da Milano
Il “caso Ca’ Granda”, che fa bene gli ospedali ma non solo quelli
Dalla valorizzazione di un patrimonio immenso “dei milanesi” al nuovo Policlinico. Una storia per il futuro
24 OTT 26

La scritta era lì da secoli, incastonata sotto il grande orologio a muro prima che i bombardamenti del ’43 tirassero giù quasi tutto: “Diligite vigilantiam in munere vestro”, abbiate cura di ciò che vi è stato donato. Era un monito per chi passava dal cortile dell’ospedale. E’ diventato la bussola di una storia che vale la pena rileggere, perché racconta di una Milano che, se vuole, sa ancora fare, e bene. E’ il “caso Ca’ Granda”, vicenda singolare di un ente pubblico capace di rivalutare in maniera massiccia il suo patrimonio, trovarsi da sé 200 milioni per costruire un nuovo ospedale (un assaggio si avrà con l’Open Day del Padiglione Sforza, domenica 25 ottobre) e andare molto oltre. Un caso aperto ufficialmente nel 2010, ma con radici che affondano secoli fa.
Era il 1456 quando Francesco Sforza decise di fondare un luogo che si prendesse cura non solo dei malati ma dei milanesi tutti, a cominciare dai poveri. Quello che sarebbe diventato il Policlinico. E Milano ricambiò. Con donazioni che, man mano, divennero imponenti: 8.400 ettari di terreni, un centinaio di cascine, un’abbazia. E poi, case e palazzi. “Più di quaranta, quasi tutti in centro”, spiega Achille Lanzarini, direttore generale della Fondazione Patrimonio Ca’ Granda. “L’ospedale è un’istituzione diventata grande grazie al popolo. C’era un riconoscimento reciproco”.
Ma c’era anche un modello di guida molto diverso: “Gli ospedali erano imprese pubbliche di carità. E sottolineo ‘imprese’ perché la gestione patrimoniale non era un accessorio, ma il fondamento economico. Vivevano di quello”. Della cura di ciò che veniva loro affidato. Il problema è che, con gli anni, questa cura sbiadisce. La direzione cambia. Fino alla riforma degli anni Settanta, quando gli ospedali diventano aziende sanitarie, finanziate dal pubblico. “I proventi dall’immobiliare diventano superflui, l’azienda ospedaliera si specializza sulla sola gestione sanitaria, le competenze necessarie al patrimonio si perdono”. Risultato: gli immobili, da risorsa, diventano un problema. Enorme. Esigono manutenzione, assorbono milioni e, in cambio, danno affitti bassi. Succede anche qui, per anni. Poi arriva il 2010, quando c’è da costruire il nuovo ospedale e un accordo di programma vincola il Policlinico a trovarsi in proprio una buona parte dei milioni necessari, almeno 200. Il Cda, allora guidato da Giancarlo Cesana, incarica Lanzarini di trovare una soluzione. “Nel settore, un’operazione così è semplice: hai 44 palazzi, svuoti tutto, ristrutturi e vendi al massimo. Ma nel nostro caso sarebbe stata una speculazione inaccettabile. C’erano in ballo centinaia di famiglie”. Un rebus. Per scioglierlo, sceglie la via più saggia: “Ho iniziato a fare domande”. Incontra uno per uno i big della finanza immobiliare e chiede a tutti di presentare dei modelli di valorizzazione. “Abbiamo trasformato il mercato in advisor”. Con il supporto di Finlombarda si vagliano le strategie possibili. Ed emerge l’idea giusta: conferire i palazzi in un fondo immobiliare, ristrutturarli e poi per metà venderli (per ottenere le risorse per il nuovo ospedale), per l’altra metà destinarli a social housing per le famiglie bisognose. Il risultato è la nascita del Fondo Immobiliare Ca’ Granda, che dal 2015 mette sul mercato parte dei palazzi e affida all’abitare sociale centinaia di case ristrutturate. E visto che, nel frattempo, i prezzi sono esplosi, il Policlinico vede incrementare il valore ben oltre le attese.
Ma è solo la prima parte della storia. La seconda si svolge nei campi, tra gli ettari e le cascine sparsi in 97 comuni di 11 province. Altro patrimonio enorme, con gli stessi problemi dei palazzi (canoni bassi, manutenzione, il caos del catasto) e la medesima sfida: trasformare la zavorra in un tesoro. Guardando alla propria storia. “Una frase di Gaudí mi ha colpito: ‘L’originalità è tornare alle origini’”, dice Lanzarini: “In fondo, è quello che abbiamo fatto noi: siamo tornati all’idea di impresa pubblica di carità”. Qui ha preso la forma della Fondazione Patrimonio Ca’ Granda, creata nel 2014, con lo stesso cda, per gestire il patrimonio agricolo con la missione di sostenere il Policlinico. Marco Giachetti, successore di Cesana, conferma Lanzarini. E lui continua il lavoro con una serie di mosse. La regolarizzazione di terreni e fabbricati (“più di 1.200 pratiche”); un’analisi della qualità dei suoli; la valorizzazione dell’altro patrimonio delle campagne, l’acqua (“abbiamo riparato le perdite, installato sensori e centraline, creato una piattaforma di monitoraggio in tempo reale”); l’accordo con Coldiretti, Confagricoltura e CIA per riportare i canoni a livelli di mercato (“ci ha permesso di aumentare i ricavi del 50 per cento”). Più un programma di reintensificazione ecologica, un’accademia per gli agricoltori, iniziative per scuole e famiglie, un accordo per vendere latte e riso a marchio Ca’ Granda in Esselunga (“5 milioni di confezioni e 400 mila euro per il Policlinico”). E quella che Lanzarini chiama “la ciliegina sulla torta”, l’Oasi Ca’ Granda: 45 ettari rinaturalizzati in fondo a via Ripamonti, con animali, spazi per aperitivi, picnic ecologici. L’anno scorso ha avuto 35 mila visite. “L'abbiamo fatto per raccontare la nostra storia, secolare e bellissima”. Ma ad abbellirsi sono anche i bilanci della Fondazione, a beneficio del Policlinico: “In 10 anni abbiamo aumentato i ricavi da 3,3 a 7,1 milioni e l'utile netto è passato da 735 mila euro a 2 milioni”. Il tutto pagando 15 milioni di Imu e dando una mano all’economia di tanti piccoli comuni.
Tiri le somme, e la lezione che resta, alla fine, è semplice: “Faccio fatica a parlare di innovazione: abbiamo fatto quello che c’era da fare. C’è un bisogno, che mette in moto. C’è una realtà. Serviva solo tanta osservazione, per trovare i fattori che ti aiutano a valorizzarla”. Fattori che ora vengono messi in comune. Su richiesta di Regione Lombardia (che ha appena stanziato un finanziamento da 102 milioni per gli extracosti, di cui metà saranno restituiti dal Policlinico), la Fondazione ha appena cambiato lo statuto, per mettere a disposizione di altri enti pubblici il suo know-how “secondo gli accordi di cooperazione previsti dalla legge 241/1990”. L’ASP Golgi-Redaelli ha già manifestato interesse. Il “caso Ca’ Granda” può allargarsi, insomma. “A me, come manager, fa piacere soprattutto una cosa”, dice Lanzarini: “Il pubblico di solito è raccontato come qualcosa di polveroso e scassato, incapace di funzionare. Ma chi ci lavora, sa che c’è dentro anche tanta competenza. E metterla in moto si può”.