L’assurdo rischio per Milano di perdere la partita degli stadi

Inter e Milan erano partite per prime con il progetto del nuovo stadio nel luglio 2019, sette anni fa, ma Roma e Bologna potrebbero vincere in contropiede e avere i nuovi stadi prima. Non è solo un paradosso di tempistiche. È che l’operazione nuovo stadio, nonostante la vendita realizzata, è ancora in forse

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(Foto Getty)

Confidando da buoni appassionati di calcio nei miracoli della Zona Cesarini, a metà pomeriggio del 30 settembre ancora eravamo in attesa che la Figc (a sua volta in attesa di sapere quale sarà il suo destino: ma lì è tutta politica) comunichi finalmente l’elenco degli stadi candidati a ospitare le partite degli Europei 2032. Dalla prima scrematura si scenderà a cinque città. E siccome l’Italia non è un paese di rivoluzioni, nemmeno per il calcio, la pattuglia somiglierà alla solita: Torino con l’Allianz Stadium, Milano, Roma, Napoli e un ballottaggio tra Palermo e Firenze.
E qui, abbandonata la Zona Cesarini, si piomba in un mischione d’altri tempi che vede protagonista, incognita o forse vittima sacrificale di scelte perverse, proprio Milano. Perché Milano, nel 2032, non si sa ancora quale stadio avrà. Quindi, a rigor di logica, per quale impianto la Figc candiderà il capoluogo lombardo. (Piccolo disclaimer: anche per il dossier sulla candidatura per le Olimpiadi di Milano-Cortina si era dovuto specificare che l’inaugurazione sarebbe stata al Meazza, venduto o in procinto di essere abbattuto, fa lo stesso). La vicenda dello stadio di Milano è infatti un’infilata di paradossi e pasticci incredibile. Partiamo dal paradosso più recente: il comune di Roma qualche giorno fa – con il benestare della Conferenza dei servizi, in appena 90 giorni di iter – ha dato il via libera al progetto del nuovo stadio della Roma a Pietralata. Società e Comune sono d’accordo per l’inizio dei lavori entro marzo 2027 per avere l’impianto pronto nel 2031, in tempo per ospitare Euro 2032. Improbabile che accada, sarà l’Olimpico: ma il nuovo stadio è una scelta di interesse non solo privato ma pubblico, un percorso chiaro. A tempo di record, anche il Comune di Bologna ieri ha approvato il progetto del nuovo stadio del Bologna, privato, in zona Fiera. Ovvio, anche altre città vanno più a rilento sui progetti: a Napoli De Laurentiis sogna un nuovo impianto, ma il Comune ha deciso per un restyling del Maradona; mentre Firenze è alle prese col laborioso rifacimento del Franchi, dopo aver malamente bocciato i progetti della Fiorentina per un nuovo impianto.
Ma il caso di Milano è il più strabiliante. Qui le due società Inter e Milan erano partite per prime col progetto del nuovo stadio, luglio 2019, sette anni fa; eppure la decisione di vendere per la nuova edificazione parte dell’area (“Grande Funzione Urbana San Siro”) e per l’abbattimento (parziale, e si vedrà il risultato) del Meazza sono arrivati sul filo di lana nell’autunno scorso. Risultato: Roma e Bologna (Roma forse persino con due impianti, se decollasse quello della Lazio per il Flaminio) potrebbero vincere in contropiede e avere i nuovi stadi prima di Inter e Milan.
Non è solo un paradosso di tempistiche. E’ che l’operazione nuovo stadio, nonostante la vendita realizzata, è ancora in forse. Pende sul suo capo la spada di Damocle del Tar. Il Tar della Lombardia ha unificato cinque ricorsi contro la vendita e il progetto del nuovo stadio di San Siro, la sentenza era attesa entro settembre, pure quella, ma i tempi sembrano allungarsi. E ovviamente ci sarà poi il Consiglio di Stato. I ricorsi sono molto deboli o pretestuosi: contro la legittimità della vendita, contro la delibera sul pubblico interesse, approvata dalla maggioranza in Comune, sui vincoli storici, nonostante il Tar avesse già respinto le richieste di sospensiva che miravano a far scattare i famosi 70 anni dopo cui subentra la tutela della Sovrintendenza. E nonostante la stessa Sovrintendenza avesse chiarito che non c’era spazio per alcun vincolo, tantomeno architettonico. Poi i ricorso del promoter Claudio Trotta e del comitato Sì Meazza che mette in dubbio il prezzo della vendita (stabilito dalla Agenzia delle entrate), mentre Trotta lamenta la ristrettezza dei tempi del bando (regolarissimi), anche se è difficile immaginare che con qualche settimana in più avrebbe potuto racimolare quel miliardo e oltre necessario all’operazione.Tutto questo, con un certo margine di approssimazione, sempre di giustizia italiana si parla, potrebbe essere vanificato dal Tar.
La vera arma di chi vuole bloccare il progetto sono i tempi: già così sarà difficile rispettare le scadenze concordate col Comune: inizio lavori nel 2027 e stadio pronto nel 2031; inoltre gli studi di Foster+Partners e Manica hanno annunciato solo per fine ottobre la presentazione del progetto, ma è evidente che prima di formalizzare tutti i passi Inter e Milan (e pure il Comune) attendono di vedere chiusa la vicenda dei ricorsi. Poi c’è persino una inchiesta penale (turbativa d’asta e rivelazione di segreto d’ufficio) che, per quanto di recente le sentenze abbiano iniziato sgonfiare le roboanti inchieste urbanistiche, andrà per le lunghe. Tanto per le lunghe da costringere Inter e Milan a gettare la spugna? Probabilmente no, ma il paradosso si arrivare ultimi, o di rimanere con uno stadio vecchio e inadeguato (il sogno dei geniali archeologi del Meazza) è un vero autogol.