L’impegno encomiabile con cui Ranucci in questi giorni si è battuto per il garantismo ha permesso di accendere una serie di luci su alcune pratiche che siamo certi che Ranucci continuerà a combattere anche quando si chiarirà la vicenda dei mandanti dell’attentato. Ranucci, lo sappiamo, nonostante l’accusa pesante nei confronti di Valter Lavitola, indagato come mandante dell’attentato a Ranucci,
ha continuato a definire Lavitola un amico, ha continuato a sostenere le ragioni della sua innocenza, ha denunciato per diffamazione chi, attraverso “congetture e allusioni”, ha provato a trasformare la vittima dell’attentato nel suo possibile beneficiario. Grazie all’eroica lezione quotidiana di garantismo offerta da Ranucci, Lavitola in diretta ne avrebbe di argomenti per fare ascolti.
Sappiamo che anche per Ranucci finalmente la fuga di notizie è un problema (lunedì scorso ha denunciato la rivelazione di atti coperti da segreto riguardanti le indagini sull’attentato).
Sappiamo che anche per Ranucci le amicizie opache non sono prova di una colpevolezza (citofonare Lavitola).
Sappiamo che seguire le indagini utilizzando l’armamentario delle allusioni, pratica che nel recente passato Ranucci ha sempre adottato con una certa coerenza, chiedere a Carlo Nordio, è da considerarsi un atto deplorevole e ora dunque, grazie a Ranucci, ce ne ricorderemo anche nel futuro. Sappiamo che anche il purissimo fronte dei giustizieri della notte considera pericolose le suggestioni se non hanno pezze d’appoggio diverse dalle semplici allusioni. Sappiamo, ancora, che criticare un magistrato che indaga, mettendone in discussione l’operato, come ha scelto di fare Ranucci scagliandosi a testa bassa contro il pm che sta indagando Lavitola come mandante dell’attentato – “Lo conosco”, dice Ranucci, “non lo farebbe mai, è un amico” – non è un atto eversivo ma è un diritto di chi vuole esercitare una libertà di critica e anche di pensiero (elemento di cui ricordarsi quando il partito di Ranucci tornerà un domani a trasformare ogni ditino alzato per commentare ed eventualmente criticare un’indagine nella prova di una torsione autoritaria del paese).
Sappiamo, ancora, che violare la privacy non è un problema se a violarla è il paladino del bene (Ranucci ha rivelato una malattia del figlio di Lavitola, chissà che fine ha fatto l’ordine dei giornalisti).
Sappiamo, ancora, che frequentare un pregiudicato, come Lavitola, non è un reato, semmai un peccato, e che si può essere onesti, specchiati, puri, anche se si sceglie di frequentare un impuro, perché un conto sono i peccati, un altro sono i reati, e almeno in questo caso, nel format della Lavitola in diretta, le categorie tra peccatori e criminali si possono separare. Sappiamo che avere amici massoni non è un dramma (Lavitola lo è). S
appiamo che considerare innocente fino a prova contraria un indagato è un dovere (Lavitola lo è).
Sappiamo che interferire nelle indagini non è depistaggio ma è anch’esso un diritto (Lavitola e Ranucci parlano delle indagini ad alta voce da giorni, se lo avessero fatto altri chissà cosa sarebbe successo).
Sappiamo che intrattenersi con un massone non è una prova di colpevolezza, non è un indizio sul tuo essere criminale, non produce fenomeni di osmosi, ma è un diritto come un altro in un paese libero dove non si può considerare un rapporto d’amicizia come possibile spia di un sistema criminale in fase embrionale.
Sappiamo che una chat isolata non racconta necessariamente una relazione tra due persone. Sappiamo che la coincidenza temporale non è una prova causale: se qualcosa accade dopo che una persona ha incontrato un’altra persona non significa che il primo fatto abbia prodotto il secondo. Sappiamo che tutelare la propria reputazione non significa intimidire la stampa e sappiamo che chiedere il rispetto delle garanzie nella fase delle indagini preliminari non significa imbavagliare il diritto di cronaca, significa proteggere lo stato di diritto. Sappiamo che minacciare denunce ai giornali che giocano con le allusioni non è un attentato alla libertà di stampa ma è un atto finalizzato a proteggere la propria reputazione. E sappiamo, infine, che l’onere della prova spetta a chi accusa, non a chi si difende, e il garantismo su Lavitola è, anche se ipocrita, il manifesto del rispetto dello stato di diritto.