C’è un grande Piano verde dove nascono speranze (o incubi?)

Fino a oggi è mancata una lettura d’insieme per salvaguardare territorio, verde e ambiente; ma ora mancano una manciata di mesi alla fine del mandato. E il “Piano del Verde e del Paesaggio” in corso d’opera in Comune gioca le sue carte migliori sul fronte immaginifico

18 GIU 26
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Foto ANSA

Un tempo fu battezzata “ForestaMi” (tre milioni di nuovi alberi da piantare nella Città Metropolitana entro il 2030), la svolta verde di Beppe Sala, complice l’archistar del Bosco verticale, Stefano Boeri, che però non ebbe il tempo per favorire lo sviluppo della Taiga sotto la Madonnina. Poi, più pedestremente, nacque la Green Week, ultima (forse) nata delle settimane a tema destinate a consacrare la grande metropoli degli eventi (non sempre desiderati dai cittadini), questa volta a uso e consumo dell’anima ambientalista della maggioranza che sostiene il sindaco. Con l’urbanistica tattica (traduzione in lingua volgare: la rigenerazione fatta senza soldi) si affacciarono le “Piazze Arcobaleno”: una spruzzata di vernice colorata, due panchine e un tavolo da ping-pong per rendere più ospitali alcune piazze cittadine. Ma nonostante la “narrazione”, ai milanesi che oggi cercano refrigerio nei giorni di un’estate incipiente non resta che fiondarsi nell’antico bacino per idrovolanti, quello sì circondato dal verde: l’Idroscalo.
Andiamo con ordine, per inquadrare i tanti problemi che deve affrontare l’assessora al Verde e all’Ambiente del Comune di Milano, Elena Eva Maria Grandi, ambientalista di ferree concezioni. Da quello che abbiamo capito il “Piano del Verde e del Paesaggio” in corso d’opera in Comune e che dovrebbe arrivare a destinazione entro il 2026 gioca le sue carte migliori sul fronte immaginifico (te pareva, direbbero a Roma: siamo o non siamo la città dello storytelling?). E il colpo di genio arriva con la formula “3-30-300”: si tratta di una “regola” (parametro urbanistico d’uso internazionale) secondo la quale ogni cittadino dovrebbe poter vedere almeno tre alberi dalla propria abitazione (severamente vietato piantare arbusti sul proprio balcone o su quello del vicino), vivere in quartieri con almeno il 30 per cento di copertura arborea (provate a San Babila o in via Gluck) e trovarsi a non più di 300 metri da uno spazio verde accessibile (come sopra). Non è frutto di un eccesso di allucinogeni ma degli studi dell’ecologo forestale Cecil Konijnendijk (olandese), professore di Silvicultura urbana presso la University of British Columbia a Vancouver in Canada, che ha spiegato perché occorre costruire molte città giungla e piantare sempre più alberi. Per un’urbanistica sostenibile. A chi non piacerebbe vivere in una città come Vancouver, con 250 parchi e una ventina di spiagge (c’è anche l’oceano, “una piccola Beri”)? A un quarto d’ora a piedi dal centro della città c’è Stanley Park (il loro parco Sempione) che ospita alberi da 70 metri di altezza e una laguna a perdita d’occhio su cui volteggiano le oche selvatiche e i grandi aironi blu. Non diciamolo ai milanesi che vivono a Quarto Oggiaro o alla Barona.
Ma è l’assessora Grandi a svelare il mistero: “Diciamo che è una cosa di tendenza, in una città densa come Milano è una sfida, però serve come spinta. Diciamo che le nostre città devono diventare sempre più accoglienti e in grado di sviluppare sempre più sistemi verdi. E’ ovvio che se usiamo questi slogan l’efficacia è maggiore, rimangono come traguardi da raggiungere”. Fino a oggi è mancata però una lettura d’insieme per salvaguardare territorio, verde e ambiente; ma ora mancano una manciata di mesi alla fine del mandato, il Piano è solo una lettera d’intenti? “Le sensibilità verso i temi del verde urbano, della tutela dei suoli, del drenaggio delle acque, delle isole di calore, si sono affacciate molto di recente”, spiega l’assessora all’Ambiente. “Ora siamo di fronte a una situazione che ci fa cambiare prospettiva”. Come? “Stiamo lavorando a uno strumento di Piano (chiamarlo Piano del verde è un po’ riduttivo) tenuto conto che l’Europa lo renderà obbligatorio dalla fine del 2027. Quindi questo documento d’indirizzo (scritto in collaborazione con gli altri settori del Comune e le professioni, ndr) avrà la forza di identificare delle specificità, delle azioni, dei modelli che poi dovranno essere mutuati negli strumenti normativi”.
Ma il Piano come procede e come si concretizza? “Innanzitutto offre una mappatura sullo stato di fatto della città. Poi naturalmente ci sono le azioni da realizzare ambito per ambito. Riguardano le connessioni irrisolte, perché la città dovrebbe permettere alle persone di andare da un luogo all’altro con la sensazione di vivere spazi accoglienti: senza soffrire gli effetti dei cambiamenti climatici. Poi, lungo fiumi e canali, occorre riservare spazi drenanti per l’eventuale piena. Serve immaginare che le grandi strade d’entrata in città dovranno avere delle carreggiate ridotte rispetto alla viabilità veicolare privata, a vantaggio di alberature o della mobilità pubblica”. Una scelta ardita, questa, si può obiettare, poiché dovrà misurarsi con la capitale del terziario, che sposta ogni giorno 800 mila veicoli commerciali. Altro obiettivo del Piano sarebbe l’interramento delle ferrovie che entrano in città. (Bene, ma ricordiamo sommessamente ed en pasasnt che quando FNM ha provato a progettare, anzi solo parlare, di un possibile interramento della Stazione Cadorna si sono aperte le cateratte delle denunce per malaffare). L’assessora Grandi prevede che il documento d’indirizzo – dopo essere presentato per una verifica ai soggetti attivi del territorio – andrà in giunta e poi in Consiglio, entro la fine del mandato.
Per ora – in attesa che il sogno (o l’incubo) diventi realtà – occorre accontentarsi della promessa di 27 aree sulle quali potrebbe essere rimosso l’asfalto a favore di “superfici drenanti”. Ma allo stesso tempo procede lo “sfalcio ridotto” delle aree verdi cittadine. Si tratta di una pratica di gestione dei prati risparmiosa, che prevede una radicale riduzione del taglio dell’erba, con relativa messa a riposo dei giardinieri. Per la gioia di merli e piccioni e la disperazione dei cani, penetrati dai forasacchi (le spighe secche), che possono infilarsi nelle orecchie, negli occhi, nel naso o sotto la pelle degli animali. Avanti green.