Ascoltare Amato
Ragioni per diffidare dai finti cultori della Carta che sognano un proporzionale per via giudiziaria
Il ricorso contro lo Stabilicum trasforma una preferenza per il proporzionale in un vincolo costituzionale. Precedenti e testo della legge lasciano alla Consulta margini per correzioni, mentre i dubbi seri riguardano firme e tempi della riforma
15 OTT 26

(Foto Ansa)
Nel dibattito sulla legge elettorale si confondono preferenze politiche e valutazioni di costituzionalità. Lo ha ricordato Giuliano Amato alla festa del Foglio, evocando un vecchio riflesso del Pci. I ricorsi contro la nuova legge cercano di presentare una rispettabilissima concezione politica come l’unica ammessa dalla Costituzione. Ma la giustizia elettorale non può diventare il mezzo per ottenere in tribunale ciò che non si conquista nel confronto politico. Si suggerisce che la Carta imponga un parlamentarismo assembleare, nel quale “stabilità” e “governabilità” siano proibite. Ma la forma di governo parlamentare non impone di conservare un assetto storico, né esclude leggi che favoriscano maggioranze stabili. In poche parole: preferire il proporzionale è senz’altro legittimo, pretenderlo per via giudiziaria assai meno.
Le sentenze n. 1/2014 e n. 35/2017, su Porcellum e Italicum, riconoscono al legislatore ampia discrezionalità, purché non si producano distorsioni manifestamente irragionevoli. La stabilità può cioè giustificare una correzione della rappresentanza, ove non eccessiva. Per l’Italicum la Corte ammise un premio di maggioranza alla lista con il 40% dei voti validi. Oggi i ricorrenti vorrebbero calcolare la soglia sugli aventi diritto, a causa dell’astensionismo. Ma la Consulta ha già stabilito che questa è una «delicata scelta politica», non una soluzione costituzionalmente obbligata. Vero è che la soglia minima per l’attribuzione del premio è un elemento necessario, ma non sufficiente, poiché occorre pur sempre valutarne la distorsione complessiva.
Ma lo Stabilicum pone un tetto di 220 deputati e 113 senatori, esclusi gli eletti all’estero, che possono accrescere ancora parzialmente la maggioranza. Siamo oltre la maggioranza assoluta prevista in passato, ma ancora al di sotto delle maggioranze qualificate dei due terzi e dei tre quinti, previste per l’elezione degli organi di garanzia. La Corte potrebbe richiedere un premio limitato alla maggioranza assoluta (con qualche problema di funzionamento al Senato, visti i senatori a vita) o un meccanismo incrementale anziché in blocco, come in molte Regioni, ma sarebbe difficile non percepire la mossa come una limitazione della discrezionalità del legislatore.
Al Senato, poi, i premi regionali del Porcellum furono censurati perché potevano generare maggioranze divergenti nelle due Camere. Ciò non legittima ogni premio nazionale, ma dovrebbe consentire pur sempre di distinguere, alla luce dell’art. 57 Cost., la ripartizione regionale dei seggi dalla scelta nazionale di chi beneficia del premio. Anche sui capilista bloccati occorre evitare la tentazione di farne una questione di gusti: la Corte li ha ammessi per l’Italicum, considerando la dimensione ridotta dei collegi, la riconoscibilità dei candidati e le preferenze di genere per gli altri nomi. Elementi presenti anche oggi, salvo il possibile problema della parità di genere fra i capilista.
Come si vede, è possibile che la Corte corregga lo Stabilicum ai margini, ma l'impianto complessivo della legge sembra difficile da smontare. Restano due perplessità di fondo. La prima, condivisa da Amato, riguarda le firme: il minimo passa da 1.500 a 6.000 per collegio, mentre resta ridotto per chi ha un gruppo parlamentare. Chiedere una prova di consistenza numerica a chi è esterno al Parlamento è comprensibile, quadruplicare l’onere pare eccessivo. La seconda è sui tempi. La Commissione di Venezia raccomanda di non modificare gli elementi fondamentali del sistema nell’anno precedente le elezioni. Pur non trattandosi di un divieto costituzionale generalizzato, è un criterio di stabilità che varrebbe la pena osservare anche per una ragione più prosaica: le riforme costruite sui rapporti di forza dell'ultimo momento rischiano di fondarsi su calcoli di bottega che le urne finiscono per smentire. Ogni tanto, tenere le bocce ferme è una forma di prudenza istituzionale.