Non basta un “paifang” per risare a Chinatown una identità

Il progetto di un portale cinese all’ingresso di via Sarpi divide Milano: per molti residenti rischia di segnare una frontiera simbolica in un quartiere nato dall’integrazione. Sullo sfondo, una Chinatown sempre più gastronomica e meno culturale

15 OTT 26
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Foto LaPresse

Il bando lanciato dal Comune di Milano per la realizzazione di un portale all’inizio di via Paolo Sarpi ha riacceso un faro su Chinatown e sulla convivenza tra la comunità asiatica e il folto gruppo di italiani che abitano il borgo. L’iniziativa partita da palazzo Marino, si può ipotizzare su suggerimento dei commercianti cinesi, prevede l’installazione di un paifang, il portale-tipo che si trova nelle Chinatown di mezzo mondo. Qualcuno ne ha improvvisamente sentito la mancanza e ha trovato ascolto nelle stanze del sindaco. E ora, emanato il bando, gli architetti (compreso lo studio Boeri, si dice) si sfideranno in pubblica tenzone. Il guaio però è che i residenti italiani sono contrari alla novità. L’associazione Vivisarpi sta organizzando una sorta di sondaggio e le opinioni raccolte dai giornali sono per lo più schierate per il no. Marco Del Corona, corrispondente per anni da Pechino e ora residente in via Sarpi, ha argomentato sul suo giornale, il Corriere della Sera, le perplessità della componente italiana. Nella sostanza il quartiere non è stato mai un ghetto e ha rappresentato invece un caso di buona integrazione-convivenza tra differenti etnie e un portale – magari “nel solito stile sino-kitsch” – creerebbe “un fuori e un dentro”, contribuirebbe a spezzare (anche se solo idealmente) legami più che a costruirne. Insomma è anacronistico.
La verità è che Via Sarpi è di sicuro il luogo rappresentativo della multiculturalità milanese ma le cose negli ultimi anni sono cambiate profondamente. Ed è importante ricordarlo per capire gli umori e l’orientamento dei residenti italiani. Una volta nella Chinatown ambrosiana erano dominanti i grossisti del tessile-abbigliamento cinese che ora si sono spostati a Lacchiarella o Agrate Brianza. Al loro posto sono sorte decine e decine di attività dello street food, i dehors hanno invaso il borgo e via Sarpi è diventata famosa perché è rimasto l’unico posto in cui a Milano si può mangiare relativamente a pochi euro. Una prerogativa che attira nel pomeriggio le seconde generazioni di tutte le etnie a cui si aggiungono la sera tutti quelli che non possono permettersi di entrare in un ristorante della Milano-città-premium. Il risultato però non è esaltante: spesso è difficile addirittura camminare lungo via Sarpi, i rifiuti prodotti dai take away e dalle enoteche sono i grandi protagonisti della scena e Chinatown ha scoperto anche la mala movida degli schiamazzi notturni. Tutto ciò genera un corto circuito che colloca i residenti all’opposizione. Chi abita da una vita in quelle stradine, come chi è arrivato con la gentrificazione, non avrebbe mai creduto di finire per abitare in una mensa a cielo aperto. E pensa che l’ultima cosa di cui sente la necessità è un paifang. In realtà se le autorità milanesi avessero voglia di metterci seriamente la testa potrebbero maturare l’idea che via Sarpi è tanto multi ma poco culturale. Mancano la musica, il cinema, l’intrattenimento solo per fare una prima lista e comunque non si può delegare lo scambio tra due comunità solo alla gastronomia.