Non solo Murgia, ecco in arrivo una (bella) mostra sulla bruttezza

Oltre cento capolavori esposti nella sede di piazza della Scala dimostrano come il Rinascimento non è solo la culla confortevole della grazia di Botticelli o di Tiziano. Su tutti: il fiammingo Quentin Massys

27 GIU 26
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Matched Lovers di Quentin Massys (Foto Google Creative Commons)

Delle discettazioni sul pulmino letterario dei finalisti del Premio Strega si sa: secondo le note indiscrezioni (Repubblica e Corriere, ma non solo) lo scrittore Michele Mari avrebbe sentenziato che Michela Murgia fosse “intransigente e violenta perché era brutta”, allargando poi il campo a “tutte le donne insoddisfatte e che non piacciono”. A quelle parole, pronunciate sull’ormai noto van dello Strega-tour per Bisceglie, Teresa Ciabatti, scrittrice e amica di Murgia, avrebbe reagito. Mari (favorito allo Strega, prima) ha smentito, Ciabatti ha precisato che non vi è stato alcun “litigio furioso” ma un “confronto diretto di idee profondamente diverse, confermando però che l’oggetto del contendere era proprio “il corpo di Murgia”. La Fondazione Bellonci si è esibita in equilibrismi burocratico-letterari: le parole riportate sono “incompatibili con lo spirito del Premio”, ma lo scrittore resta in gara perché lo Strega giudica le opere, non le persone.
Se il dibattito (si va avanti dal 19 giugno) è lo specchio dei tempi, con tempismo perfetto, anche se non voluto, dalle Gallerie d’Italia arriva un intelligente contrappunto: l’annuncio della prossima mostra che la sede di piazza della Scala dedica a “Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento”, realizzata in partnership con il Bozar di Bruxelles dove è stata allestita, in una prima tappa, fino a dieci giorni fa. Oltre cento capolavori dimostrano come il Rinascimento non fosse solo la culla confortevole della grazia di Botticelli o di Tiziano (del primo vedremo uno strepitoso ritratto femminile, forse Simonetta Vespucci alias la Venere, in prestito da collezione privata, del secondo una Donna con in mano una mela dalla National Gallery di Washington). Già allora – ben prima della queerness come elogio della diversità – si concepiva l’idea di una “bella bruttezza” di cui i maestri nordici furono i più efficaci cantori. Su tutti: il fiammingo Quentin Massys, lo stesso che Umberto Eco volle in copertina nella prima edizione Bompiani della sua celebre Storia della bruttezza, il saggio in cui chiariva che nella storia dell’arte come nella vita, il brutto non è il contrario del bello, ma gode di una totale autonomia estetica.
Se infatti la bellezza è sottomessa alle rigide regole della proporzione, il brutto è fortunato: è libero, mutevole. Il brutto, lo testimonia anche la futura mostra alle Gallerie, ha stuzzicato la curiosità di Leonardo da Vinci, che si è dedicato a precisi studi scientifici per realizzare le sue teste grottesche, per non parlare del cremonese Vincenzo Campi, uno che andava a scegliersi come modelli non solo i brutti ma anche i poveri. La bella mostra milanese aprirà il prossimo 10 luglio, due giorni dopo la proclamazione del vincitore dello Strega: nell’attesa di sapere se la querelle estetica sulla via di Bisceglie inciderà sulla bevuta finale del giallo liquore al Ninfeo di Villa Giulia, resta irrimediabile la bruttezza, questa sì, di certe chiacchiere da salotto, anzi da van.