La storia indicibile di un'adozione

Valentina Furlanetto*

"A un anno dall’adozione se tornassi indietro non lo farei più”. Marta non è matta, non è crudele. E’ una donna colta, allegra, dolce. Ama profondamente i suoi ragazzi, una bambina di 8 anni, Rediet, e un bambino di 10, Meles. Lei e il marito li hanno attesi sei anni, questi figli. Potevano arrivare dalla pancia, sono arrivati dall’Etiopia, ma è uguale. Eppure oggi Marta dice così.

 

“Questa storia non la vuole sentire nessuno: io stessa, dieci anni fa, non avrei ascoltato”. Teme che dia fastidio la bella storia che diventa sporca, la realtà sfilacciata. Ci siamo appena svegliati da una serie di sogni preconfezionati: i buoni di Oxfam che pagano le ragazzine di Haiti per fare sesso, il vedovo della deputata laburista Jo Cox che mette le mani addosso alle dipendenti della onlus fondata in ricordo di lei. Improvvisamente c’è una gran penuria di eroi.

 

La storia che nessuno vuole ascoltare è la storia di una coppia che decide di adottare, si affida a un blasonato ente per le adozioni, certificato dalla Commissione adozioni internazionali (Cai), e parte per Addis Abeba. Pagano oltre trentamila euro e aspettano sei anni. Ma che importa, si dicono, stanno per conoscere i loro figli. E pazienza se Rediet, la bambina, non è sana come era stato promesso loro, hanno realizzato il loro sogno: sono arrivati coppia, ripartono famiglia. La storia che nessuno vuole ascoltare continua con Rediet e Males che, appena parlano un po’ di italiano, raccontano: non sono fratelli e non sono neppure orfani.

 

Rediet ha una mamma e le ha promesso che tornerà dopo aver mangiato e studiato nella famiglia italiana. La mamma di Rediet non sa cos’è l’adozione, ha firmato le carte ma non sa leggere. Pensa che la figlia sia andata a studiare e a curarsi all’estero. E’ credibile Rediet? Mente? Marta ascolta e non sa cosa dire.

 

Meles ha mamma e pure papà. Loro sanno cos’è l’adozione perché hanno già dato via un figlio prima di Meles. E’ stato proprio Meles a convincere il fratellino a partire e siccome il piccolo non voleva, Meles, per far felice il padre, lo ha portato di peso al pulmino bianco che gira per i villaggi e che procaccia bambini per gli orfanotrofi. Meles è stato molto lodato dal padre per aver fatto questo, ma ora Meles sogna il fratellino che urla e batte i pugni sul finestrino del pulmino che corre via. E Marta la notte corre da suo figlio che piange e lo consola al posto della donna che in Etiopia non ha più il figlio.

 

“L’unica cosa che volevo – dice Marta – erano dei figli miei. Se avessi saputo tutto questo non li avrei adottati, avrei aiutato le loro famiglie lì dove stavano. Non li avrei portati via”.

 

Un anno dopo l’adozione la gioia di Marta si è trasformato in un dolore che intossica le giornate. Dice che i suoi figli sognano altri genitori. Cerco di confortarla dicendole che probabilmente anche i miei figli sognano altri genitori, ma so che il problema è molto più serio. La realtà si sfilaccia, i Buoni diventano rapaci con le vittime, gli eroi cadono dai piedistalli.

 

Marta ha denunciato la situazione all’ente accreditato (che le ha risposto che i bambini inventano, ma questa storia Marta l’ha sentita – identica – da altri genitori adottivi) e alla Cai (nessuna risposta).

 

Marta mi presenta altre coppie con storie simili. Nei racconti dei bambini ricorre sempre questo pulmino bianco che va a caccia di bambini nei villaggi poveri. A tutti è stato detto di mentire. Molti sono stati venduti. Chiedo perché loro, tutti loro, non si uniscano e non denuncino. “Perché non ci credono e perché i genitori hanno paura. Temono che la famiglia biologica possa rivendicare i figli. Se hai atteso un bambino anni non vuoi che te lo portino via, anche se sai che l’hai rubato”. Protesto: nessuno di loro poteva immaginare. “Sì – dice Marta – ma quei genitori ci sono. Questa è una forma di colonialismo. Noi abbiamo i soldi e non abbiamo i figli, loro hanno bisogno di soldi e hanno i bambini. Io amo i miei figli, ma non lo rifarei”.

 

L’Etiopia non ha firmato la convenzione dell’Aia, non ha standard qualitativi adeguati per l’adozione internazionale, ma è fra i paesi in cui si è adottato di più in questi anni.

 

Arun Dohle, dell’associazione olandese Against Child Trafficking, ha dichiarato che “buona parte dei genitori etiopi non sapeva che non avrebbe più rivisto il proprio figlio”.

 

L’Etiopia oggi ha bloccato le adozioni dall’estero per “opacità nelle pratiche adottive”. L’Italia ha massicciamente adottato dall’Etiopia negli ultimi vent’anni. Alcuni di questi bambini sono ora ragazzi. A breve saranno su Facebook, su Twitter. Il mondo è sempre più piccolo, sarà facile per loro mettersi in contatto con i fratelli, con i genitori.

 

La realtà – con le sue smagliature – verrà a galla.

*giornalista Radio24

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