Il Figlio
"Compiti a casa" di Geoff Dyer. L’incredibile uso dell’infanzia felice, quando tutto era ingenuo e epico
Il saggio autobiografico si apre con un trasloco che coincide con la sua nascita. Non si limita a recuperare i ricordi di un tempo passato: restituisce i fatti incontrovertibili di un’infanzia semplice ma felice, faticosa ma densa di speranza ed entusiasmo
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18 APR 26

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Una casa con bagno e cortile ha spesso coinciso, all’inizio del secondo Novecento con la nascita di un figlio e quindi con la necessità di dare forma e spazio a una famiglia che rappresentava un’ambizione e un obiettivo da raggiungere in gioventù, in particolare per chi apparteneva alla - allora fiorente - classe media. Siamo così nel 1958 quando i Dyer si trasferiscono in una villetta a schiera con giardino nel borgo di Cheltenham. E con il trasloco che coincide con la nascita di Geoff, si apre il romanzo autobiografico dello scrittore inglese. Compiti a casa (Il Saggiatore, traduzione di Katia Bagnoli) non si limita a recuperare i ricordi di un tempo passato, ma in parte come fece Philip Roth, restituisce i fatti incontrovertibili di un’infanzia semplice eppure felice, faticosa eppure al tempo stesso densa di speranza ed entusiasmo. Compiti a casa non ha nulla da rivelare, ma più semplicemente prova a ripercorrere analiticamente giorni ormai lontani nella memoria famigliare e personale di Dyer estraendone un senso che lontano da ogni retorica definisce l’uomo e lo scrittore di oggi. Dagli spazi di gioco a quelli di casa, Dyer riporta in vita un modo di vivere semplice eppure a suo modo bizzarro come lo è spesso l’intimità delle famiglie. Riviste ad anni di distanza mostrano stranezze e stramberie il più delle volte buffe, spesso frutto di quelle che appaiono ingenuità e che spesso sono figlie del tempo. Oggi le guardiamo come distrazioni sociali dentro alle quali vengono indotte le vite degli uomini e delle donne.
Dyer ritrova così i luoghi di gioco, le ginocchia sbucciate - le scorribande per strada - e quel mischiarsi continuo di realtà e sogno che solo in parte confonde, ma che più spesso invece forma e definisce l’immaginario dei bambini. Le avventure da cortile diventano imprese epiche e i giochi lotte tra pirati e guerre dal sapore epico. Al tempo stesso però resiste forte l’orrore e il gelo per le guerre passate, quelle raccontate dai nonni e dagli zii che le hanno vissute in prima persona, non solo la Seconda, ma anche la Grande Guerra che è ancora ben vivida nella memoria degli anziani. Eppure persiste inesorabile un suono di fondo felice che nulla sembra poter affievolire. Il futuro nei primi anni Sessanta non faceva paura, anzi la voglia di scoprirlo e di farne parte era un elemento integrante dell’entusiasmo intimo e collettivo di ognuno. Non solo l’impressione diffusa era che il peggio lo si fosse lasciato alle spalle, ma c’era anche la consapevolezza che ci si poteva fidare di sé e degli altri perché il terrore della guerra era stato visto in faccia ed era stato affrontato. Si erano vissuti senza ombra di dubbio anni terribili, ma quei giorni erano ormai alle spalle, nulla di paragonabile con la paura panica che invece oggi divaga basandosi sulla possibilità prima ancora che sulla realtà.
Dyer racconta del suo passaggio dall’infanzia all’adolescenza, quando inizia a scoprire se stesso più profondamente. Così se inizialmente: “avrei tanto voluto avere anch’io i postumi della sbornia, la prova che il fine settimana era stato ben speso e non sprecato. In città o nei pub, gli uomini con una pancia enorme erano quasi dei modelli da imitare”, poi arriva la consapevolezza di poter essere altro e con una sensibilità diversa da chi lo circonda. Cresce in lui la convinzione di poter divenire uno scrittore: “e così il desiderio di leggere di più, di fare mie quelle parole continuava a crescere, al pari della mia comprensione, se non del mondo intero, almeno della mia piccola parte di mondo”. Compiti a casa predilige la delicatezza e la dolcezza dell’infanzia alla fatica dello sradicamento offrendo al lettore un panorama dentro al quale è possibile riconoscere la felicità nelle sue possibilità e nella sua semplicità.