Lombardia spera nel nucleare (e paventa un nuovo referendum)

Le centrali di nuova generazione essenziali per una Regione energivora. Brescia si candida a riceverle. Servono regole
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Foto ANSA

La Lombardia vive il paradosso più grande: dopo aver subìto lo stop al nucleare nei referendum del 1987 e 2011, oggi – in piena crisi energetica – è costretta a importare una quota assai rilevante di energia prodotta dalle centrali nucleari francesi e svizzere, a un passo dai suoi confini. L’Italia importa infatti da quei paesi circa 17,8 terawattora (TWh) di elettricità, una quota generata quasi interamente dai reattori nucleari transalpini di vecchia generazione e da quelli della Confederazione elvetica.
Ora, con l’approvazione della legge delega voluta da Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, il Parlamento ha definito gli obiettivi e i principi generali per il ritorno al cosiddetto “nucleare sostenibile”. Spetta al governo, nei prossimi mesi, scrivere i decreti legislativi necessari a regolare la produzione e l’utilizzo dell’energia nucleare (e, detto en passant, non chiudere i decreti entro lo scampolo di legislatura rimanente equivarrebbe ad azzerare tutto). Il governo punta in particolare sui cosiddetti Small Modular Reactors (SMR), cioè reattori modulari di dimensioni e potenza inferiori rispetto alle grandi centrali tradizionali, e su altre tecnologie avanzate come gli Advanced Modular Reactors (AMR). Si parla del 2034 come data possibile per l’avvio del primo SMR. D’altra parte la crescita verticale della domanda di energia elettrica – dovuta anche ai numerosi data center in fase di allestimento, l’altra partita cruciale per l’economia lombarda, ma non solo – impone scelte precise.
Marco Ricotti, ordinario di impianti nucleari al Politecnico di Milano è ottimista: “I tempi potrebbero essere ragionevolmente brevi”. Ma quali sono le qualità dei reattori nucleari SMR? “Il costo del kilowatt installato sarà superiore a quello dei grandi reattori, però hanno degli altri vantaggi. Il primo è quello del ridotto rischio finanziario, per costruire un grande reattore occorre mettere sul tavolo 15 miliardi di euro, per un reattore modulare ne bastano 5. I tempi di realizzazione sono ridotti, infatti la modularità permette di realizzare le componenti in officina per essere poi assemblate sul sito. Altro vantaggio arriva dalla cogenerazione. Infatti è più facile sfruttare, non solo l’energia elettrica, ma anche la produzione di calore, che può essere utilizzato anche per produrre idrogeno, teleriscaldamento, acqua desalata in grandi quantità, poi anche biocombustibili. Tutto questo potrebbe aprire mercati nuovi e rispondere anche alle esigenze di imprese energivore”.
Il tema della localizzazione non è secondario: potranno trovare posto attorno a città come Milano o Brescia? “Difficile pensare a un reattore nucleare nel cuore di una città. Anche se negli Usa hanno già discusso dei nuovi parametri di sicurezza per i reattori SMR, infatti l’autority che definisce i profili di sicurezza ha approvato una ‘zona di rispetto’ che è passata dalle 10 miglia per i reattori tradizionali alle 2-3 di questi ultimi. Questi reattori potranno essere collocati in prossimità delle aree industriali”. E le scorie? Tutti i reattori producono scorie, a seconda delle dimensioni. Il fatto positivo è che in Europa potremo gestire in sicurezza i rifiuti radioattivi pericolosi perché già nel 2028 entrerà in funzione in Finlandia il primo deposito per questo tipo di scorie. E poi altri paesi europei stanno lavorando in questa direzione, in Francia a Bure, nella regione della Mosa, poi a seguire la Svezia”, conclude il professor Ricotti.
A proposito delle imprese interessate, una delle aree coinvolte è senza dubbio il distretto siderurgico bresciano, ad alto consumo energetico essendo il primo cluster siderurgico e metallurgico in Italia per importanza strategica, volumi e capacità di export. Qui molti imprenditori locali premono perché si prenda in considerazione l’area per dislocare un primo reattore Smr. Confindustria Brescia, col presidente Marco Streparava ha parlato di “scelta irrinunciabile” per la quale è necessario accelerare, mentre Confapi ha promosso un’indagine interna alle Pmi nella quale il 73 per cemnto delle aziende si dichiara favorevole al nucleare.
“Per noi – spiega Guido Guidesi, assessore regionale allo Sviluppo economico della Lombardia – è l’unica tecnologia risolutiva per garantire l’autonomia energetica. Noi come regione siamo disponibili a dare una mano, stiamo seguendo lo sviluppo delle diverse tecnologie con particolare attenzione a ciò che dovrebbe fare la newco costituita dal governo”. Infatti l’esecutivo ha costituito una nuova società dedicata allo sviluppo e alla ricerca tecnologica sulle mini-centrali nucleari di terza e quarta generazione (SMR e AMR), con il coinvolgimento di grandi aziende di Stato e partecipate come Enel, Ansaldo Nucleare e Leonardo. “Ma è imprescindibile come punto di partenza – continua Guidesi – costituire l’Autority del nucleare, perché finché non ci sono i confini regolatori non si parte. Il governo deve provvedere così come hanno fatto gli altri paesi che hanno scelto il nucleare. Noi Regione Lombardia, assieme a Piemonte e Liguria, con una lettera firmata dai tre governatori abbiamo chiesto al governo che l’Autority abbia sede in Liguria”, conclude Guidesi. Ora non resta che lavorare sodo, tenendo alla larga il fantasma del terzo referendum abrogativo.