Foto di William Warby via Flickr

E' giusto vivere nella menzogna o bisogna uccidere Babbo Natale?

Annalena Benini

La resa dei conti e il Lamento di Portnoy. Goffi tentativi di conservare le illusioni perdute

"A certe cose non ci credo più”, ha detto mio figlio dopo cena, guardandoci con un’aria da resa dei conti mentre camminava in bilico sulla spalliera del divano. Abbiamo pensato entrambi che beh, era arrivato il momento. In fondo è giusto, non si può credere all’esistenza di Babbo Natale in eterno, nonostante la complicità di tutta la famiglia e i tentativi di nascondere i regali fino alla sera del ventiquattro, nonostante le barbe finte e i cuscini sulla pancia a cui di volta in volta viene costretto un parente diverso, tanto che una volta Giulio ha notato che “Babbo Natale è cambiato, è più vecchio dell’anno scorso”, e mio marito si è offeso a morte. La realtà deve comunque prendere il sopravvento, e non troppo tardi perché poi la delusione è più difficile da sopportare. Anche l’idea che le persone intorno, compresa tua sorella maggiore, ti abbiano mentito con tanta costanza, che impressione può farti del mondo là fuori? A quel punto la menzogna è talmente radicata nella tua coscienza che ci farai pagare ogni giorno tutte le nostre bugie a fin di bene, dove per bene si intende la conservazione delle illusioni che noi abbiamo perduto molto tempo fa. Siamo rimasti in silenzio a guardare nostro figlio camminare sul ciglio del divano, pensando a come salvarci, e a chi per primo dovesse fare il discorso su Babbo Natale che in effetti non esiste però noi gli vogliamo tanto bene, e non è che proprio non esiste: scompare dopo una certa età, che non è nemmeno uguale per tutti, dipende da quanto ci si crede. “C’è un’Isola che non c’è per ogni bambino, e sono tutte differenti”, avrei citato Barrie, Peter Pan, Wendy, il Mago di Oz, Capitan America, Hulk, le favole di Calvino, ed ero piuttosto sicura di riuscire a ottenere un maggiore consenso rispetto a mio marito, che gli avrebbe invece parlato, ne ero certa, di Massa e potere di Elias Canetti.

   

Nel frattempo nostra figlia ridacchiava e ci fissava: lei era già passata attraverso questo momento, adesso voleva solo vedere come ce la saremmo cavata di fronte alla verità, di fronte alla nostra inadeguatezza di genitori che non sono in grado di assicurare l’esistenza di Babbo Natale a un figlio, genitori che hanno detto bugie per anni, che si sono persino travestiti, che hanno istigato un bambino innocente e fiducioso a scrivere ogni dicembre la letterina a Babbo Natale e ad appenderla all’albero in modo che Babbo Natale potesse leggerla facilmente dalla finestra. E io permettevo a Giulio di apportare modifiche ai desideri non più di due settimane prima di Natale, calcolando i tempi di consegna di Amazon sotto le feste e anche l’affaticamento dei lavoratori che preparano cento pacchi all’ora senza premi di produzione. Mia figlia stava per assistere all’incrinatura della nostra immagine di genitori semi onnipotenti. Come nel Lamento di Portnoy, di Philip Roth, quando Alex ha otto anni e ha ricevuto per il compleanno il suo primo guantone da baseball regolamentare, la palla e una mazza che non ha neppure la forza di manovrare. E’ domenica e Alex va con il padre sul grande campo di terra dietro la scuola, il padre appoggia per terra il registro delle assicurazioni (ha lavorato fino a quel momento) e monta sul piatto di base con cappotto di feltro e occhiali. Dice: “Okay, campione”, afferra la nuova mazza regolamentare più o meno a metà e, con grande stupore di Alex, la tiene nel modo sbagliato. Ha messo la mano destra nel punto dove invece dovrebbe stare la sinistra. Alex si sente all’improvviso invadere da una grande tristezza, vorrebbe dire a suo padre: Ehi, tieni le mani sbagliate, ma ha paura di mettersi a piangere, o di fare piangere suo padre. “Forza Campione, lancia la palla”, gli urla il padre, che sicuramente è stanco morto, preoccupato per le polizze assicurative che nessuno vuole firmare, e sta lì con le mani sulla mazza al posto sbagliato. E Alex, nel giorno del suo ottavo compleanno, lancia la palla e scopre che, oltre a tutte le cose che sta cominciando a sospettare di suo padre, suo padre non sa far saettare una palla da baseball.

  

E’ anche peggio di scoprire che Babbo Natale non esiste, accorgerti che i tuoi genitori si sono comportati in un modo un po’ scemo e goffo e sono fondamentalmente due impostori imbarazzati seduti a tavola. Io ero comunque pronta a scaricare le responsabilità su mio marito (“il babbo non voleva che ci rimanessi male, pensava che in fondo eri ancora piccolo”), ma di certo anche lui avrebbe cercato di dare la colpa a me. Era una questione di velocità. Giulio è saltato giù dal divano e ha detto: “I miei compagni dicono che Babbo Natale non esiste”. Ah, beh, sì, è una cosa che ho sentito dire anch’io, e tu che pensi? “Io penso che a certe cose non ci credo più”. Ecco, ci siamo. A quali cose? “Non credo più alle renne volanti, le renne volanti non esistono”. Mio marito si è affrettato a dire che comunque anche lui non ci aveva mai creduto, alle renne volanti, e io gli ho dato un calcio sotto il tavolo perché mi aveva bruciato sul tempo. No, certo, le renne volanti è un po’ strano in effetti, ma quindi come fa Babbo Natale a portare i regali senza la slitta volante e senza le renne volanti? Nostro figlio ci ha guardato come se avessimo mancato la palla da baseball, ci ha guardato come se tenessimo la mazza con le mani sbagliate, e ha detto solo: ma correndo, è ovvio!

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. Dirige Review, la rivista mensile del Foglio. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.