gran milano
Ogni candidato ha la sua spina. Manuale per non pungersi
Da Perego a Sardone, da Majorino a Calabresi: ogni aspirante sindaco ha un punto debole da superare. Tra notorietà, equilibri di partito, stadio e posizioni sulla città, la corsa a Palazzo Marino è già una prova di equilibrismo
8 NOV 26

Palazzo Marino (Marco Ottico/Lapresse)
Ogni rosa ha la sua spina. E ogni candidato ha i suoi problemi da risolvere. Certo, il candidato perfetto non esiste, esiste solo il candidato perfettibile, diciamo. Come sarà la campagna del prossimo sindaco? Prendendo la lente d’ingrandimento dell’analista politico e adoperandola sui dettagli, neppure troppo minuscoli, saltano fuori le magagne di ogni aspirante. Da destra a sinistra, c’è innanzitutto Matteo Perego di Cremnago. Oltre al doppio cognome, che il centrosinistra usa perfidamente ogni volta che si riferisce a lui, c’è il fatto che è ancora scarsamente conosciuto. E che dovrebbe mangiare pane e televisione ancora per mesi, prima di arrivare al livello desiderato non solo in Zona 1, ma anche in tutto il resto della città. Poi c’è Maurizio Lupi, il cui difetto è il partito: non è un caso che gli addebitino i piccoli numeri della sua formazione per spiegare con sussiego che no, lui non può. Infine, sempre a destra, c’è Silvia Sardone: vale per lei l’opposto di Matteo Perego. Conosciutissima, idolo delle periferie securitarie, ha un pubblico insospettabile anche tra le femministe non di sinistra (non sono poche, ma sono silenti). Nel centro cittadino, il suo tallone d’Achille, però deve fare opera di proselitismo, ed è complicato. Carmelo Burgio, il candidato vannacciano, ha un diverso problema: per fare il sindaco bisogna parlare non solo di sicurezza ma anche di crescita, di verde, di mobilità, e insomma tutte quelle cose che fino ad ora non abbiamo sentito manco per scherzo. Comunque fin qui, a destra, tutto abbastanza nella norma di candidature non fortissime.
Nel centrosinistra invece le spine si fanno più acuminate. Pierfrancesco Majorino ha da risolvere la questione pro-Pal. Certo, lui crede nella sua posizione equilibrata: ma i toni di un Paolo Romano, che è nel cuore della sua campagna, saranno tollerati da quell’elettorato tutt’altro che estremizzato che deve andare a conquistare, sottraendolo a Calabresi? E sullo stadio: l’iter del nuovo impianto è iniziato molti anni fa. Davvero un esponente di punta del Pd milanese può dirsi avulso dalle scelte adottate, e rinnegarle in toto come fosse stato all’opposizione? Questo problema non tocca invece Anna Scavuzzo, che difende il progetto e ha incassato il plauso del sindaco Beppe Sala, con il quale pure aveva avuto da ridire qualche mese fa. Il problema di Scavuzzo è la collocazione: non si vedono strutture del partito a cui appartiene schierate per lei. E si sa: le primarie sono gioco di consorterie. C’è Emmanuel Conte: il suo difetto è che continua a lavorare come un pazzo ma quanto a campagna elettorale siamo a zero. Peccato che sotto elezioni dia necessario invece raccontare e, nel tempo che resta, lavorare. (Ipocrita chi sostiene il contrario, le campagne si vincono così). Rimaniamo nel Pd: Lorenzo Pacini. L’altra faccia dei Giovani democratici. Due terzi con Paolo Romano, un terzo con lui. Dicono in effetti le stesse cose, Romano e Pacini. E frequentano le stesse trasmissioni (in particolare, Rete 4: Mediaset li ospita spesso e volentieri). Pacini ha verve, è autoironico, e pure quando le spara grosse con quel sorrisetto le rende un po’ più leggere. La spina per Pacini è la decisione, che potrebbe arrivare a breve dal Pd nazionale, di un solo candidato espresso dal partito. Esattamente come per Elly Schlein. Se fosse Majorino, sia Pacini sia Scavuzzo dovrebbero prendere decisioni non facili: correre fuori dai dem? Non correre? Poi c’è Carlotta Cossutta, ex ricercatrice dell’Università degli Studi di Milano. La sua spina? E’ poco distinguibile da Pacini e in parte da Majorino (nella sinistra-sinistra sono in troppi) Infine Tommaso Goisis, che ha spaventato un po’ tutti con i suoi mille partecipanti al lancio della candidatura. La sua spina è il celebre motto di Maran sui riformisti: quanti sono davvero? Abbastanza da riempire l’Elfo Puccini, e stop? Per quanto riguarda Mario Calabresi la sua spina nel calcagno è in verità un campo delle cento pertiche che richiede equilibrismo. Sul Meazza sta avendo un primo assaggio, e Beppe Sala già l’ha infiocinato: la pensa come Ignazio La Russa. Ma non finisce qui, per niente. Ogni volta che dovrà esprimere una posizione netta su un argomento sarà stretto tra i riformisti osservanti, che non vogliono sentir parlar male di come si è evoluta Milano in questi dieci anni, e la necessità di non sembrare un clone di Beppe Sala (cosa che peraltro non è). Ad aumentare il numero di pertiche anche la necessità di moltiplicare le persone del partito pronte a sostenerlo, dopo l’endorsement di Franco Mirabelli, numero uno di Area dem. Le spine sono tante, nessun candidato può pensare di non sentirne la puntura.