LA PM SUL CORTILE
La madre di tutte le inchieste sull’urbanistica milanese. Una storia istruttiva
Tutto nacque dal “giardino nascosto” di piazza Aspromonte, il primo caso da cui nascono le accuse poi ripetute nelle inchieste milanesi. Ora arriva la decisione del gip. Ma per Torre Stresa i giudici hanno già demolito la procura

Un rendering del complesso Hidden Garden nei pressi di piazza Aspromonte
Il 13 luglio 2022 giunge alla procura di Milano un esposto presentato dal signor Gian Carlo Paghera contro l’edificazione, o ristrutturazione edilizia di un precedente manufatto, autorizzata da anni e già in fase avanzata di un immobile residenziale in piazza Aspromonte, “Hidden Garden”. Il progetto è stato avviato nel 2017, è conosciuto e pubblicizzato dal 2018, il signor Paghera – come altri residenti nell’area confinante – ne è al corrente (abita lì davanti, un sopralluogo tecnico fu effettuato nel suo appartamento nel 2019) ma dal 2018 al 2022, nonostante grida e reclami e tentativi di fare pressione sul costruttore tramite l’amministrazione e la politica comunali, nessuno ha mai pensato di presentare alcun un ricorso amministrativo, che sarebbe nel caso lo strumento legale adatto. Ora d’un tratto arriva un esposto alla magistratura.
Al primo punto – e sarà la prima contestazione in elenco della successiva inchiesta – c’è la denuncia di una scorretta applicazione della normativa sui “cortili” urbanistici. E’ così che la sostituta procuratrice di Milano, Marina Petruzzella, si affaccia per la prima volta sul cortile.
Inizia in questo modo curioso, da una finestra sul cortile, una storia giudiziaria cruciale e simbolica, perché quella di piazza Aspromonte è la prima delle innumerevoli inchieste nate in fotocopia sull’urbanistica milanese; molte guidate dalla ora pensionata ex aggiunta Tiziana Siciliano, poi in odore di candidatura al Comune in un listino populista, e molte condotte proprio da Petruzzella, famosa per lo stile verbale, e a verbale, focoso: fu lei a inventare formule d’effetto mediatico come “scia diaboliche”.
Non è il primo processo, però. Il primo andato a sentenza (primo grado) riguarda l’inchiesta per la Torre Stresa, sempre guidata da Petruzzella, protagonista di una requisitoria flamboyant: “Enorme abuso”, imputati che “confidavano nella impunità… con strafottenza”, “abnorme iniziativa immobiliare”. Risultato: otto assolti su otto, e le motivazioni della sentenza, da poco pubblicate, fanno a pezzi non solo le ipotesi di reato, insussistenti, ma i metodi stessi della procura.
Ora è la gran madre di tutte le inchieste, “Hidden Garden” di piazza Aspromonte, ad avviarsi a giudizio: il 25 settembre è prevista l’udienza preliminare in cui il gip Maria Beatrice Parati deciderà se archiviare (il precedente di Torre Stresa conterà?) o rinviare a giudizio Andrea Bezzicchieri, titolare dell’impresa BlueStone che ha realizzato il progetto, e altri coimputati. L’inchiesta parte nel 2022, sono passati quattro anni che hanno squassato Milano.
Non succede, ma se succede… come dicono i tifosi del calcio. Nessuno può prevedere quale sarà l’esito dell’udienza preliminare del 25 settembre, l’esempio di Torre Stresa e lo smontaggio dei teoremi corruttivi da parte dei giudici potrebbero pesare. Ma la magistratura italiana non è common law, è un caleidoscopio interpretativo delle leggi.
La storia di Aspromonte vale però la pena di essere raccontata per più motivi. Perché è la matrice di tutte le inchieste. Perché illustra alla perfezione un modo di procedere dei pm e una più generale ideologia giustizialista pervasiva a Milano. Per la progressiva costruzione di una fattispecie di reato l’“attentato alla democrazia urbanistica”, come fu definito a un certo punto il monte-inchieste di rito ambrosiano. E per la stravagante questione del “cortile”.
Vale la pena partire dal cortile, dalla finestra dell’inquilino sul cortile, e dalla pm che un giorno del 2022 si affaccia sul cortile e ha la visione di un filone di inchieste devastante (per Milano) e potenzialmente infinito. Si era trovato il modello da replicare.
Il 13 luglio 2022, 31 mesi dopo l’inizio del cantiere, il signor Paghera presenta l’esposto. Contro l’abusivismo nel cortile, sostenendo che essendo il nuovo edificio alto più di 25 metri non poteva essere realizzato, e che “il Comune avrebbe dovuto approvare un Piano attuativo”.
Il ristrutturando edificio dagli anni Sessanta, acquistato dalla Editrice Quadratum, era di 5 piani fuori terra per 16,14 metri (la procura ha sostenuto 12,24), la ristrutturazione-ricostruzione di 7 piani fuori terra. Non esattamente un “ecomostro”, come subito scrissero, spuntato dal nulla su un grande prato verde, a ben misurare. BlueStone aveva svolte tutte le pratiche e ottenuto dal Comune un “permesso di costruire” l’edificio di 25 metri. All’esposto si collegano altri inquilini, assistiti dall’avvocata Veronica Dini. E’ così che i legali che si occupano regolarmente di immobiliare fanno conoscenza con la Dini, che poi diventerà punto di riferimento per tutti i ricorsi, le denunce e i comitati delle inchieste edilizie. In base all’esposto, il 14 ottobre 2022 la procura dispone il sequestro preventivo del cantiere (il sequestro preventivo è un fiore all’occhiello delle inchieste milanesi: si è arrivati a sequestrare cantieri ancora nemmeno esistenti né autorizzati). Ma dieci giorni dopo, il 24 ottobre, il gip non condivide l’accusa basata sul “cortile urbanistico” e annulla il sequestro. Poi una serie di ricorsi e controricorsi, fino al gennaio 2024, quando la Cassazione ha definitivamente bocciato il sequestro cautelare.
La questione del “cortile urbanistico” dimostra fin da subito la complessità, e l’aleatorietà, delle definizioni giuridiche e della loro applicazione. In questo, è davvero un simbolo del caso Milano. La procura, allora come ora, ritiene infatti abusiva la costruzione all’interno di un cortile. E questo nonostante il “permesso di costruire” fosse stato rilasciato nel 2019, dopo verifica, da parte dell’amministrazione e che fosse in regola con le norme del Pgt 2012 vigente e pure con quelle del nuovo Pgt 2020, adottato nel 2019. E avendo chiarito, da parte sua, il concetto di “cortile” già dal 2017.
Come si muovono allora la pm Petruzzella e la procura, per poter dimostrare che invece quello è un cortile? Serve una perizia. Anzi, inizialmente basta audire una persona informata dei fatti. Il primo in ordine cronologico è infatti l’architetto Patricio Eduardo Enriquez, il 28 settembre e il 5 ottobre 2022. Enriquez fornisce una definizione a suo avviso univoca e incontrovertibile di “cortile” (la definizione di “cortile urbanistico” nulla ha a che vedere col nostro uso comune della parola, è un termine tecnico giuridico in realtà tutt’altro che univoco). “E’ un cortile senza ombra di dubbio”, dice. Ma serve anche un “vero” perito. Viene chiamato a consulente l’ingegnere Pietro Gianni, che deposita una prima relazione tecnica l’8 ottobre 2022. Su quelle basi che la procura attua il sequestro che, come visto, i giudici sconfessano. Storia incredibile ma istruttiva.
Entrambi i consulenti della procura sostengono che quello di piazza Aspromonte è un cortile. Ma il giudice del Riesame, come si vedrà, non la pensa esattamente così anche in base alla non inidoneità delle consulenze prodotte. E’ ovviamente legittima e autonoma scelta di chi conduce le indagini di procura, la pm Petruzzella, nominare i propri consulenti. Ma, alla luce dei fatti, è anche legittimo domandarsi perché tra tutte le possibilità venga scelto Enriquez, titolare di uno studio, e a volte collaboratore dell’avvocata Dini. Si scopre infatti che un anno prima di essere escusso come “persona informata”, nel marzo 2021 era stato progettista per un immobile a poche centinaia di metri da piazza Aspromonte e caratterizzato da problematiche urbanistiche simili: “Intervento di sostituzione edilizia di una parte interna ad un isolato densamente costruito”. Insomma un cortile. Che però Enriquez ritiene legittimo. Sarà un esperto attendibile? Niente paura, Petruzzella sceglie un vero consulente tecnico, l’ing. Pietro Gianni, che rilascia due perizie.
Peccato che il Riesame, il 30 novembre 2022, nell’ordinanza con cui boccia il sequestro, scriva cose, se non gravi, almeno strabilianti e che vale la pena raccontare, perché indicative di un modus operandi. Su Enriquez, che sentenzia “è un cortile sera ombra di dubbio” e aggiunge pesanti critiche alla Commissione Paesaggio che aveva dato il nulla osta, il Riesame fa alcuni appunti. Scrivono i giudici, in riferimento al progetto “del tutto analogo a quello di BlueStone” su cui l’esperto aveva lavorato, che in quel caso “Enriquez ha convintamente sostenuto la tesi opposta a quella esposta al pm, ovvero che l’edificazione all’interno di un isolato non veniva all’interno di un ‘cortile’”. Con un particolare gustoso: in quell’occasione il “permesso di costruire” a Enriquez non fu concesso – e proprio da membri della stessa Commissione Paesaggio che nel caso BlueStone lui attacca pesantemente – perché quello sì era un cortile. I giudici ci tengono a chiarire che i termini tecnici e legislativi sono assai complessi, nonostante i giornali già titolino senza paura “Il pasticcio dell’ecomostro”. Ma soprattutto: “La circostanza che pochi mesi prima l’arch. Enriquez abbia proposto agli uffici tecnici comunali nell’interesse del suo progetto quella stessa lettura del termine ‘cortile interno’ che ha invece drasticamente contestato per BlueStone, incrina la credibilità delle sue valutazione al riguardo… dichiarazioni rese senza del resto alcuna menzione della propria ‘disavventura’ professionale e delle ragioni che lo rendevano così esperto in materia di ‘cortili’, ragioni che potevano anche influenzarlo (per rivalità verso il più fortunato concorrente)”. Strabiliante. Quanto al secondo consulente Pietro Gianni che aveva definito “pacifica” la qualificazione dell’area (“talmente evidente e ovvio che si tratta di un cortile”) scrive però il Riesame che il suo curriculum “evidenzia che la sua professionalità si è sviluppata nel settore dell’editoria e della stampa, ben poco affine all’oggetto del procedimento”, avanzando il sospetto che non avesse “neppure titolo” per occuparsene. Dunque perché fu scelto? Ecco come venivano messe in piedi le perizie sul cortile. Potremmo dire, senza forzare il giudizio, in modo funzionale alle tesi d’accusa. Fortunatamente per i pm, anche il terzo consulente chiamato, l’architetto Roberto Maccabruni, uno specialista, nella propria relazione del 29 novembre 2022 sostiene la tesi dell’accusa, “è cortile ad ogni effetto”. Ma il sequestro del cantiere viene, come detto, respinto.
Ma è qui, con le perizie di Maccabruni, che nel 2023 avviene il salto quantico delle inchieste. Cambia la tipologia dei reati contestati. Sta per accadere un terremoto, ormai molto più ampio di una finestra sul cortile.
Bisogna andare con ordine. La prima perizia di Maccabruni introduce anche il tema della violazione delle distanze tra pareti finestrate, una legge del 1968. (En passant, è curioso che nella sentenza della Torre Stresa sia stato bocciato seccamente il ricorso di una privata cittadina su un tema limitrofo, il “soleggiamento”: “In conclusione, si deve ritenere che l’intervento di via Stresa soddisfa la verifica delle distanze… con la conseguenza che le condizioni di soleggiamento devono ritenersi adeguate”). La perizia però non formula ancora alcuna osservazione su un aspetto che poi diventerà cruciale, la “violazione dell’art. 41-quinquies, comma 6, della Legge n. 1150/1942” (sì, siamo tornati all’unica legge nazionale, di 84 anni fa), cioè l’obbligo del “piano attuativo”. Senza il quale, come abbiamo scoperto negli anni scorsi, tutto viene travolto dalle “scia diaboliche”, ovvero la Segnalazione certificata di inizio attività, che esiste con diverse formule fin dagli anni ’90. Il salto quantico delle inchieste è in arrivo.
La violazione del “piano attuativo” compare infatti solo nella terza consulenza di Maccabruni, il 18 aprile 2023. E’ la chiave di volta di tutte le inchieste a venire: la mancanza del piano attuativo. Senza il quale, tutto il resto sarà abuso e corruzione. Oggi i pm invocano quella norma, l’art. 41-quinquies, comma 6, della Legge n. 1150/194, come un pacifico e condiviso dato di fatto noto a tutti e che ben doveva essere rispettato anche nel passato. Ma non era così, costruttori e amministratori si sono legittimamente regolati in base ad altre norme (in effetti una giungla di carta, più che di cemento) fino al 2023. In sostanza, sono state necessarie quattro consulenze tecniche e due anni per individuare l’arma fine di mondo da utilizzare nelle inchieste. Come è stato possibile? Dopo che per quattro anni nessuno ha presentato nemmeno un ricorso al Tar? Non solo agli operatori o agli amministratori comunali, ma nemmeno ai professionisti della procura nelle prime fasi delle indagini era venuto in mente che le regole normalmente applicate fossero gravi reati (corruttivi).
L’inchiesta Hidden Garden è la prima, cruciale per capire anni di indagini basate su uno stesso schema di accuse. Il controverso reato di mancato piano attuativo e il racconto del “sistema corruttivo” nascono nel tempo e col supporto di un’onda populista cui la politica si piega. Un teorema che pero è già stato smentito da tribunali e Cassazione. Wait and see
Ma a questo punto occorre fare un salto indietro di qualche anno. L’idea al costruttore Bezzicchieri di costruire “Hidden Garden” viene, quasi per caso, nel 2016: c’è la possibilità di acquistare un immobile. Sono ancora gli anni in cui lo sviluppo edilizio, sostenuto dai privati, sorvegliato ma non ostacolato dall’amministrazione pubblica, è visto senza preventivi sospetti. Le regole esistono. Come ogni imprenditore diligente Bezzicchieri parte da uno “studio di fattibilità”, incarica l’architetto Paolo Mazzoleni di studiare uno “schema planivolumetrico”. Mazzoleni in base a un’analisi storico-urbanistica ritiene che l’edificio non si trova in un “cortile urbanistico”, ma correttamente il quesito va posto alla Commissione Paesaggio, il Pgt prevede una specifica procedura. Nel 2017 la Commissione conferma che il contesto non è un “cortile urbanistico”. Nel 2019, oltre 16 mesi dopo la data di presentazione, arriva il “permesso per costruire”. Giusto per dire che le cose a Milano non sono mai state fatte con camarille di cricche colluse. E rispettando sempre i tempi di legge.
Pronti a partire, dunque? Non proprio. C’è un altro curioso aneddoto, che raccontiamo soltanto perché dimostra come già alla fine dello scorso decennio fosse, in realtà, un clima sociale litigioso e rivendicativo diffuso in città a creare l’humus delle future eruttazioni giudiziarie; e come al contempo la politica, tutt’altro che complice degli “speculatori”, fosse assai cedevole al pressante clima litigioso nascente. La storia. Nell’estate del 2019, poco dopo aver avuto l’ok per i lavori, il progettista Mazzoleni viene contattato da Pierfrancesco Maran, allora assessore all’Urbanistica: sta ricevendo pressanti lamentele da parte di alcuni abitanti di piazza Aspromonte, non proprio le future “famiglie sospese” vittime dei sequestri. Propone un incontro informale e distensivo tra inquilini e BlueStone nel suo ufficio. Cosa piuttosto irrituale. Ma non può che confermare ai protestatari che il “permesso di costruire” è in regola. Loro non sono soddisfatti, le pressioni proseguono, e dopo discussioni e inviti dell’assessore BlueStone accetta un accordo e una transazione (la “variante villette”) per modificare alcuni aspetti del progetto. L’accordo è controfirmato, Maran benedice l’irrituale procedura e finalmente a maggio 2021 il nuovo piano con variante è approvato. Il comitato “villette” esce di scena, ma sono pronti a entrare in campo altri portatori di interessi. Quelli che andranno dritti in procura. E’ un meccanismo che potremmo definire pre-legale, che però a partire dall’inchiesta “Hidden Garden” sarà in molti casi decisivo per le sorti dell’urbanistica milanese. Comitati spontanei, gruppi di pressione più o meno coordinati e con accesso ai spocial, connivente simpatia degli organi di stampa, singoli cittadini ricorrenti alla procura o al Tar diventano la sponda naturale della procura.
Com’è che quando la storia del cortile si rivela debole, parte il resto? Perché – a fronte di tutti i permessi regolari – dal 2016 al 2022 nessuno riscontra un illecito tale da ricorrere al Tar? La risposta sta scritta nelle stesse carte della procura: a nessuno viene in mente perché non c’è materia. Tant’è vero che all’inizio e per quasi due anni la pm Petruzzella osserva dalla finestra il cortile.
Ciò che decideranno i giudici, tra pochi giorni se questo caso andrà o meno a processo, e ciò che potrà poi stabilire il tribunale non è dato sapere. Ma intanto l’inchiesta nata in un cortile aveva cambiato registro e strada.
Perché nel frattempo, tra il primo sequestro del 2022 e l’individuazione della fattispecie di reato che farà da contorno tutte le inchieste nel 2023 il clima di Milano è cambiato. Si è avvelenato. Fioccano le inchieste fotocopia – per tutti c’è un’accusa di abuso, di truffa per aver usato il temine ristrutturazione per nuove edificazioni (il Foglio ha più volte chiarito come sia una delle definizioni più contraddittorie e inapplicabili della legislazione edilizia), un sequestro preventivo. Nascono i comitati, la rete informale che va dall’avvocata Dini ai cronisti da sempre ostili alla giunta Sala ai blogger agli autori di pamphlet di denuncia del malaffare urbanistico determinano il nuovo clima. Pronto ad applaudire persino nelle piazze l’opera dei pm. La storia è nota. L’amministrazione sotto attacco rincula, la sinistra populista intravvede la strada per rifarsi una verginità scaricando il proprio passato amministrativo. La destra populista spera senza troppa intelligenza di far saltare il banco grazie all’attivismo della procura di Marcello Viola.
La pm Petruzzella è uscita dal cortile. Ovviamente non da sola: a lungo la conduzione è nelle mani dell’aggiunta Siciliano, con loro lavora un pool stabile e coeso. E’ diventata titolare di altre roboanti inchieste, Torre Stresa (esito che sappiamo). L’indagine Pirellino, Papiniano 48, il cantiere Torre Unico-Brera di via Anfiteatro (una paradossale storia di sequestri in aperta contraddizione persino di sentenze amministrative). E la grande operazione sul presunto “sistema corruttivo” del luglio 2025, con richieste di arresti eccellenti che hanno lambito anche il sindaco, poi letteralmente fatta a pezzi dal Riesame e dalla Cassazione. Non si tratta di stilare un palmarès, è semplicemente per evidenziare come tutti questi procedimenti giudiziari si tengano assieme.
Nel frattempo Andrea Bezzicchieri è finito addirittura in carcere, ma per un diversa inchiesta, appunto quella del “sistema corruttivo” per la presunta corruzione dell’architetto Alessandro Scandurra, ex membro della Commissione Paesaggio. Accusa costata qualche settimana di inutile detenzione in carcere per il costruttore, subito infatti scarcerato dal Riesame. Esito dell’inchiesta: è stata demolita dai giudici del Riesame e dalla Cassazione: “Mancanza di gravi indizi”, “una semplificazione argomentativa svilente”. Ma erano i giorni cupi dell’estate 2025, quando iniziano a vacillare i teoremi corruttivi della procura e i pm provano ad alzare il tiro sui piani alti della politica.
Si arriva, nel luglio scorso, all’udienza preliminare con richiesta di processo. Falso, lottizzazione abusiva e corruzione per 26 persone, tra cui l’ex presidente della Commissione Paesaggio Giuseppe Marinoni e l’ex vice Giovanni Oggioni. Col suo solito tono barricadiero Petruzzella ha parlato in requisitoria di “macroscopiche falsità” che hanno portato alla realizzazione di “volumi abnormi”. E sul tema generale si scaglia contro la supposta “buona fede di operatori pubblici e privati”, in un paese che “ha enormi problemi con l’urbanistica e con il diritto” e dove manca “una coscienza diffusa sugli enormi danni” provocati.
Ma nel frattempo qualcosa d’altro e di diverso è accaduto a Milano. Oltre lo sgonfiarsi delle ipotesi della “grande corruzione” che avrebbe avvolto per anni in un “sistema” Milano. Nel giugno scorso è giunta la sentenza di primo grado su Torre Stresa: otto assoluzioni piene su otto: “Per tutti difetta l’elemento soggettivo del reato, sia doloso che colposo”. La scorsa settimana sono state rese note le motivazioni, e sono a dir poco demolitore sia rispetto al contenuto delle inchieste e dei reati ipotizzati – in fotocopia appunto con altri casi – sia del metodo stesso di lavoro del pool della procura. Innanzitutto, e tema chiave, la questione delle interpretazioni di leggi e regolamenti: “Il presente processo si è risolto principalmente nel raffronto tra diverse interpretazioni di norme, urbanistiche ed edilizie di rango statale, regionale e comunale per verificare la procedura seguita dai funzionari del Comune di Milano”. “Non è stato dimostrato quanto sotteso all’impostazione accusatoria, ossia che, al fine di ottenere l’assenso all’intervento edilizio de quo e ottenere i titoli abilitativi… vi sia stato un accordo illecito tra costruttori e funzionari, volto a trovare interpretazioni di ‘comodo’ e scorrette alle norme, conferendo una ‘parvenza di legittimità’ e provocando ‘mirabolanti distorsioni’ delle leggi”. E ancora: “Nessun elemento probatorio è stato indicato a sostegno della tesi del complotto o di un possibile accordo criminoso tra gli operatori economici e i professionisti e i funzionari comunali, come pugnacemente ritenuto dalla procura, per ottenere un titolo abilitativo illegittimo per intraprendere le opere edilizie progettate”. Pugnacemente: i giudici hanno scelto un avverbio perfetto per descrive l’ostinazione, e l’atteggiamento prevenuto verso costruttori e amministratori, con cui i pm di Milano hanno costruito in ormai quattro anni il loro castello accusatorio.
Ora, noi non sappiamo come andrà (non succede, ma se succede…). Per rispetto dei fatti e dei ruoli, non sta a un giornale stabilire chi abbia ragione tra la difesa e l’accusa. Sappiamo invece alcune cose che dovrebbero essere tenute presenti. Almeno in un dibattito pubblico onesto, di cui Milano in un anno elettorale ha molto bisogno. Innanzitutto che la materia delle regole urbanistiche ed edilizie è estremamente complicata e contraddittoria. Dalla legge n. 1150/1942, tuttora la principale Legge urbanistica nazionale, più volte modificata, fino al Piano di governo del territorio di Milano del 2020, per tralasciare regolamenti e circolari, sono almeno una ventina le disposizioni che in ognuna delle inchieste milanesi sono stati utilizzate, chiamate in causa, messe in opposizione. A partire dal concetto stesso di “ristrutturazione edilizia”, su cui esistono addirittura sentenze contrastanti del Consiglio di Stato. Quello che è chiaro, alla fine di questo complesso e a tratti assurdo percorso del caso di piazza Aspromonte, è che si tratta di un’inchiesta nata da motivazioni opinabili – l’opposizione di privati a un’operazione edilizia rispettosa di tutte le regole – e trasformata nel corso del tempo in una definizione di reati che ha avuto, e tuttora ha, un orizzonte giudiziario e un ricasco politico più ampio e notevolmente diverso. Ipotesi di reato si sono mescolate e sommate, e sono diventate nel frattempo luoghi comuni del dibattito pubblico (gli speculatori, la corruzione, il disagio abitativo imputato solo agli immobiliaristi e non, per esempio, a una decennale mancata programmazione e decisione politica). Un’iniziativa giudiziaria condotta in modo “pugnace” su presupposti contraddittori ha contribuito a generare un clima negativo, a partire dalla messa sotto accusa di funzionari pubblici e imprenditori, che ora le sentenze potrebbero smentire. Se le leggi, perché contraddittorie o semplicemente perché superate dal tempo e dalle nuove esigenze, vanno cambiate le si cambi nelle sedi deputate. Il resto produce meccanismi distorsivi che ricadono su tutti, e su Milano innanzitutto. Una finestra sul cortile non può essere l’unico punto di osservazione di una metropoli. E nemmeno la cattedra di un tribunale.