le estati di genitori e figli devono necessariamente separarsi, per ritrovarsi magari a un certo punto davanti a una valigia di roba da lavare, oppure in una pizzeria, o anche a Cinecittà, a riprendere il cane che nel frattempo è diventato obeso.
Quindi voglio dire che rispetto a questa cosa delle vacanze distrutte in mille piccoli pezzi dal tempo che passa, io sono tranquilla. Sono molto positiva. Avevo anche io bisogno della mia libertà, dopo tutte quelle estati passate a cercare la sorpresa nelle patatine, e dopo quella volta che mio figlio non voleva più camminare in salita per vedere il Partenone e allora me lo sono messo in spalla e ho pensato: adesso muoio, per fortuna ho un bel vestito adatto alla morte sotto il Partenone e sono abbastanza abbronzata. Poi non sono morta, e mentre bevevo dieci litri d’acqua pensavo che quella non sarebbe stata l’unica volta in cui guardavamo il tempio di Atena insieme: ce ne saranno di migliori, mi dicevo, ce ne saranno di esaltanti in cui sarà lui a dirmi dai mamma ma quanto ci metti. Faremo delle foto bellissime.
Invece direi, con tranquillità e positività, con consapevolezza del risparmio economico, che quella è stata quasi sicuramente l’unica volta: la volta in cui stavo morendo sotto il peso soffice di mio figlio e sotto il sole di agosto in Grecia. La volta in cui non ho neanche una foto, perché un’onda ha portato via il mio telefono. Ma non importa, perché questa cosa delle vacanze è cambiata e adesso ho un sacco di tempo in più per fare le foto, per stare attenta al telefono e per riprendermi la mia libertà. Lo sento proprio, il rumore della libertà. Un rumore di bicchieri, di cicale, di parole di adulti, di cappelli di paglia: un rumore bianco, noiosissimo.
Di più su questi argomenti
Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.
