Chi sa dove andrà a sedersi un gatto? Julian Barnes e i conti con tutto, amore compreso

Malato, ottantenne, con due vecchi amici morti e un cane semicieco. In "Partenze" lo scrittore britannico si rapporta con la fine senza smettere di sorridere

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11 APR 26
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C’è chi sostiene che da vecchi si torna bambini. Julian Barnes non è di questa opinione. Ormai ottantenne, l’infanzia gli interessa soltanto come possibilità di ricordi archiviati, senza rimpianti né identificazione. Non si sente il bambino che era, ma irrimediabilmente vecchio, e con una diagnosi, oltretutto, di neoplasia mieloproliferativa che è “incurabile ma gestibile” con cui si trova a fare i conti. E ne fa di conti, moltissimi, con se stesso e con due “nuovi vecchi amici” tornati per caso nella sua vita e nelle cui vite lui ha svolto e svolgerà per una seconda volta un ruolo centrale. Conti col vivere e col morire, nella consapevolezza però di non poter contare ciecamente sulle proprie certezze, perché “il cervello la sa molto più lunga su di noi che noi su di lui: conosce tutto quello che noi conosciamo; noi solo una parte di quel che conosce lui”. Dei ricordi, poi, non ci si può fidare. Soltanto in quell’attimo di memoria involontaria che magicamente ci riporta in una situazione lontana, la solita madeleine che ci restituisce il sorriso della nonna, ma poi romanziamo intorno a quel sorriso e chissà cosa è vero e cosa è falso.
Queste alcune delle infinite riflessioni che Barnes ha raccolto nel suo ultimo libro, "Partenze" (Einaudi), che rischia a suo dire di essere davvero l’ultimo (ma chissà, nessuno può prevedere dove va la mente di uno scrittore, come nessuno sa “dove andrà a sedersi un gatto” sosteneva Michaux). Quello che Barnes crede di aver capito – sempre con le dovute incertezze – è che “il genere umano non può tollerare troppa realtà” e quindi viene il sospetto che “non sia attrezzato per un’abbondante conoscenza di sé”. Di qui il delirio di potenti che nel perseguimento di una loro personale felicità – ignorando che la felicità non esiste che per rapidi lampi – ci sta portando verso un “futuro apocalittico”.
Ma torniamo ai “nuovi vecchi amici”, Jean e Stephen. In un libro fatto di pensieri più che di storie è l’unico filo conduttore di una trama con inizio, evoluzione, fine. Anzi la loro storia comincia prima di iniziare, perché ha un precedente fuori dal libro. La loro vicenda insieme risale alla giovinezza e Julian ha avuto un ruolo nel farli trovare. Ma se Stephen ha sempre amato Jean alla follia, non così lei. Finiscono col lasciarsi. Non si vedono per anni, finché sempre Julian si prende la responsabilità di farli incontrare di nuovo. Quei due sono rimasti uguali e diversi, lei vuole essere libera pur ricambiandolo; lui la vuole tutta per sé e si dispera e si mette a bere. Ed ecco si intrecciano allora altri pensieri, sull’amore stavolta, nella testa e nella scrittura di Barnes, che ha perso una moglie amatissima e protettiva, per il solito cancro, e dopo anni si sistema in un nuovo rapporto, chissà se altrettanto confortevole del precedente. La prima moglie era più grande di lui, la seconda più giovane. E non si può raccontare troppo di persone ancora in vita. Capiamo, perciò, fra un aneddoto e l’altro e una visita medica, che pure Stephen e Jean sono morti, dopo essersi lasciati una seconda volta e riempiendo di sensi di colpa il povero Julian, costretto ad assistere all’autodistruzione alcolica dell’amico. Di Jean almeno gli resta un cane, il sedicenne Jimmy, mezzo cieco e mezzo sordo, e che nulla sa della morte, ma vai a sapere. E’ complicato riassumere un libro come questo, senza capo né coda e che è tollerabile solo per la sua sotterranea costante ironia, faccia a faccia con la fine da strapparsi i capelli e gridare: fermate il mondo, ma che state facendo? Perché questa distruzione e questa violenza inaccettabili? Ve lo ricordate dove eravate prima di nascere? Sapete dove state andando e che dovrete lasciare tutto, ma proprio tutto? Le domande che l’umanità impazzita non si fa.