Un Philip Roth allucinogeno e ossessivo ci ricorda il senso della letteratura

Con "Operazione Shylock", in libreria per Adelphi, lo scrittore americano prende per il bavero la Storia, la geografia, la letteratura, e gioca con Kierkegaard, Kafka, Gogol’ e con Philip Roth stesso, che si mette in scena in questo romanzo-confessione, la cui confessione, confessa l’autore, è falsa

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11 APR 26
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Philip Roth. Foto LaPresse

Dieci anni prima di morire, Philip Roth ha riletto i romanzi importanti della sua giovinezza. Ha riletto Dostoevskij, Turgenev, Conrad, Hemingway. Poi ha riletto sé stesso, a partire dall’ultima opera, Nemesi. “Volevo capire”, chiarì in un’intervista, “se avevo sprecato la mia vita scrivendo”. Arrivò alla conclusione che no, non l’aveva sprecata. Da quando Adelphi lo sta ripubblicando e ritraducendo (affidandolo, fin qui, a Matteo Codignola e a Ottavio Fatica), a Roth è toccata questa second life. A noi anche, una seconda vita di lettori richiamati sul luogo del delitto, anche per capire cos’è stata, e cosa potrà essere, nei prossimi anni, la letteratura di Philip Roth: significherà ancora qualcosa o verrà derubricata a rappresentativa solo di sé stessa, vecchia e irrelata rispetto a tutto il resto?
La domanda casca in anni − questi − in cui alla Letteratura toccano affronti, ceffoni e dileggio: ombelichi monologanti privi di prospettiva narrativa; un senso della lingua e della partitura che si sta facendo sempre più fioco a favore di un ronzio senza tonalità; l’incapacità di molta scrittura contemporanea di guardare al proprio tempo, di affrontarne le contraddizioni anziché corteggiarle, di sfidarle con sventatezza aliena alla preoccupazione di scontentare un presunto pubblico di riferimento. Poi c’è la fatica, e chissà se qualcuno è ancora disposto a farla, di consegnare le proprie forze a una visione di respiro, sapendo di predicare ai sempre meno.
Rileggere il poderoso Operazione Shylock ancor più che il precedente Portnoy − effervescente performance di una voce radiosamente oscena − dà la sensazione che il romanzo sia lì a ricordarci qualcosa, e che, in un certo senso, riporti a casa il senso della letteratura. Primo dei quattro dei Favolosi Anni Novanta rothiani (con Il teatro di Sabbath, Pastorale americana e Ho sposato un comunista), prende per il bavero la Storia, la geografia, la letteratura, e gioca con Kierkegaard, Kafka, Gogol’ e con Philip Roth stesso, che si mette in scena in questo romanzo-confessione, la cui confessione − confessa l’autore − è falsa. E mentre reinventa la realtà, Roth non risparmia strali nemmeno alle proprie vacue fisime da scrittore. “Il suo cognome! Lei sa pensare solo al suo cognome!” si sente dire quando, scoperta l’esistenza di un Philip Roth che non è lui, piomba nell’ossessione e nel labirinto autointerrogativo. Chi è mai, questo Philip Roth che si fa passare per Philip Roth, e che tutti trattano come Philip Roth? Un impostore? Una controfigura? Un’allucinazione da Halcyon, medicinale somministrato allo scrittore per un intervento al ginocchio? Dopo aver avuto una conversazione telefonica con l’altro Roth, Philip Roth partirà per Gerusalemme e incontrerà l’Abusivo, un “disastrato, scriteriato, monomaniaco” che ribattezzerà Moshe Pipik, il quale si accompagna a Jinx, seduttiva antisemita in rehab presso gli Antisemiti Anonimi. Incontrerà anche lo scrittore Aharon Appelfeld, il primo a informarlo del fatto che l’uomo che si è appropriato della sua identità è il solerte promotore della causa del diasporismo, progetto politico che mira alla reimmigrazione degli ashkenaziti nella stessa Europa che li ha massacrati e perseguitati, ma dove comunque − Pipik ne è convinto − sarebbero più al sicuro che circondati da islamici assetati di un secondo Olocausto.
Il romanzo guizza da un tono all’altro, è una lucertola, uno spiritello che scorrazza di stanza in stanza giocando a nascondino: riflessione politica e comico gogoliano, tragedia greca e autobiografia grottesca, divertentissimo gioco che si permette il lusso, qua e là, di essere perfino noioso. Perché sì, a tratti lo spiritello riprende fiato, e del resto Philip Roth è sempre stato anche questo, uno scrittore talvolta noioso, soprattutto quando i suoi personaggi balzano in cattedra e sdottoreggiano senza pause. Il punto, però, è un altro. Il punto è che i romanzi non devono essere cerchi perfetti. E Operazione Shylock è un cerchio di fuoco, ammirevolmente screanzato e terribilmente coraggioso. Cioè un grande romanzo. Chi di noi la potrebbe scrivere, oggi, un’opera così? Chi rifiuterebbe di inginocchiarsi al feticcio dell’identità collettiva − ebraica e araba, nella fattispecie − trascinando per la collottola sia l’una sia l’altra davanti allo specchio deformato di una verità letteraria? Emmanuel Carrère mai e poi mai − lo ammette lui stesso in prefazione.
Caro, splendido, fottutissimo Roth. Sapevi farti leggere e farti odiare, fedele al motto (tuo) che “scrivere è aver torto tutto il tempo”. Splendido, ruvido, fottutissimo Roth, che hai trasformato te stesso in un Altro e Gerusalemme nella Mosca di Bulgakov, sentina lugubre e insidiosa dove si aggirano l’antiquario Supposnik, il Demonio, il demone della realtà, il diavolo della Storia e il fantasma di chi ne scrive, rovesciato in un Pipik (“ombelico”, guardacaso) che trascina la sua vita fino alla follia − sullo sfondo, il processo a John Demjanjuk, operaio ucraino americano accusato di essere il boia di Treblinka. Operazione Shylock è un lucidissimo romanzo-allucinazione. Una cometa e non − osiamo sperare − lo sgargiante titolo di coda di un’epoca letteraria.