Resistere o no? Cosa insegna il bizzarro caso del trust di Sala

Bene il sindaco sull’inchiesta (ma qual è il reato?). Male però offrire un “passo indietro”. Errori di metodo politico

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Il sindaco di Milano, Beppe Sala (foto di Matteo Corner per Ansa)

Resistere, resistere, resistere. Ironia della sorte, nei confronti della procura bisognerebbe usare la frase del procuratore Francesco Saverio Borrelli. E’ questo quello che dovrebbe fare la politica milanese, e invece rincula. Sempre e comunque. Male male. Ma andiamo per ordine, spiegando quale sia l’ultima assurdità che arroventa la politica milanese, e svela debolezze, incongruenze, garantismi negati pure da parte di chi ha fatto campagna per il sì al referendum.
C’è una società, si chiama Finalter. Soci di questa società sono un’altra società, la Cinque G, e Beppe Sala, sindaco di Milano. Il quale, quando si candida sindaco, oltre dieci anni fa, decide di mettere le quote di Finalter in un “trust”. Cos’è un trust? Uno strumento per fare in modo che non ci siano conflitti di interesse: il proprietario delle quote le vede congelate, non può fare proprio niente, e affida tutto a un trustee, che non può neppure chiamare al telefono. La Cinque G, invece, è di Pietro Galli, un amico di vecchissima data di Beppe Sala, che l’ha voluto accanto a sé in tutti i ruoli delicati che ha ricoperto, prima in Expo e poi nelle varie società partecipate (era nel cda di Atm). Il trust è stato affidato a un’altra persona di cui Sala si fida (ovviamente), che è un notaio. A un certo punto – e qui la cosa inizia a diventare kafkiana – una società di ingegneria, Engineering, che fattura un miliardo e 700 milioni (ripeto, un miliardosettecentomilioni) versa due milioni alla Finalter per dei lavori fatti. Incrocia che ti incrocia, la Finalter nel 2020, sei anni fa, investe comprando il 9 per cento di una società lussemburghese che detiene un pezzetto del colosso Engineering. Lo fa con un aumento di capitale che il trust amministrato dal notaio di Sala non sottoscrive. La procura che cosa fa? Indaga sulle somme versate da Engineering a Finalter. Fin qui, tutto bene. La Procura fa proprio questo, di mestiere: indaga. Ma una manina prende il tutto e lo fa diventare pubblico. Il racconto è molto ghiotto: c’è il sindaco, c’è un suo amico che ha fatto il consigliere di società pubbliche, c’è il colosso dell’ingegneria, c’è il Lussemburgo, c’è un notaio che intanto lavora pure con il Comune. Guarda caso, come fu l’anno scorso con l’urbanistica, proprio appena prima di andare tutti al mare.
Manca solo un piccolo, insignificante particolare: ma l’ipotesi di reato qual è? Qualcuno ha preso soldi che non doveva prendere? Il sindaco ha favorito qualcuno che non doveva favorire? Il sindaco sapeva di cose strane o illegali? Non è dato saperlo, perché c’è tutto il contorno, come se ci fosse il contesto per un giallo, ma senza cadavere né arma del delitto. E ancora: accusano il sindaco di non aver dichiarato questo trust. Invece salta fuori che sì, lo ha dichiarato Sala in Consiglio, che il trust era stato dichiarato nel 2016 e che poi non c’era l’obbligo di ri-dichiararlo se non in caso di variazioni. E non ci sono state variazioni. Tutto bene, da parte del sindaco.
Fin qui, i fatti. Poi c’è la politica. Il sindaco va in aula, lunedì, e professa la propria trasparenza, onestà e innocenza. E giustamente bacchetta anche chi gli muove accuse per queste cose. Perché lui non ha mai preso un euro, e non gliene frega neppure niente. Parla di Telecom, dove gestiva gli acquisti, e nessuno gli ha mai rimproverato nulla – anche se erano tempi in cui i fornitori erano pronti (e proni) a tutto. Bene.
Poi però fa qualcosa di – a nostro libero avviso – sbagliatissimo. Invece di ribellarsi (e dire “arrestatemi!” come avrebbe dovuto fare in almeno altre due occasioni: Expo e urbanistica), rincula: annuncia che venderà la quota ora congelata nel trust della società a valore nominale. Perché mai dovrebbe vendere quella quota se non c’è (e non c’è, è facile capirlo) nulla di illegale o non corretto? Perché mai si dovrebbe disfare di qualcosa che sta in un trust, creato apposta perché non si verifichino conflitti di interesse, sacrificando anche un ipotetico valore costruito dagli altri soci anche per lui, anche per le sue partecipazioni azionarie? Il sindaco sbaglia, sia consentito dirlo con franchezza. Perché così pone un’ipoteca sul futuro, e non certo solo il suo. Chi arriverà dopo di lui potrebbe dover conferire a un trust non 10 mila euro di quota, ma 10 milioni di euro. Perché mai dovrebbe rinunciare a soldi che gli spettano, con tutte le variazioni, in positivo o in negativo che nel frattempo saranno intervenute nel trust mentre lui era impegnato in un ruolo amministrativo? Più in generale: perché se la procura ipotizza una qualunque fattispecie, spesso lunare, di reato bisogna rinculare, dismettere le quote, accettare una sorta di condanna preventiva o di predominanza del sospetto (che di solito nasce o rotola a mezzo stampa), ritirarsi mi buon ordine? Se il trustee ha fatto bene il suo lavoro, non ci possono essere responsabilità per Beppe Sala, il sindaco di Milano. Ma purtroppo, nel mondo reale, o irreale, della politica giudiziaria, non è igienico né lungimirante provare a resistere, resistere, resistere. 
Ultima menzione di demerito, estremo demerito, per il centrodestra in Consiglio comunale. Ha fatto tutta una battaglia sul referendum e poi di fronte a una inchiesta vuota come questa espone cartelli con scritto “Milano è una mangiatoia”. Se il garantismo è con i propri e non con gli avversari, non è garantismo ma familismo. Se il garantismo non è con gli avversari, è una posa e non si ha titolo morale a sostenere alcunché. Purtroppo la destra milanese, e recentemente con esibizione in Consiglio di Ignazio La Russa in persona, ha sposato l’hip-hip hurrah! alle inchieste della procura sull’urbanistica senza un minimo di riflessione critica. Forse Giorgia Meloni e Matteo Salvini dovrebbero fare una scuola politica congiunta di garantismo per consiglieri comunali e aspiranti tali. Prima lezione: “Con la cronaca giudiziaria non si fanno le battaglie politiche”.