Mia nonna Grazia
La ragazza delle parole, che scriveva le lettere per i soldati e leggeva le storie
"Mia nonna si chiamava Grazia, ma per tutti, in sardo, era Grassiedda. Fu per questo che mio padre volle chiamarmi Graziella: non per segnare una distanza da lei, ma perché le assomigliassi". Un racconto inedito di Graziella Monni
1 AGO 26

Mia nonna si chiamava Grazia, ma per tutti, in sardo, era Grassiedda. Fu per questo che mio padre volle chiamarmi Graziella: non per segnare una distanza da lei, ma perché le assomigliassi.
Durante la Grande Guerra era ancora una bambina, eppure in paese la cercavano già per scrivere le lettere ai combattenti. Un giorno, nonostante una febbre altissima, suo nonno se la caricò in spalla per portarla a leggere una missiva appena arrivata dal fronte. Non avrebbe mai dimenticato la riconoscenza della moglie di quel soldato: la donna le tracciò una croce sulla fronte e la febbre, d’incanto, sparì. Fu in quel modo così singolare che mia nonna scoprì che il potere del bene può essere talmente forte da scacciare il male.
Non appena divenne ragazza, le sistemarono i capelli con i cucchi, la tipica acconciatura dorgalese, e le fecero indossare la gonna e la camicia dell’abito tradizionale. Sposò Giovanni Maria, un uomo dagli occhi buoni e dall’aspetto rassicurante, e lo seguì nelle case cantoniere della Sardegna, dove i sentieri erano battuti dal maestrale e dai banditi. Lei, però, non temeva nulla; e così, una maternità dopo l'altra, arrivarono nove figli — tra i quali mio padre Graziano.
Le giornate scorrevano lente nelle cantoniere isolate, ma Grassiedda continuò a servirsi della sua voce per accorciare le distanze. Dopo cena, infatti, dalle abitazioni lontane, arrivavano diverse persone per radunarsi intorno a Grassiedda, che leggeva per grandi e piccini. Con tono alto e sicuro faceva rivivere il mito dei Nibelunghi, le gesta di Sigfrido, del drago Fafnir e delle regina Brunilde. Dove avesse scovato quei libri restava un mistero, ma la cosa più probabile è che fossero il dono di un viandante. Tra le asperità dell’interno dell’isola, l’epica norrena non stonava affatto; sembrava anzi sposarsi con la forza della notte, la freschezza delle sorgenti e gli alberi agitati dal vento.
Un giorno, Grassiedda e Giovanni Maria, con i nove figli, decisero di trasferirsi a Nuoro, proprio sotto la chiesetta della Solitudine, ai piedi del Monte Ortobene. Lì mia nonna divenne un faro per la comunità, una “donna de judissiu”: persona saggia e autorevole, a cui molti si rivolgevano per un consiglio o per dirimere una controversia.
Il suo spirito forte non la abbandonò mai. Quando il suo figlio più giovane fu assunto come portalettere a Cagliari, decise di accompagnarlo. Per la prima parte del tragitto lei viaggiò in pullman, mentre lui la seguiva in sella a una Moto Guzzi Stornello, di un rosso fiammante e dal motore ruggente. Arrivati a Cagliari, scoprirono però che non c'erano collegamenti per Quartu, dove li aspettava l’altra figlia, Juanna.
Grassiedda non si perse d’animo: incurante dell’ingombro del suo abito, salì sul sellino dietro al figlio e, insieme, affrontarono l’ultimo tratto di strada. Quando ritornò alla Solitudine raccontò a tutti, divertita, l’ebbrezza di quel viaggio in motocicletta.
I suoi ultimi giorni, ancora giovane, li trascorse accanto a suo fratello sacerdote, inviato a Orgosolo come parroco. Anche in quell’occasione fu lei a seguirlo per indicargli il cammino: il tempo sufficiente per sistemarsi nella canonica, conoscere i fedeli e assicurarsi che venisse accudito. Aveva poco più di cinquant’anni quando il suo cuore si fermò sotto la croce della casa parrocchiale.
Ma la sua voce non si è spenta: il ricordo di Grazia Fancello, la nonna della ragazza della Solitudine, vive ancora oggi nelle pagine che ho tessuto per lei e rifiorisce nel nome che ho dato a mia figlia Grazia.
Graziella Monni, scrittrice, ha appena pubblicato per Solferino il romanzo “La ragazza della Solitudine” (366 pp). Questo racconto è un inedito per il Figlio