Il Figlio
Il complottismo di una madre nell’indipendenza del figlio
Hai fame? No grazie. Come si permette di non avere bisogno di me? Padelle vuote
12 GIU 26

Foto Ansa
La principale conseguenza della fine della scuola è che mio figlio ha fame. Ha sempre fame, ha fame a tutte le ore, comprese quelle in cui dorme. Per questo, quando lo trovo addormentato sul divano o sul letto o anche su una sedia, a volte per terra, accanto a lui c’è sempre una padella con qualcosa dentro, oppure un piatto, sempre con qualcosa dentro, spesso perfino dei torsoli di mela che farebbero pensare a un’alimentazione sana, delle carte di gelato, dei resti di crostata, una pioggia di pezzi di pane, come se io stessi per abbandonarlo nel bosco e lui avesse bisogno della sua scorta di briciole per ritrovare la strada (o, più probabilmente, per inventarne una nuova). Questa fame però non è di semplice gestione, perché non viene esplicitata, e io ho le prove che sia una strategia atta a screditarmi. Perché un’altra conseguenza della fine della scuola (e dei diciassette anni) è che mio figlio vuole fingere di essere un adulto che vive da solo. Oppure si sta allenando per il prossimo futuro (uno degli effetti immediatamente visibili è che si è rifiutato di venire in Grecia con me, in agosto, proprio ha riso alla proposta, una risata lunga e malefica).
Io gli passo accanto, quando è sveglio, e gli chiedo con voce soave: ti preparo qualcosa da mangiare?, e la risposta è sempre, senza alzare gli occhi dal telefono o dal disco o dalla tivù: no. Anche se sta facendo la scarpetta a una padella della sera prima. Anche se sta inseguendo un gatto con occhi famelici per cucinarselo (no, mio figlio è vegetariano e nelle padelle non c’è mai carne, al massimo fagioli, seitan, hamburger vegetali, noodles, carbonare con zucchine al posto del guanciale). Questo “no” è lapidario e non offre altri appigli alla conversazione. No e basta. No e addio. A volte però la risposta alla mia sollecitudine è: no grazie. Quindi dovrebbe essere tutto a posto, tutto giusto, se solo mi riuscisse di non prestare attenzione alla intenzionale cadenza di quel “grazie”. Io non sono complottista, lo giuro, ma quello è inequivocabilmente un: grazie mi stai scocciando, grazie non ho alcun bisogno di te, grazie non cederò al tuo ricatto emotivo di madre che vuole sentirsi utile, grazie ma sono perfettamente in grado di nutrirmi senza il tuo aiuto e anzi non ho memoria di un tempo in cui ho avuto bisogno del tuo aiuto. Chiaramente questo no grazie, ripetuto una decina di volte al giorno, mi manda fuori di testa.
Mi fa sentire inutile, reietta, disprezzata, mi fa venir voglia di prendere in mano un libro che ho visto transitare sulla mia scrivania: “Anche i figli hanno dei doveri - per un’educazione all’impegno e alla gratitudine”. Ne ho riso, ma adesso ho la tentazione di urlare che anche i figli hanno dei doveri. Ad esempio hanno il dovere di farmi pesare la fame. Il dovere di chiedermi: mamma ti prego cucina quella cosa buona che sai fare solo tu al mondo. E io ho il diritto di dire, trionfante: fermerò il mondo pur di sfamarvi.
Invece lui mi ignora. Dice che la pasta se la prepara da solo, perché è diventato bravo a cucinare, e anche le salsicce vegetali con le patate. Oppure dice che mangia fuori, che non ha fame, che non mi devo preoccupare. Ma come si permette? Io mi devo preoccupare! L’altra notte, il mio riscatto. Tornato a casa alle tre del mattino da non so dove, mi ha svegliato e mi ha detto: mamma, vorrei tanto gli spaghetti. Sono scattata in piedi, piena di folle gratitudine.
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Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.
