Smart come siamo, o per vizio giornalistico, viene voglia di farsi guidare da una GoogleMaps del fiuto politico direttamente all’ultimo capitolo di “
Milano e il secolo delle città”, il libro scritto da Giuseppe Sala (La Nave di Teseo) che esce oggi e che il sindaco presenterà questo pomeriggio al Teatro Franco Parenti. L’ultimo capitolo, che si intitola “Milano e l’Italia - Il rapporto con la politica ‘romana’” e che qualche scintilla promette. Anche se l’autore è per stile pacato, gli autonomismi urlati non sono cosa sua. Però scrive, il sindaco di sinistra della città maggiore d’Italia, qualcosa che pesa: “L’esito del referendum sull’autonomia e la sconfitta di Ema sono due elementi che rivelano da una parte come lo scenario istituzionale sia destinato a subire forti scossoni nei prossimi anni e, dall’altra, come l’assetto di Milano nel suo rapporto con Roma non basti ad assicurare quegli esiti che l’attuale forza della città dovrebbe garantirle”. Niente di catalano o ultimativo, in questo: “Milano non è la capitale del paese e, soprattutto, non intende esserlo. Non ne ha le caratteristiche, non ne ha la voglia e non ne ha il tempo”. Epperò, ecco il punto: “Milano sta facendo la sua parte. Deve continuare a farla per sé – mentre il resto dell’Italia si accontenta delle ricadute di indotto (che ci sono) o di immagine (che certamente esistono) – o questo suo impegno può rientrare in un disegno politico del paese?”. Dunque la domanda (nell’intervista di ieri sul Corriere viene interpretata come “ultimatum”) è diretta: “O si ristruttura il corpo della nazione o le possibilità sono due: o Milano verrà risucchiata nei ‘confini’ e nei limiti del paese, o Milano si troverà costretta a fare sempre di più i conti con e per se stessa. Roma e l’Italia devono prendere atto che l’attuale assetto territoriale non è più (se mai lo è stato) nelle condizioni di garantire la salute del paese”. Quali proposte in materia abbia Beppe Sala, ve lo lasciamo scoprire. Diciamo soltanto che per un sindaco accreditatosi inizialmente come manager, Mr. Expo, giunto nemmeno a metà mandato scrivere un libro non di memorie ex post, ma programmatico e con l’ambizione di porre il “modello Milano” come tema nazionale è un atto politico, non solo una riflessione. E segna una cesura, forse un percorso.