La riforma della giustizia tributaria ha un problema: riduce la terzietà dei giudici

Ermes Antonucci

Dal Consiglio dei ministri via libera al ddl per velocizzare i contenziosi tributari: i magistrati saranno specializzati e reclutati con concorso, ma resta il nodo della loro dipendenza dal ministero dell'Economia e delle Finanze

"La riforma della giustizia tributaria è ormai una brutta ‘telenovela’ che è iniziata con il governo Conte 1. Mi auguro che si riesca a raggiungere il traguardo della sua approvazione entro la fine dell’anno. Noto con rammarico che nessuno ci ha coinvolto in alcun confronto tecnico”. Lo dichiara, in un’intervista al Foglio, Antonio Leone, presidente del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria (Cpgt), a proposito del disegno di legge di riforma della giustizia tributaria varato martedì sera dal Consiglio dei ministri. Il provvedimento, elaborato dal ministro dell’Economia e delle Finanze, Daniele Franco, e dalla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, mira a velocizzare i tempi del contenzioso tributario. Una riforma considerata essenziale nell’ambito del Pnrr, in virtù del suo impatto sul sistema giudiziario italiano e anche del suo peso sul piano economico: basti considerare che le cause tributarie pendenti in Cassazione (circa 47 mila) costituiscono il 43 per cento di tutto l’arretrato civile e che il contenzioso tributario ammonta a quasi 60 miliardi di euro.

 

Se da un lato, però, la riforma prevede importanti innovazioni, dall’altro essa non elimina i limiti più evidenti di cui soffre la giustizia tributaria del nostro paese, primo fra tutti il deficit di terzietà e di autonomia dei giudici, che continueranno a dipendere e a essere retribuiti direttamente dal Mef, cioè una delle parti in causa nei contenziosi tributari.

 

La novità principale prevista dalla riforma è l’istituzione di una magistratura specializzata: i magistrati tributari, che oggi sono tutti onorari e lavorano a mezzo servizio (sono o magistrati di altre giurisdizioni o professionisti privati come commercialisti), verranno reclutati a tempo pieno mediante un apposito concorso. Vengono inoltre previste norme volte a velocizzare i processi, come il giudice monocratico in primo grado per le controversie fino a 3 mila euro e misure deflattive del contenzioso in Cassazione. A sorprendere, però, è la mancata cancellazione dei legami di dipendenza oggi esistenti tra i giudici tributari e il Mef. Non solo le commissioni tributarie provinciali e regionali hanno spesso sede nelle stesse strutture che ospitano gli uffici dell’Agenzia delle entrate, ma i giudici tributari sono retribuiti  dal Mef.

 

Piuttosto che recidere questi legami di dipendenza, rafforzando il ruolo dell’organo di “autogoverno” dei giudici tributari (il Cpgt), come peraltro era stato suggerito dalla commissione di studio istituita dalla ministra Cartabia e presieduta da Giacinto Della Cananea, la riforma accentua l’anomalia. Il provvedimento, infatti, affida al Mef funzioni in materia di status giuridico ed economico dei magistrati tributari e il reclutamento dei nuovi giudici, competenze che sarebbero di esclusiva pertinenza del Cpgt. Ciò ha spinto l’Associazione dei magistrati tributari a proclamare lo stato di agitazione.

 

“Non posso che ribadire la fondamentale importanza del Cpgt – dichiara Leone – chiamato ad assicurare l’indipendenza dei giudici tributari, ovvero uno ‘schermo’ tra i giudici e  il Mef per garantire la loro imparzialità e terzietà”. Il Cpgt, però, evidenzia Leone, “non ha purtroppo le stesse prerogative degli altri organi di autogoverno, a iniziare dal Csm”. A maggior ragione, Leone auspica che “il Cpgt possa finalmente essere coinvolto nell’elaborazione della riforma”.