Il Figlio

Diventare madre un lunedì di maggio

Ilaria Macchia*

Ho smesso di essere figlia e ho iniziato a sentirmi madre un giorno di primavera, quando mia figlia aveva cinque mesi e dormiva

Sono diventata madre un lunedì di maggio, quando un ladro è entrato in casa mia mentre io e mia figlia dormivamo sul letto. Lei aveva cinque mesi, e io avevo partorito da cinque mesi. Non riesco a descrivere in un altro modo quello che ero, se non rappresentandomi come una partoriente stanca, disorientata, perduta. Le madri, per me, erano altre. Io ero ancora solo una donna che si era trovata una figlia vicina, nel proprio letto, per caso attaccata alla propria pelle. Sentii un rumore sul tetto condominiale, mi misi in ascolto e immediatamente dopo vidi un’ombra calarsi da lassù fino al mio terrazzo. Non ci pensai molto: presi la bambina in braccio, che dormiva e si svegliò, e uscii di casa di corsa. Scesi un paio di piani e citofonai al mio vicino, che mi aprì subito e mi accolse mettendosi all’opera chiamando la polizia. Anch’io dovevo chiamare qualcuno: il mio compagno era uscito per comprare lo yogurt alla banana per la merenda di Stella, sarebbe tornato di lì a poco, rischiando di entrare in casa e trovarsi di fronte al ladro. Ma il mio cellulare l’avevo abbandonato sul letto quando ero scappata. Mi feci prestare il telefono dal mio vicino e composi il primo numero che mi venne in mente. “Pronto?” “Chi è?”, domandai io non riconoscendo, in quella che mi aveva risposto, la voce del mio compagno. E questa nuova voce si mise a ridere e mi chiese: “Lei chi sta cercando?” E a quel punto capii chi avevo chiamato: era mio padre. Mi sorpresi di sentire la sua voce, ma compresi subito di avere sbagliato numero perché il primo a cui avevo pensato era il suo, non quello del mio compagno. E gli chiesi aiuto.

 

Gli raccontai che era entrato un ladro in casa, avevo bisogno di contattare Giuliano per avvisarlo di non tornare fino a che non fosse arrivata la polizia. Gli spiegai anche che ero nel panico, e che per questo motivo non riuscivo a ricordare nemmeno come cominciava il numero di telefono di Giuliano, non riuscivo a ricordare niente. Solo lui mi poteva aiutare. Io e la bimba, comunque, stavamo bene. Mio padre rideva, gli sembrava uno scherzo. Ripeteva parole, estrapolandole dal discorso: un ladro? La polizia? Il vicino. Poi, piano piano cominciò a capire che non era uno scherzo, d’altra parte non mi ero mai divertita con scherzi di questo genere. Così chiuse la telefonata con me e fece quello che gli avevo chiesto. Me ne accertai subito dopo, quando essendomi convinta che il ladro stesse cercando proprio noi e che solo in strada, quindi davanti a tanta gente, io e mia figlia saremmo state al sicuro, mi precipitai fuori dal palazzo. Aprii il portone e trovai un gruppo di poliziotti pronti a entrare, e dal fondo della strada vidi arrivare il mio compagno bianco come uno straccio. Aveva sentito mio padre che gli aveva spiegato, a grandi linee, quello che stava succedendo. Un’ora dopo era tutto risolto. Io, mia figlia e il mio compagno eravamo rientrati in casa, e mentre spiegavo ancora una volta alla polizia la dinamica dei fatti – soffermandomi sul fastidioso particolare di come il ladro, una volta sul nostro terrazzo, aveva preso un arnese per il barbecue e con quello aveva rotto il vetro della finestra, e i frammenti erano finiti nella camera da letto, dentro la culla della bimba soprattutto - facevo fare merenda a Stella con lo yogurt alla banana.

 

 

Giuliano aveva già chiamato mio padre, per dirgli che stavamo bene. Ma quando andarono via gli agenti di polizia e il mio vicino, e il ladro era ormai scappato con il solo bottino del mio cellulare, pensai di richiamare anch’io mio padre, perché lo sentisse dalla mia voce che era tutto finito, stavamo bene. Composi nuovamente il suo numero, e al terzo squillo mi rispose una voce sconosciuta. Pensai di aver sbagliato, ma ormai sapevo che quel numero lo conoscevo a memoria. Era l’unico che conoscevo a memoria. Quella voce mi disse genericamente di stare tranquilla, ma mio padre non si era sentito bene. E in quel momento sentii il suono di un’ambulanza avvicinarsi. Chiusi il telefono, in attesa di altre notizie da questa voce sconosciuta e incominciai a piangere. Sono diventata madre in quel giorno di maggio, mentre scappavo scalza sulle scale del palazzo, stringendo mia figlia al petto, che per fortuna rideva, ignara. Quel giorno ho avuto paura, e ho capito cosa significa vivere per qualcun altro. Ho capito cosa ha significato per mio padre amare me, e mentre diventavo madre smettevo di essere figlia, e mi angosciavo per non essere stata capace di proteggere lui. Dopo aver svolto il suo compito, ed essere stato successivamente rassicurato, era svenuto. In ospedale aveva fatto accertamenti di ogni tipo. Adesso stava bene. A me invece, da quel giorno, la paura che mi ha terrorizzato due volte, prima per mia figlia e poi per mio padre, mi è rimasta dentro, come una scia.

 

*sceneggiatrice e scrittrice

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