Perché Lavitola ha ragione a chiedersi come sia possibile che non sia stato arrestato

Indagato per strage aggravata dal metodo mafioso come presunto mandante della bomba a Ranucci, il vetrofaccendiere parla con la vittima, i presunti complici e i giornali. O le accuse della Procura sono fragili, o l’assenza di misure cautelari è inspiegabile

22 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 09:00
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Valter Lavitola non si spiega due cose: perché è indagato e perché non sia stato arrestato. Il neoristoratore e veterofaccendiere, sospettato dalla procura di Roma di essere il mandante della bomba al caro amico Sigfrido Ranucci, lo dice chiaramente in ogni intervista. Al ristorante Cefalù, dove riceve i giornalisti, dopo la premessa di rito, ribadisce ai giornalisti – gli ultimi quelli di “Filorosso” su Rai 3 – di essere innocente, ma anche che nell’attuale situazione il suo posto dovrebbe essere in una cella. “Sono sicuro al cento per cento che finirò in carcere”. Anzi, Lavitola dice che in carcere dovrebbe esserci da un pezzo: “Se vuoi la sincera verità io quando sono andato in procura ero sicuro che dopo l’interrogatorio mi arrestassero. Ho dovuto salutare mio figlio prima di andare. Mi sono portato pure lo zainetto con me”. E, indirettamente, spiega anche la motivazione giuridica delle esigenze cautelari, quando racconta che vorrebbe tanto parlare con l’amico Ranucci ma “l’avvocato continua a dire che sarebbe inquinamento delle prove”. Ma questo è esattamente ciò che è già accaduto.
Durante la perquisizione, che tra l’altro prevedeva il sequestro dei telefoni cellulari, Lavitola ha inviato dei messaggi alla sua presunta vittima. E dopo la perquisizione i due hanno parlato per ore al telefono. Lavitola parla con tutti: con la presunta vittima, con il presunto complice ora in Camerun che avrebbe ingaggiato i bombaroli e con i giornalisti pressoché quotidianamente. Ma non con i pm, che non hanno chiesto le misure cautelari di Lavitola e da qualche giorno si lamentano – attraverso i giornali, come Lavitola – che il loro sospettato principale starebbe depistando le indagini attraverso le interviste che rilascia dal suo ristorante.
E’ una situazione abbastanza singolare, o meglio, surreale. Si tratta dell’unico caso nella storia italiana di un indagato per strage aggravata dal metodo mafioso in libertà, non perché latitante ma perché a piede libero e a bocca aperta. Il presunto commando di bassa manovalanza che ha messo la bomba al conduttore di “Report” è agli arresti, mentre il loro presunto mandante no: è libero di comunicare con la vittima e con il resto del mondo, mandando messaggi sinceri o interessati, più o meno trasversali, a mezzo stampa.
Alla fine le cose che di questa indagine non si spiega Lavitola sono le stesse che non si spiega il resto del paese. Perché due sono le ipotesi: o la procura l’ha indagato e perquisito sulla base di indizi evanescenti che non giustificano l’arresto, dandolo in pasto all’opinione pubblica come attentatore dell’amico, oppure se l’indagine è seriamente fondata su delle prove non si comprende perché non siano scattate anche le misure cautelari. Non ci sono altre opzioni. E purtroppo non c’è una spiegazione della procura a nessuna di queste due alternative.