Magazine
Omero, salva tu i moderni Ulisse
I profughi in fondo sono come il protagonista dell'Odissea, in cerca di un approdo dignitoso e strumentalizzati da un dibattito isterico. Problemi, paradossi e qualche idea di futuro
14 SET 26

La Croce rossa distribuisce cibo ai migranti approdati a Ceuta (foto Getty)
A metà degli anni 80, in una piazza casertana usata dai senegalesi per vendere mercanzia varia, quasi tutti prodotti di derivazione camorristica, mi sentii chiamare. Un ragazzo che vendeva della roba stesa su un panno, mi disse: signore, pissà. Era molto insistente, si contorceva col corpo e col dito indicava il suo occhio e poi il panno con la mercanzia e continuava a ripetere: signore pissà. Sono dopo ripetute cantilene intuii che pissà significava pisciare, e insomma mi chiedeva di dare un’occhiata alla roba mentre lui trovava un bagno. Così, ci fu uno scambio di persona, io divenni un venditore ambulante, di quelli che all’epoca venivano chiamati vu cumprà. Rimasi fedele all’incarico, continuai a sorvegliare la roba e subii una serie di sguardi da parte dei casertani che mi fecero sentire un italiano in Algeri, una sensazione sì estemporanea ma indimenticabile: ero un misero, passato dalla borghesia benestante a venditore di piazza.
Qualche tempo dopo quell’esperienza, leggendo per un lavoro l’Odissea, mi fermai sul canto VI, dove si parla dell’approdo di Odisseo, naufrago, nudo, infreddolito sull’isola dei Feaci. Qui viene trovato dalla figlia del re, Nausicaa, che accoglie un uomo nudo, lacero, sporco di salsedine e infreddolito. Riflettendo su tutto questo e ricordandomi di quando mi ero trovato nella parte del pissà, andai in una riunione di sezione, a Democrazia Proletaria, e proposi di fare qualcosa per i senegalesi che arrivavano in città. In fondo sono – dissi – dei moderni Odissei, costretti a supplicare per superare gli scogli e i flutti e garantirsi un approdo dignitoso. E così fu che nacque un’associazione, Africa Italia. Si proponeva di accogliere i migranti e risolvere alcuni dei loro problemi, quelli legati al vitto, alloggio, al lavoro. Volevamo essere come Arete e Alcinoo con Odisseo, capaci di ascolto e garanti di un buon ritorno a casa o di un soggiorno a casa nostra. Vabbè, poi fallimmo in molti dei nostri obiettivi, e l’associazione finì, del resto credo di non avere uno spiccato spirito umanistico come invece lo aveva Omero. Per anni comunque, memore dell’esperienza, mi sono occupato di immigrazione e alla fine mi sono reso conto che i fenomeni migratori costruiscono sempre dei grandi paradossi che andrebbero affrontati. Per farlo è necessario un dibattito serio sul fenomeno migratorio: il nostro, e non solo quello italiano, non lo è affatto.
Negli anni Ottanta mi ritrovai nei panni di un “pissà”, un venditore ambulante. Una sensazione estemporanea ma indimenticabile
Non so se avete presente quegli stadi di provincia che ospitano squadre che militano in serie minori, ebbene in quegli stadi contano solo le curve, in mezzo non c’è niente, nel senso che distinti, tribune sono deserte. Così sembra diventata la democrazia, una questione di curve, slogan e poca capacità e voglia di argomentare. Quindi ci si barcamena tra Nigel Farage che nel suo programma elettorale dichiara che: “L’immigrazione di massa da record ha danneggiato il nostro paese... Il multiculturalismo ha importato comunità separate che rifiutano il nostro stile di vita”. E, sempre per rimanere in Gran Bretagna, vanno segnalate le dichiarazioni di Zack Polanski, leader del Partito dei Verdi di Inghilterra e Galles, che in un articolo sul Guardian (2025) ha detto che “L’immigrazione è il superpotere della Gran Bretagna”. In Italia, vabbè, stessa cosa, tra accogliamo tutti e remigriamo tutti, tra reel che mostrano immigrati chiamati ironicamente “risorse” che danno in escandescenza e storie a lieto fine di immigrati che sono riusciti a migliorare la propria posizione. Una polarizzazione utile sono ai fini elettorali.
Entrambe le parti sono inferocite contro l’altra, ma non abbastanza critiche nei confronti delle proprie argomentazioni. Entrambi le parti chiedono agli immigrati ciò che conviene alla loro parte (i progressisti che i migranti risolvono il problema della denatalità, i marxisti che facciano la rivoluzione, quelli di destra che i migranti si convertano e combattono gli altri migranti e che confermino i pregiudizi così che diventino bandiere elettorali), ma nessuno fa i conti con i conflitti che queste richieste ci costringono ad affrontare. Il fatto è che lo si voglia o no, l’immigrazione modifica le dimensioni di una popolazione e la sua composizione in termini di età, competenze, etnia, religione o altri fattori. Dunque, qualsiasi benemerita e benvenuta e valida proposta di politica migratoria (che nella sostanza significa fare delle scelte, decidere a chi dire sì a chi no), dovrebbe indurci a riflettere seriamente su come l’immigrazione influirà sulla crescita demografica – e dunque sulla composizione della popolazione. Insomma, ci sono costi e benefici che andrebbero considerati, altrimenti il dibattito si polarizza e si insterilisce.
Ognuno chiede agli immigrati ciò che conviene alla propria parte: di risolvere il problema della denatalità, di fare la rivoluzione, di convertirsi
Ma a proposito di paradossi, esaminiamone uno: quello legato alla demografia. Già da solo basta per complicare la questione immigrazione. Da una parte c’è un fatto acclarato: senza immigrazione, in molti paesi ad alto reddito la popolazione diminuirà a causa del calo dei tassi di natalità (problema globale, ormai solo le popolazioni dell’Africa sub sahariana hanno alti tassi di fertilità, ma caleranno anche lì). L’immigrazione può aiutare i paesi ad affrontare la sfida dell’invecchiamento della popolazione. Tuttavia, a conti fatti, questo è molto meno efficace di quanto si creda. Un rapporto della Commissione europea del 2019 ha concluso che: “Né un aumento della natalità né una maggiore immigrazione fermeranno l’invecchiamento della popolazione”. I migranti possono essere giovani al loro arrivo e fare più figli, ma non rimangono giovani: invecchiano allo stesso ritmo di tutti gli altri e poi se raggiungono un livello di benessere vicino al nostro riducono l’indice di fertilità.
Uno studio dell’Istituto MPI (Migration Policy Institute) sottolinea che il recente piano di ripresa demografica spagnolo elenca “130 misure per affrontare l’invecchiamento della popolazione e il declino regionale senza un singolo riferimento ai migranti o all’integrazione, nonostante il governo stia espandendo l’immigrazione per ragioni demografiche”. A parte che molti paesi a basso e medio reddito che inviano un numero significativo di lavoratori verso i paesi ad alto reddito stanno invecchiando rapidamente, ma nei paesi di arrivo si registrano già casi di pensionati immigrati, alcuni dei quali privi di permesso di soggiorno, e molti stanno raggiungendo l’età pensionabile senza pensione né assistenza sanitaria. Tra i migranti che ritornano nel loro paese d’origine dopo aver lavorato all’estero, molti perderanno il diritto alla pensione a causa di contributi frammentati. Quindi, in un’ottica di ragionevoli politiche migratorie, sarebbe necessario che i paesi esplorassero già da ora diverse e non ovvie modalità per ripartire l’onere pensionistico in modo più equo, anche concedendo ai migranti autonomia nella gestione dei propri fondi pensione. Dunque, sottolinea l’MPI: “l’immigrazione può offrire una soluzione parziale all’invecchiamento della popolazione, insieme ad altri strumenti come l’innalzamento dell’età pensionabile, gli investimenti in produttività, le politiche a favore della famiglia e le riforme della previdenza sociale. Ma affinché ciò sia efficace, l’immigrazione deve essere integrata in una strategia demografica più ampia, anziché essere considerata un suo sostituto”.
Insomma, vero è che un’elevata crescita demografica, sostenuta da un’alta ondata migratoria, comporti dei vantaggi per tutti, ma ci sono costi significativi, difficili da ignorare. I nuovi arrivati hanno bisogno di case in cui vivere e mezzi per spostarsi (il boom dei monopattini e altri mezzi elettrici è legato all’immigrazione) e di svariate altre cose. Se non ci pensiamo poi formiamo dei ghetti e ce ne dimentichiamo. Per non dimenticarcene è necessario fare il conto delle risorse da impiegare. Tanto per dire, nel 2023, il flusso migratorio nel Regno Unito ha determinato una crescita demografica dell’1,3 per cento, probabilmente il tasso più alto (escludendo i periodi di guerra e le loro conseguenze) degli ultimi 200 anni, ma dall’altra parte per garantire ai nuovi residenti lo stesso livello di capitale dei residenti già presenti sarebbero stati necessari investimenti pari a circa il 6 per cento del pil, un terzo di tutta la spesa per investimenti del Regno Unito. Quindi, non è l’immigrazione a moltiplicare la produttività, ma il ruolo delle politiche di integrazione. Lo studio dell’MPI, esaminando il caso Paesi Bassi, scrive che “qui, tre quarti dei posti vacanti attuali potrebbero essere coperti se i migranti partecipassero al mercato del lavoro con la stessa frequenza dei nativi. Corsi di lingua, orientamento al lavoro, esperienze lavorative sovvenzionate e programmi di transizione possono consentire ai nuovi arrivati un accesso anticipato al lavoro, favorendo al contempo la successiva riqualificazione professionale”.
Questo vuol dire che una seria politica migratoria non può prescindere da una altrettanto seria e finanziata politica di integrazione. Del resto, non possiamo (nemmeno è giusto) pensare all’immigrazione separandola dalle politiche abitative, infrastrutturali e pensionistiche. E questo aspetto non è quasi mai considerato, visto anche la difficoltà di ragionare e pianificare a lungo termine. Cioè, i governi dovrebbero considerare i programmi di integrazione come un investimento in produttività, non come un costo per il welfare, come invece succede spesso.
L’International Migration Review (tra le migliori riviste che affrontano i temi sociodemografici, economici, storici, politici e legislativi legati all’immigrazione), a firma di Martin Ruhs e Philip Martin, studia questo paradosso tra demografia e immigrazione. Propone di cercare un compromesso tra numeri e diritti. C’è un tasso di immigrazione oltre il quale chi migra ottiene minori benefici economici e sociali. Facciamo due esempi. Una politica migratoria che prevede alti livelli di immigrazione ma concede ai migranti pochi diritti e nessuna possibilità di ottenere la residenza permanente o la cittadinanza. Paesi come gli Emirati Arabi Uniti (dove i migranti rappresentano oltre il 75 per cento della popolazione) e altri Paesi del Golfo sono quelli che più si avvicinano a questo modello. La popolazione locale appoggia gli alti livelli di migrazione perché le norme che limitano i diritti dei migranti consentono loro di trarne vantaggio. Vantaggio è un termine gentile, in realtà si tratta di sfruttamento. In Italia, nel settore agricolo, la maggior parte della manodopera che raccoglie le nostre famose primizie made in Italy è composta da schiavi. Il paradosso è che i migranti possono essere trattati male, ma possono trovarsi (o sognano) in una situazione migliore rispetto a quella che avrebbero avuto rimanendo nei loro Paesi d’origine, quindi accettano anche questo compromesso. L’altro approccio concede maggiori diritti ai migranti. Per esempio, per molti esiste un percorso verso la residenza permanente e la cittadinanza e dunque i diritti. Ma in questo caso è più difficile garantire che la popolazione tragga beneficio dalla migrazione. Se i migranti hanno accesso ai sussidi di welfare, se non sono schiavi, insomma, i pomodori non li raccolgono. Pertanto, quest’ultima sarà più propensa a selezionare i migranti da accogliere. E se ci sono leggi concepite per limitare questo rischio, un imprenditore ha più difficoltà (cioè meno convenienza) ad assumere lavoratori immigrati che si mettono sullo stesso piano degli altri non immigrati.
La popolazione locale appoggia alti livelli di immigrazione se ne trae vantaggio, soprattutto quando i diritti dei migranti sono limitati o violati
Alla fine i nostri dibattiti binari e polarizzati sulla migrazione ignorano il compromesso tra numeri e diritti, compromesso che dovrebbe costituire il sale di una buona politica migratoria (e di integrazione). Ci troviamo invece di fronte a una divisione tra chi è favorevole all’immigrazione, desidera un’elevata immigrazione e al contempo elevati diritti, e chi, dall’altra parte, è contrario all’immigrazione, preferendo una bassa immigrazione e non si cura dei diritti dei migranti. Entrambe le fazioni, erroneamente, fingono che non esista alcun compromesso. Considerato che nel futuro, visto lo stato dell’arte e anche la nuova geopolitica dei mercati, potremmo essere noi italiani, i nostri figli e nipoti a emigrare in Africa (già oggi con molta facilità lasciamo l’Italia), per non provare quella spiacevole sensazione di diventare dei pissà senza nessuno che ti ascolta, considerati anche i cambiamenti tecnologici (come l’AI, quali lavori saranno, quale manodopera dovremmo immaginare: matematici, informatici, assistenti, badanti, raccoglitori di pomodori?), visto che l’Ocse prevede che entro il 2060 il rapporto di dipendenza degli anziani raggiungerà il 50 per cento, ovvero per ogni due lavoratori ci sarà circa un pensionato, conviene da subito avviare politiche di integrazione (che al momento sono uno strumento sottoutilizzato sia per integrare i gruppi marginalizzati nel mondo del lavoro, sia per colmare specifiche carenze di competenze cercare accordi tra i paesi). Politiche che prevedono non solo l’apprendimento linguistico (uno studio danese ha rilevato che una formazione linguistica aggiuntiva ha aumentato significativamente i guadagni, l’occupazione e la prosecuzione degli studi), ma anche norme per integrare i lavoratori nei sistemi formali, quindi aumentare le entrate fiscali e consentire l’aggiornamento delle competenze (tenendo conto che le regolarizzazioni una tantum non sono attrattive, ma se diventano sistematiche possono incoraggiare le persone ad arrivare attraverso canali irregolari).
Una buona politica migratoria (e di integrazione) dovrebbe fondarsi sul compromesso tra numeri e diritti. Compromesso del tutto ignorato
Insomma, visto e considerato tutto questo, l’immigrazione andrebbe pianificata senza l’intervento delle curve calcistiche, anche perché laddove i flussi in eccesso sono stati fermati, è sempre avvenuto tramite accordi tra paesi. Tuttavia, visto il clima su questi temi, la parola “accordo” sembra una sconfitta di una delle due curve, quando invece si tratta di un compromesso tra diritti e numeri, tra accoglienza e respingimenti. Quindi quando vedremo meno o nessun reel di persone immigrate con problemi di salute mentale che danno in escandescenza e sentiremo meno santoni proclamare il dovere dell’accoglienza, allora forse saremo sulla buona strada della pianificazione dei fenomeni migratori.