giustizia televisiva
Il metodo Ranucci davanti allo specchio dei propri errori
La storiaccia “Report”-Lavitola servirà almeno contro certi metodi “investigativi” e contro il moralismo con cui si giudicano cene e frequentazioni altrui

Foto LaPresse
Premessa: parlo del “metodo Ranucci” per esperienza diretta. Più di una. Per esempio - ho già avuto modo di farne cenno sul Foglio qualche settimana fa - ho difeso un imprenditore marchigiano molto intraprendente, che propose a banche di primario rilievo di offrire ai propri correntisti investimenti in diamanti. Iniziativa di grande successo, seguita da decine di migliaia di risparmiatori. Irrompe il “giornalismo di inchiesta” di Report, secondo cui i diamanti valgono molto meno del valore dichiarato, insomma è una mega truffa. Chi lo dice? Non un gemmologo, ma un gioielliere preso a caso, ed un listino internazionale (Rapaport) che i nostri segugi leggono capovolto. La Guardia di Finanza e la Procura di Milano danno seguito giudiziario all’inchiesta come se questa roba qui fosse oro colato. Querele proposte (dopo la trasmissione, ovviamente) da una trentina di clienti su 30mila, guarda caso tutti residenti a Milano o immediati dintorni. L’imprenditore viene arrestato (oltre un anno tra carcere e domiciliari), aziende e beni sequestrati per quasi 200 milioni e dati in pasto alle amministrazioni giudiziarie, una vita di lavoro distrutta, una famiglia travolta. Quando anni dopo arriviamo al dibattimento (a Roma, per competenza territoriale), ad ogni domanda tecnica sul valore dei diamanti il maresciallo della GdF coordinatore delle indagini risponde - facendo imbestialire l’esterrefatto giudice - che lui non sa essere preciso, ma che “lo ha detto Report” (ma una bella inchiesta sull’inchiesta, magari?). Assolto perché il fatto non sussiste in primo e (definitivamente) in secondo grado. Sentenze molto severe sulla indecente qualità della indagine. Quanto a Report: sarebbe bastato parlare con un gemmologo, e farsi spiegare bene cosa fosse davvero il listino Rapaport. Ma se tu lavori puntando al risultato già consolidato nella tua convinzione o nel tuo obiettivo giornalistico, i riscontri che potrebbero metterti in crisi li eviti, li sterilizzi, non vai certo a cercarli.
Altra esperienza, altro “metodo Ranucci”. Campagna referendaria, manifestazione pubblica, vengo avvicinato dalla troupe di Report. La voce fuori campo spiega chi sono, che presiedo il Comitato per il Si, poi inopinatamente aggiunge, senza un motivo plausibile, che sono difensore dell’avvocato Tizio, secondo i giudici calabresi massone e concorrente esterno delle cosche calabresi (sentenza non definitiva, mi limito a dire). Segue nel montaggio una clip sulle presunte “gesta criminali” del mio assistito. Poi si torna a me e il giornalista mi chiede se quel mio cliente vota Sì. Ma che cazzo c’entra? mi viene quasi da rispondergli. Come è possibile – insiste lui – che non ne abbiate mai parlato? Risultato per chi guarda: votano Sì i massoni, gli ’ndranghetisti e i loro reticenti avvocati. La Cassazione chiama queste porcherie “accostamenti suggestionanti”, ma loro ne sono orgogliosi: è “giornalismo d’inchiesta”, dicono tronfi.
Fine della premessa.
Veniamo, con garrulo ottimismo, al radioso futuro. Vogliamo dirci convinti che questa storiaccia (perché è una storiaccia, ma proprio brutta assai) Ranucci-Lavitola un risultato positivo è forse destinata a regalarcelo: Ranucci e Report, messi – come in uno specchio – davanti ai propri metodi “investigativi”, ai criteri di selezione delle fonti notiziali cui sono avvezzi, al moralismo giacobino e iattante con il quale giudicano le cene altrui, le frequentazioni altrui, la messagistica altrui, le trombate altrui, materiale con il quale impastano voluttuosi le proprie “inchieste”, magari cominceranno a rifletterci un po’ su. Non parlo di ravvedimenti, sia chiaro, non sono così sprovveduto; ma qualche primo ripensamento, magari silenzioso, introverso, o perfino scambiato a mezza bocca tra redattori davanti a un caffè in questi giorni un po’ difficili, e pur ribadita la piena solidarietà al condottiero, forse potrebbe cominciare a fare capolino. Qualche segnale importante, d’altro canto, possiamo già coglierlo.
Prendiamo queste querele per diffamazione e – udite udite – violazione del segreto investigativo che il dott. Ranucci ha presentato qualche giorno fa contro gli ignoti che hanno osato passare ad alcuni giornalisti (diversi dalla redazione di Report) notizie coperte da segreto investigativo: vi pare poco? La premessa della severa e indignata iniziativa giudiziaria può essere una sola: durante le indagini, i pubblici ministeri devono poter lavorare nel più impenetrabile segreto, come del tutto opportunamente prevede il nostro codice di procedura penale. Non censuriamo certo i giornalisti – ha voluto precisare il prudente difensore del dott. Ranucci – che pubblicano doverosamente le notizie delle quali giungono in possesso, quanto piuttosto le sconosciute loro fonti notiziali, che chiediamo di individuare, una per una, nominatim, e di punire senza fallo, come previsto dalla legge. Perché questo materiale che circola, tipo il contenuto delle chat di Lavitola, i pedinamenti dei suoi nerboruti collaboratori, l’intercettazione di Tizio e di Caio, buttati lì così, senza un contesto chiaro, senza l’acquisizione di confortanti riscontri e – sopra ogni altra cosa – senza la benché minima interlocuzione con i difensori degli indagati o ancora meglio con gli indagati stessi, insomma – come si dice? – senza aver nemmeno sentito “l’altra campana”, beh tutto ciò è molto grave, e stupisce e indigna chi abbia a cuore le regole basilari dello Stato di diritto. D’accordo il diritto di informare, ma insomma il diritto alla reputazione degli indagati e di ogni altra persona anche solo indirettamente e incolpevolmente coinvolta, tipo Ranucci che per di più è la vittima dell’attentato, in indagini che dovrebbero essere segretissime, lo vogliamo egualmente tutelare, sì o no? Io penso che sia questo il ragionamento sotteso alle querele, a meno che non si sia inteso dire “salvo che le notizie coperte da segreto siano comunicate ai soli redattori della trasmissione Report”, cosa che tenderei a escludere perché conosco personalmente la serietà del difensore del dott. Ranucci. E quindi, che dire? Un gran passo avanti! Da oggi in poi potremmo forse non sentire più quelle frasi lasciate cadere lì con malcelato orgoglio, tipo “Report è entrato in possesso di un documento riservato” o anche “in una intercettazione che Report ha potuto ascoltare in esclusiva”, o cose così. Da oggi in poi, se si parla di indagini giudiziarie, si farà riferimento solo a quelle depositate in cancelleria a tempo debito; gole profonde, jamais. Dunque facciamo tutti un tifo sfrenato perché queste querele ranucciane centrino l’obiettivo: smascherare le fonti della illecita fuga di notizie investigative. Sarebbe, diciamoci la verità, la prima volta, non ci risultano precedenti. E’ un reato abrogato de facto, nel senso che le indagini sulle possibili gole profonde nemmeno vengono mai avviate dalle competenti procure (e sì che sarebbero investigazioni molto semplici, la cerchia dei sospettati sarebbe naturalmente ristrettissima). Ma non siamo né gelosi né invidiosi, anzi! La scoperta e la condanna, per la prima volta, delle fonti che hanno consegnato a organi di stampa copie di atti investigativi coperti da segreto, per mano del comandante in capo del giornalismo investigativo italiano, beh, concedetemelo, sarebbe un evento di travolgente, impagabile bellezza.
Ma non è l’unico progresso che questa vicenda sta per regalarci. Vanno ora profondamente ripensati, per esempio, i criteri valutativi e narrativi che riguardano le frequentazioni tra gli esseri umani. Per dire: se tu frequenti assiduamente un pluri-pregiudicato per ripetuti fatti estorsivi e di truffa ai danni dello stato, massone e verosimilmente legato ai Servizi, meglio ancora se “deviati” (opzione particolarmente amata dai giornalisti d’inchiesta, anche se non ho ancora perfettamente chiaro di cosa si tratti), beh, che significa? Proprio nulla. Occorre ormai comprendere che non è lecito trarne frettolose e – per dirla tutta – moralistiche deduzioni investigative. Nel senso che potrebbero annidarsi, in quella frequentazione, ragioni diverse dalla condivisione di loschi propositi, come troppo facilmente siamo soliti almanaccare. Nel caso del giornalista, come questa vicenda ci ha con chiarezza insegnato, il frequentato potrebbe banalmente essere una preziosa fonte di informazione, e poi da cosa nasce cosa, al cuor non si comanda. Questa virtuosa prudenza nella valutazione della complessità della natura umana tornerà utile quando si andrà a spulciare, che dico, sulle frequentazioni del politico Tizio con il pregiudicato Caio o con lo sputtanato Sempronio. La pista, intendiamoci, va seguita, ma la cosa non ha di per sé un significato conclusivo: potrebbero esserci, all’origine di quella frequentazione, le ragioni più impensabili. Una comune passione calcistica, faccio per dire, o la premurosa attenzione alle condizioni di salute di un familiare, ma anche, più semplicemente, l’ambizione per quel politico di entrare in possesso di informazioni che possano ritornargli utili per il miglior assolvimento dei propri compiti. Quindi, basta con quelle riprese un po’ sfocate, mosse, accompagnate da una colonna sonora incalzante, che raccontano all’appassionato consumatore del giornalismo di inchiesta la cena “segreta” dell’onorevole Tizio con il pregiudicato Caio, che al tavolo parlano un po’ circospetti, davanti ad un piatto di fettuccine. Sono – ora lo abbiamo compreso – immagini neutre, non in grado di riscontrare, esse sole, alcuna ipotesi investigativa. Prima scandagliamo le ragioni di quella cena, verifichiamo la eventuale natura personale, familiare, sanitario-assistenziale del rapporto tra i due, e poi ne riparliamo.
In effetti, a proposito di cene, c’è questa storia della privacy che ora, obiettivamente, andrà riconsiderata. Infatti lo stesso dott. Ranucci aveva a suo tempo posto il problema, quando – così raccontano al Riformista – fece il diavolo a quattro a proposito della pubblicazione della famosa foto che proditoriamente lo ritraeva al ristorante con Lavitola e il monsignore. Ma saranno fatti miei, con chi vado a cena? E aveva ragione, avendo peraltro già allora presagito il rischio insito in quello scatto (e qui tocchi con mano il fiuto talentuoso del grande giornalista investigativo).
A questa possibile e comunque auspicabile svolta palingenetica del giornalismo di inchiesta marchiato Report non potrebbero infine sottrarsi tutte quelle delicate ma francamente un po’ pelose questioni che riguardano il confine tra rapporto professionale e rapporto personale con le fonti notiziali e già che ci siamo, anche con le stagiste. Ecco che oggi queste rigidità ci appaiono d’improvviso retoriche e moralistiche. L’affettività, così come l’attrazione sessuale, fanno parte della natura umana, e non è né bello né utile reprimerle, come fossero farina del diavolo, men che meno se esse siano poste al servizio dell’informazione sulle magagne del potere. Quindi se tu, giornalista che fai della cattura delle notizie il tuo credo esistenziale, incontri persone in grado di fornirti notizie e informazioni succulente su come vanno davvero le cose nel mondo del marcio potere, perché porre limiti alla affettività e alla riconoscenza? E quanto alle stagiste, va beh quelle erano solo fantasie, colpa vostra se non lo avete capito subito.
In conclusione, è proprio vero che non tutti i mali vengono per nuocere. Questo attentato, per fortuna senza vittime, si sta rilevando essere (e siamo solo all’inizio) una miniera di preziosi suggerimenti, di insegnamenti, di messa a fuoco di regole e di princìpi che renderanno migliore – ne siamo certi, o almeno abbastanza certi, o comunque mediamente fiduciosi – il nostro benemerito, insostituibile e glorioso giornalismo di inchiesta. Giusto?