Cronaca
A pranzo al Cefalù Bistrò •
Lavitola ora tace. Ma il cocktail di scampi parla per lui
Gita nel ristorante del faccendiere, che a sorpresa si presenta nel suo locale. Ha molti problemi, anche quelli che uno non si immagina
16 LUG 26

Valter Lavitola (foto di Cecilia Fabiano per LaPresse)
Finalmente sono stato anche io da Lavitola. In una giornata di calore micidiale, eccomi colmare questa lacuna mondana e culinaria, salire verso il Gianicolo, e arrancare verso viale dei Quattro venti, verso il Cefalù Bistrò del faccendiere del momento, dove i migliori cervelli della mia e di altre generazioni sono stati a pranzo e cena. Prima per sicurezza telefono, ma mi fanno capire che non c’è bisogno di prenotare.
Entro nel localino marinaro, coi tavolini chiari, le foto di dentici e pescherecci alle pareti, e subito noto che l’atmosfera è un po’ strana. Ci sono praticamente solo clienti maschi, vestiti da turisti, alcuni in braghe corte, e non capisco se sono giornalisti, spie, o impiegati (a Roma non si capisce mai che lavoro faccia la gente), e un signore che credo sia il padrone, nel post-Lavitola. Sembra Logan Roy di “Succession”, ma in braghe corte anche lui, con marsupio, e agisce con fare da boss. I maschi agli altri tavoli lo salutano. Consulto il menu, intenzionato a fare uno di quei pezzi da Financial Times, con le portate e i prezzi (“Lunch with the Ft”, a Londra, qua facciamo "Lunch with Lavitola", a ognuno la sua specialità). Un cocktail di scampi, 12 euro, per provare l’ebbrezza degli anni Ottanta, con un pensiero al craxismo. Logan Roy con le braghe corte ha un’aria che mette soggezione, quindi tengo lo sguardo basso.
Entra una ragazza, dall’aria stramba, come me. Da sola. Non capisco se siamo tutti giornalisti, e fingiamo di non esserlo, anche quelli in braghe corte, tutti lì a cercare di fare l'ennesimo pezzo sul Cefalù Bistrò. Io per il nervoso mi mangio un cestino di pane, ottimo, caldo, poi un altro. Nel locale non prende il telefono (forse un vantaggio per le spie), dunque chiedo il Wi-fi, la password è “oratadimare” tutto attaccato, minuscolo. Logan Roy ordina ai suoi una spigola marinata al limone (22 euro) e della cicoria ripassata (6,50), io lo imito. Lui beve, come tutti gli altri maschi, vino bianco, io solo acqua minerale anzi come si dice “una leggermente”. Il locale è diviso da una parete a vetri, di qui i tavoli, di là c’è la pescheria, col pescato freschissimo esposto, mi metto a contemplarlo, pensando a questo pezzo che verrà inutile, senza uno spunto, senza una notizia, perchè valterino, l'uomo più inseguito del momento, ovviamente sarà sigillato in una località segreta, e chi mai mi rimborserà il Cefalù Bistrò? E ho preso pure il taxi, in motorino morivo. I pesci beati loro nel loro letto di ghiaccio mi guardano e compatiscono, l’orata sta a 38 al chilo, il calamaro a 35, la ricciola a 32.
Forse dovrei prendere del pesce da portare a casa, ma ora che sono a casa – in bici o autobus, non posso farmi rimborsare un secondo taxi! - secondo me siamo già arrostiti entrambi, io e il pesce. Un cartello avverte che qui si trova “il salmone allevato a Skagen”, qualunque posto sia. Pesci comunque piccoli. Non c’è ombra invece del pregiato camerunense Gomes Tavares Clesio, detto “o nir”, il “figlioccio” di Lavitola, implicato secondo l’accusa nella bomba a Ranucci, e conosciuto a Secondigliano, ora in Camerun, dove farà probabilmente meno caldo che a Roma. Arriva la mia spigola al limone, non so se per la tensione mia o sua (della cameriera, non della spigola), la cameriera se la rovescia parzialmente su una mano e proferisce un “me so ustionata!”, poi professionalmente mi cambia le posate, tutti i maschi seduti agli angoli del locale mi fissano. Io non ci penso proprio a qualificarmi, almeno finché non sarà arrivato tutto il cibo. Per fortuna si apre la porta e incredibilmente entra… Lavitola.
Proprio lui, Valterino, faccia da eterno ragazzo, camicia blu sgargiante fuori dai pantaloni bianchi di cotone leggero, come se fossimo a Capri. Tutti lo salutano, e lui saluta tutti. Ordina pure lui e si mette a mangiare con Logan Roy. Mi guarda, sorride, io sorrido, tutti gli sorridono. Staremo facendo tutti lo stesso pezzo? C’è tensione, siamo dentro un romanzo di spie. L’iPhone di Valterino giustamente continua a suonare, lui risponde, ma non riesco a sentire. Poi invece sì, perché mentre parla gira per il locale con aria ansiosa. “E' un grossissimo problema, non so che fare”. “Seee, chiamà quello. Quello fa più danni che altro”. Chi sarà? O nir? Ranucci? Continua ad aggirarsi freneticamente. Si consulta con Logan Roy. Chissà che ansia, che trame oscure, quello rischia il processo per strage. Qui mi sento un po’ Le Carré e un po’ il leggendario spione-gourmet Federico Umberto D’Amato, capoccione dei servizi segreti e primo critico gastronomico dell’Espresso ai tempi d’oro.
Poi si avvicina, sempre parlando sottovoce, giustamente per non farsi sentire, ma io sento. “E’ la cappa!". Ma come la cappa. "La cappa! Non tira proprio”. Poi altro parlottare. “Ma chi chiamo ad aggiustarla?”. Niente, non è un problema di trame oscure, ma di cucina. Di elettrodomestici. Qui crolla tutta l’atmosfera. O sarà un parlare in codice, come qualcuno sospetta per le altre esternazioni di Valterino di questi giorni? Poi uno dei maschi negli angoli gli fa: “Ah, ricordati che si te serve, mio cugino è ambasciatore presso l’Unione Europea”. Un altro dice: “sai, è un banchiere con 50 anni di esperienza”. Un terzo: “ah, mo’ devo andà, che ho parcheggiato in una doppia fila da arresto”. Ambasciatori, banchieri, doppie file. Cappe aspiranti. Ecco perché non si possono fare non dico le rivoluzioni, ma nemmeno i thriller a Roma, né Le Carré né Carrère: si crolla sempre nella commedia all’italiana.
Mi faccio coraggio, avvicino Valterino, mi presento, è gentilissimo. “Scusami tanto, ma non posso parlare, sennò il mio avvocato mi toglie il patrocinio e sono fregato, nessuno mi vuole difendere in Italia”, mi fa, e mi mostra i messaggi del suo legale, che dice proprio che se fa un’altra intervista, dopo quella del Tg1, lo abbandona. Per carità. Logan Roy mi guarda malissimo. Tutti mi fissano, prendo un sorbetto al limone, spero non ci sia dentro il cianuro, invece è buonissimo. Bello fresco. Cinque euro e cinquanta. Conto totale (facciamo sempre il Financial Times de noantri) 50 euro tondi. Pago con carta. Valterino deve andare, saluta tutti, esce. Continua a parlare al telefono, preoccupato, turbato. Sono preoccupato anche io per lui, chissà se lo arresteranno, per strage, e soprattutto chissà chi mai gliela aggiusta la cappa, a metà luglio, con ‘sto caldo. A Roma.
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Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive tra Roma e Milano. Scrive da un bel po’ sul Foglio. I suoi ultimi libri sono il romanzo “Paradiso” (Adelphi, 2024), “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nella prima èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021), da cui anche l’omonimo documentario.
