prove generali
La politica dei “segnaposti” in attesa dei candidati veri
A sinistra (soprattutto) ma anche a destra si moltiplicano i nomi con un sottinteso: poi che succede se ci leviamo?
11 LUG 26

Foto ANSA
Una volta la chiamavano la politica “dei segnaposti”. Veniva applicata, quasi scientificamente, dai partiti. C’era da correre per il sindaco di Milano? Ogni partito di una coalizione, anche e soprattutto quelli piccoli, trovava esponenti più o meno famosi da piazzare come “segnaposto”. Il significato era semplicissimo: quando arrivava il candidato “vero”, per levare il segnaposto ogni segretario faceva valere la propria forza contrattuale. A uno andava il vicesindaco, all’altro l’assessore al Bilancio, e via discorrendo. Molto spesso il gioco si allargava su Roma, con wild card per il Parlamento, se il calendario elettorale lo permetteva.
Sotto la Madonnina, in questi mesi, sta avvenendo qualcosa di inedito: i segnaposti non li piazzano più i partiti. Anzi. Nel centrodestra i partiti buttano nel frullatore più nomi per ognuno, di fatto elidendoli l’un con l’altro. Nel centrosinistra, invece, la segreteria metropolitana ha scelto la via del mormorio. Non proprio silenzio (o afonìa), ma sussurro. Sussurra che ci potrebbero essere le primarie, ma senza dire ad alta voce quello che tutti nel giro dei partiti sanno perfettamente: non è il Pd a non volerle (insieme al M5s i dem sono gli unici che le auspicano), ma buona parte degli altri partiti della coalizione. Frenano tutti, tranne il Pd (e il M5s), che fa di conto: con ogni candidato oggi in campo i dem si riterrebbero già automaticamente vincitori, tranne forse con una candidatura di Gianni Barbacetto, che romperebbe le uova nel paniere. Tuttavia, la ridda di candidature pone comunque il problema della semplificazione. Come si fanno a mandare fuori dal campo di gioco i tanti che si sono voluti impegnare? Per ognuno va individuata una contropartita. C’è chi potrebbe aspirare ad andare a Roma – ma i posti sono limitati e senza una legge elettorale certa tutto diventa complicato. Ancor di più perché oltre alle regole manca anche la data della competizione: a Roma si mormora che Giorgia Meloni vorrebbe votare prima delle amministrative, c’è chi dice che vuole evitare la coincidenza con le grandi città di sinistra, e chi dice che vuole evitarsi il logoramento dopo la sconfitta amministrativa prevista.
Dalle parti dei moderati di centrodestra c’è chi ipotizza che basterebbe una buona prestazione, magari proprio a Milano, per ribaltare la narrazione. Esattamente come è stato con Venezia dopo il referendum. Ma questo prevederebbe una attenzione spasmodica della presidente del Consiglio, che per adesso pare invece aver lasciato completamente i ragionamenti su Palazzo Marino al presidente del Senato Ignazio La Russa. Cosa che però sembra per ora aver soltanto aumentato il tasso di litigiosità. Ma torniamo al “concambio” per chi dovrebbe ritirarsi, a sinistra: c’è chi potrebbe volere un posto nella nuova amministrazione, soprattutto tra i giovani che si sono messi in gioco. C’è chi ha l’oggettivo problema di aver già fatto parte dell’amministrazione (ad esempio Anna Scavuzzo, Pierfrancesco Majorino, o Emmanuel Conte). Questi sarebbero i più restii a uscire – anche solo a livello potenziale o eventuale – dal grande gioco delle primarie. A oggi la strategia della segreteria pare quella dell’attesa del generale agosto, che tutto ferma. E dell’attesa del candidato forte (leggasi Mario Calabresi) che metta insieme le istanze dei protagonisti della rivoluzione arancione di Pisapia e dei riformisti, con l’occhio a Forza Italia che sta cercando di selezionare un candidato (Cottarelli o Cottarelli-style, non proprio fortissimo nei sondaggi) praticamente sovrapponibile per sensibilità e senso civico, con conseguente confusione del corpus elettorale (gli azzurri sperano di pescare a sinistra, ma è anche vero il contrario). E con blindatura di Azione e di un campo che su Milano sarebbe larghissimo, soprattutto se una candidatura come quella di Gianni Barbacetto si sottoponesse alle primarie. Che vogliono dire un grande podio per attaccare Beppe Sala ma anche un modo per avere un accordo preventivo con il più forte, in vista delle elezioni vere e proprie.