GRAN MILANO
Viaggio a SivagStore, il negozio più “curato” di Milano
Da fuori sembra un outlet, dentro funziona con l’inflessibilità di un archivio giudiziario. Oggi sono esposti circa trentacinquemila beni e altrettanti sono custoditi nel magazzino adiacente. Ecco l’Istituto Vendite Giudiziarie del Tribunale di Milano
10 OTT 26

Foto di Greg Rosenke su Unsplash
C’è un negozio a Milano dove, se sparisce una penna, deve saperlo un giudice. Tutto ciò che vi entra – un vestito, una borsa, un orologio – proviene da una procedura giudiziaria e viene registrato in un verbale; quello che non viene venduto va riconsegnato, fino all’ultimo bottone, e se ne manca uno chi lo custodisce ne risponde, anche penalmente. Il negozio, SivagStore, è della Sivag, l’Istituto Vendite Giudiziarie del Tribunale di Milano, la società a cui un curatore (designato dal giudice) affida tutti i beni a liquidare quando un’azienda fallisce. Fino a una dozzina di anni fa, vestiti, accessori e piccoli arredi erano messi all’asta quasi sempre per lotti: se andava bene, cinquecento giubbotti venivano ceduti a venti o trenta euro l’uno. Poi, nel 2014, arrivano i fallimenti di due boutique milanesi: dodicimila capi, ottimi tessuti, finiture artigianali. E’ fine novembre, manca meno di un mese a Natale e Albino Bertoletti, l’amministratore della Sivag, propone al presidente del tribunale: perché non proviamo a organizzare una vendita al dettaglio? Si trova un ex mobilificio di poco più di settecento metri quadrati, lo si attrezza per un paio di mesi, “giusto un esperimento - dicono - niente di più”. A fine gennaio i ricavi sono cinque volte superiori alle attese, e così pure i creditori liquidati. Dodici anni dopo, il negozio è ancora lì, al civico 47 di via Farini.
A occuparsene c’è Elena Vedovato, l’architetto che lavorava nel vecchio mobilificio. Il negozio lo mandano avanti in sei – aiutati, sotto Natale, da studenti universitari “che così si pagano gli studi”. Quando il curatore la chiama, Vedovato va visionare la merce, valutandone quantità, condizioni, vendibilità e stagionalità - “inutile esporre costumi da bagno a settembre” – e decide cosa portare in negozio, a prezzi ribassati. Guai, però, chiamarli sconti. Qui si parla solo di “abbattimento”. E’ la percentuale che il curatore stabilisce sul prezzo di listino e oscilla tra il cinquanta e il novanta per cento in meno. La differenza non è solo semantica. “Il punto – ripete Vedovato – è che nulla di ciò che vendiamo è nostro. Siamo solo custodi: il ricavato, dedotte le commissioni stabilite per legge, viene versato integralmente alla procedura che provvederà a risarcire i creditori, per sanare i debiti delle aziende in difficoltà. Per questo, ogni pezzo è numerato, inventariato, verbalizzato”. E infatti le regole – tutte affisse all’ingresso del negozio su una carta plastificata – suonano tassative quanto quelle di un tribunale: non si entra con borse ingombranti, niente animali di grossa taglia salvo quelli di assistenza, e soprattutto niente resi e cambi. Una volta emesso lo scontrino, il bene esce dal verbale del giudice con la regola del “visto e piaciuto”. “E’ un limite che i clienti non sempre colgono”, ammette Vedovato. Ad esempio? “Il signore che compra un costume da bagno – provato, come da regolamento, sopra la biancheria intima – e il sabato successivo lo riporta indietro perché ’non va bene’, pretendendo un cambio che nemmeno i negozi di intimo concederebbero”.
Non tutto quello che arriva in via Farini, però, proviene da un negozio o da un’azienda in liquidazione (l’aggettivo “fallito”, ormai per legge, non si usa più). Ci sono, per esempio, le pellicce dimenticate nei “frigoriferi milanesi”, i depositi dove d’estate le sciure continuano a lasciare visoni e zibellini; se la proprietaria sparisce, smette di pagare e nessuno viene più a reclamarli, dopo un passaggio in tribunale possono finire qui. II piatto forte ruota invece attorno a pelli e pellami. “Qualche anno fa – ricorda Vedovato – arrivò uno stock di vestiti e accessori di alligatore, caimano, elefante, zebra e struzzo. Il pezzo più pregiato era un cappotto maschile di coccodrillo, lavorato da artigiani toscani che battevano la pelle finché diventava morbida come una pantofola”. Inutile chiedere se sia stato tutto venduto. “In un fiat, a 5.500 euro”. Sono le borse, però, a regalare le scene migliori. Nel 2024, dalla liquidazione di una piattaforma specializzata nella rivendita dell’usato di lusso ne arrivarono circa 250: Hermès, Dior, Valentino, Yves Saint Laurent. Alle sette di mattino del giorno di inizio vendita c’era gente davanti alla porta; poco dopo, la coda superava i cinquanta metri: è stato necessario distribuire i numeri e contingentare gli ingressi. Le borse più costose, riposte in un reparto dedicato, erano maneggiate solo con guanti di cotone; prima di provare un vestito bisognava infilarsi una federa bianca sulla testa, per non sporcare col fondotinta il tessuto. “Il problema non è soltanto impedire che qualcosa sparisca – osserva Vedovato – E’ evitare che venga rovinato”. E qui il repertorio di aneddoti si allarga. Qualche tempo fa, un bambino piuttosto vivace, davanti a una pelliccia, ha deciso di verificare personalmente la resistenza del pelo: strappandola a morsi. La madre, indignata, ha negato che fosse stato lui, le telecamere del negozio hanno detto il contrario.
Da fuori, SivagStore sembra un outlet, dentro funziona con l’inflessibilità di un archivio giudiziario. Oggi sono esposti circa trentacinquemila beni e altrettanti sono custoditi nel magazzino adiacente. Ogni sera l’incasso viene diviso procedura per procedura; a fine mese si calcola quanto è stato venduto. Il giovedì, invece, parte la newsletter: sedicimila iscritti ricevono le novità sugli ultimi arrivi – ieri erano trecento orologi al quarzo – sempre con data e ora di inizio vendita. “La procedura non cambia mai – assicura Vedovato – si tratti di una maglietta da tre euro o di una Birkin da trentamila”. A cambiare, semmai, è la partecipazione: per le magliette, in pochi guardano il calendario; quando arrivano le Birkin, no: davanti alla porta qualcuno aspetta già, numerino in mano.