Le motivazioni della sentenza sulla Trattativa sono piene di passaggi che cozzano con altre sentenze

Giuseppe Sottile

Stanno tutti lì a dire che finalmente è venuta fuori la Verità, che il sipario è stato strappato e che il palcoscenico delle nefandezze non ha più né veli né segreti. Stanno tutti lì a citare i brani più significativi della storica sentenza, a incardinare la deduzione con il virgolettato, le circostanze di fatto con la riflessione, le frasi pronunciate dai pm con le motivazioni sottoscritte dal presidente Alfredo Montalto; e lo fanno con il sussiego e l’austerità di chi ha finalmente ricevuto tra le proprie mani, come Mosè sul monte Sinai, le tavole della legge. E sì, perché sono tutti convinti – giornali, militanti e opinionisti romani di buoncuore – che la Corte d’assise di Palermo, quella che per cinque anni ha dibattuto sulla famigerata Trattativa, non si è limitata a stendere una sentenza di primo grado sulla quale si dovranno pronunciare i giudici di appello e poi quelli della Cassazione, ma ha addirittura disvelato al mondo quella incontrovertibile verità che i sempreverdi poteri occulti avevano tentato di nascondere per oltre vent’anni. Veritas veritatis, salmodiava l’altro ieri il cronista di giudiziaria, sperticandosi in lodi nei confronti di Nino Di Matteo e degli altri tre magistrati che hanno sostenuto l’accusa nell’aula bunker dell’Ucciardone. 

 

E poco ci mancava che pure lui, il cronista, si accodasse alla processione di ringraziamento indetta dai chierici del nuovo giustizialismo per celebrare l’apertura della Porta Santa, attraverso la quale i giudici sono passati dal regno delle tenebre e delle trame oscure a quello della Verità.

 

Quello che non torna della sentenza sulla “trattativa” Stato-mafia spiegato in dieci punti

La Corte d'Assise di Palermo ha depositato 5.252 pagine di motivazioni. Ma da un’analisi approfondita la decisione dei giudici risulta essere piena di “vuoti sostanziali”

 

Una processione lunga, interminabile. Come lunga e interminabile sarà la devozione alla sentenza di Palermo, la cui luce, stando alle genuflessioni dei laudatores, ormai abbaglia e oscura tutte le altre sentenze che magistrati altrettanto togati e autorevoli hanno pronunciato a proposito del patto scellerato che negli anni delle stragi mafiose sarebbe stato sottoscritto dai boss di Cosa nostra e da due generali dei carabinieri, Mario Mori e Antonio Subranni, colpevoli di avere cercato di arginare in ogni modo quel fiume di sangue e orrore. Perché – sia detto con tutto il rispetto per i chierici – sul maledetto affaire c’è pure la sentenza emessa dal giudice che ha processato e assolto con rito abbreviato l’ex ministro democristiano Calogero Mannino, inchiodato dai pubblici ministeri alle stesse accuse e alle stesse responsabilità di Mori e Subranni.

 

A differenza della “valutazione logica dei fatti” sottoscritta dal collegio presieduto da Alfredo Montalto, il giudice per l’udienza preliminare Marina Petruzzella non ha riscontrato nel comportamento di Mannino alcun “attentato al corpo politico dello Stato”. Anzi: ha fatto in mille pezzi le patacche di Massimo Ciancimino, che il procuratore aggiunto Antonio Ingroia aveva incautamente promosso a “icona dell’antimafia”, e ha messo in fila tutte le forzature e le stramberie di un’inchiesta che, a suo avviso, meritava solo di fare il tonfo classico dei castelli di carta. Non sarà certo la veritas veritatis, ma sarà difficile, anche per i puri e duri del giustizialismo chiodato, sostenere che quella scritta dal giudice Petruzzella non sia una verità. Una verità di primo grado, ci mancherebbe altro; come quella, tanto beatificata, della Corte d’assise. E allora?

 

Il guaio, per coloro che si sono incolonnati nella processione con il turibolo in mano, è che le motivazioni delle condanne inflitte dai giudici della Trattativa sono piene di passaggi che cozzano violentemente con altre sentenze: dalla mancata perquisizione, nel 1993, del covo di Totò Riina, sanguinario capo dei corleonesi, alla fuga che i soliti carabinieri del Ros, agli ordini di Mori e Subranni, avrebbero concesso nel ’95 al latitante Bernardo Provenzano, nascosto nelle campagne di Mezzojuso. La Corte d’assise non entra nel merito dei due processi chiusi con altrettante assoluzioni. Anzi, taglia corto e afferma che, al di là del valore che è possibile assegnare a ogni singolo episodio, la Trattativa comunque ci fu. E’ il metodo deduttivo, bellezza. E per avere chiaro il concetto basta leggere quanto viene scritto sulla morte di Paolo Borsellino, il giudice assassinato 26 anni fa con gli uomini della scorta. La Corte d’assise di Palermo ha pochi dubbi: Borsellino aveva scoperto il dialogo segreto tra i mammasantissima della mafia e i rappresentanti delle istituzioni; poiché era un magistrato integro e incorruttibile si sarebbe opposto a questo scempio con tutte le sue forze; dunque doveva essere ucciso quanto prima e nella maniera più clamorosa; da qui la decisione dei boss di imbottire un’auto di tritolo e piazzarla in via D’Amelio. Era, questa, l’unica verità possibile? Poche settimane prima che il presidente Montalto depositasse il suo ragionamento, a Caltanissetta si era celebrato un altro clamoroso processo, il “Borsellino quater”, al quale va innanzitutto il merito di avere sbugiardato i pentiti e i magistrati che, con un “clamoroso depistaggio”, avevano ingiustamente condannato all’ergastolo sette disgraziati che non c’entravano nulla. Bene. La Corte d’assise di Caltanissetta era giunta a una conclusione opposta rispetto a quella di Palermo: che fu l’inchiesta su “mafia e appalti” e non la Trattativa a provocare la strage di via D’Amelio. Nel luglio del ’92 – questa la motivazione – Borsellino cercava tra le pieghe di quell’inchiesta il possibile movente dell’attentato di Capaci dove il 23 maggio era saltato in aria il suo amico e collega Giovanni Falcone. I corleonesi di Totò Riina, stando alla valutazione dei giudici nisseni, non potevano correre il rischio che si riaprisse quel capitolo rovente. E, ucciso il primo giudice, non hanno esitato cinquanta giorni dopo a uccidere pure il secondo. 

 

Magari ci fosse una Verità, quella certa e definitiva che i diaconi e i novizi del giustizialismo credono di avere trovato nella sentenza sulla Trattativa. Nel cielo nebbioso della giustizia italiana danzano e svolazzano invece tante sentenze, tanti fascicoli, tanti faldoni, tante motivazioni: ciascuna con le sue certezze, i suoi mandanti, i suoi moventi, i suoi teoremi. E nessuna verità assoluta. Avvertite, per favore, la testa della processione. Per il “Te Deum laudamus”, forse bisognerà aspettare ancora qualche anno.

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