Calendario ricco nonostante i fondi in calo per i producer. Che farà il costoso Mudec?

In una girandola di inaugurazioni che sta affollando queste settimane, Palazzo Reale si conferma il centro della programmazione espositiva di Palazzo Marino. Si è scelto di andare sul sicuro con Dalí e la moda, opportunamente inaugurata da Anna Wintour durante la Milano Fashion Week 
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(Foto Ansa)

Si smontano le Alchimiste di Kiefer dalla Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale e si spera in nuove, felici alchimie per la stagione espositiva appena iniziata. Difficile fare previsioni: il periodo, lo confermano al Foglio diversi produttori di mostre attivi a Milano, non è dei migliori. Le mostre sono un business complesso con costi di produzione in crescita esponenziale e il portafoglio del pubblico è in netto dimagrimento. Il progetto di Kiefer, a questo proposito, è un caso interessante: prodotto da Marsilio Arte (con il contributo di due gallerie “pesanti” come Gagosian e Lia Rumma), è stato un “long form” (ha aperto lo scorso 7 febbraio e ha chiuso, dopo proroga, domenica scorsa) che ha attirato oltre 150 mila visitatori paganti. Un dato ottimo per l’arte contemporanea, lusinghiero rispetto alla media delle mostre più classiche a Palazzo Reale (70-80 mila presenze), ma lontano dai 275 mila visitatori del mostra blockbuster su Munch nell ’24-’25 (produzione Arthemisia).
In una girandola di inaugurazioni che sta affollando queste settimane, Palazzo Reale si conferma il centro della programmazione espositiva di Palazzo Marino (l’ultima della giunta Sala). Si è scelto di andare sul sicuro con Dalí e la moda, opportunamente inaugurata da Anna Wintour durante la Milano Fashion Week con tanto di fotografatissima cena di gala nel cortile del palazzo: duecento opere tra dipinti, disegni, video, abiti, sculture, oggetti e fotografie di e su Salvador Dalí, indagato non tanto come artista ma come personaggio surrealista, maniacale nell’autorappresentazione tanto da far apparire gli influencer di oggi dei totali sprovveduti. C’è voluta la co-produzione di MondoMostre e di Civita Mostre e Musei, e la collaborazione con la Fundació Gala-Salvador Dalí, per portare a casa un progetto “benedetto” dalla Camera della Moda, peccato manchino alcuni pezzi che han fatto la storia, come l’“Abito Aragosta” firmato da Dalí per Elsa Schiaparelli (tutti gli abiti icona della maison sono esposti fino al 15 novembre al V&A Museum di Londra: ubi maior…).
In attesa dell’opening di settimana prossima della più grande mostra mai realizzata in Italia su Francis Picabia, figura irregolare e sfuggente tra Impressionismo, Cubismo e Dadaismo (titolo suggestivo: “Picabia. Aprire le porte della notte” mentre la produzione è di Madeinart, la cui ultima mostra a Palazzo Reale risale a Max Ernst, 2022), è già aperta al pubblico l’altra “big” d’autunno. “I Brueghel. Le origini dei generi pittorici in Europe”, ideata da Bernard Aikema, è classica nell’allestimento (ma con qualche sbavatura nel colore delle didascalie di sala: il font bianco troppo sottile su fondo blu non agevola la lettura, ma presto, ci dicono, si porrà rimedio). Sposa un taglio sociologico: presenta nel complesso non molte opere (un’ottantina) e non tante dei celebri Brueghel, ma racconta come questa dinastia di fiamminghi sia riuscita a trasformarsi in quello che oggi chiameremmo un brand, re-inventando la pittura di genere, con affollatissime scene di contadini e situazioni “proverbiali” in cui vizi e virtù vengono impressi su tela. Una rivoluzione figurativa, della dei Brueghel, semplice solo in apparenza e infatti i destinatari dei loro copiatissimi quadri erano i ricchi, i soli capaci di decodificarne i significati allegorici: ottima, pertanto, l’idea di offrire mappe che agevolino a noi, oggi, la comprensione dei dipinti e delle intricate ramificazioni familiari).
La produzione dei Brueghel è 24 Ore Cultura, che la settimana prossima presenterà anche l’ultima mostra nel “suo” Mudec di via Tortona: per il gran finale (12 anni da concessionario, partner privato del museo che resta di proprietà del Comune) si gioca una gran mostra su Matisse e già ci si domanda su che cosa punterà dal prossimo marzo la società del Gruppo 24 Ore e soprattutto chi, tra i produttori di mostre “del giro milanese”, avrà l’ardire di prenderne il posto (tradotto: accollarsi gli onerosi costi di gestione del museo, e progettare mostre in spazi ridotti rispetto al passato perché sarà dato più spazio alla collezione etnografica permanente). Il bando per la nuova concessione predisposto dal Comune scadeva lunedì ed è andato deserto: la notizia non ha colto di sorpresa gli addetti. Presto (il tempo stringe) arriverà un bando bis.