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Giorgio Squinzi e l'epopea del ciclismo a cubetti

Nella seconda metà degli anni Novanta una squadra vinse come nessun'altra conquistando tutte le più grandi corse ciclistiche (Tour escluso): la Mapei. Nascita, vittorie e ritiro di un progetto a pedali

3 Ottobre 2019 alle 16:54

Giorgio Squinzi e l'epopea del ciclismo a cubetti

Foto tratta dalla pagina Facebook del Museo del Ciclismo Ghisallo

Non avesse bucato tre volte in dodici chilometri la sensazione è che quel trio sarebbe stato un quartetto. Un quartetto d'archi in bicicletta, una marcia trionfale campestre. Non avesse bucato tre volte in dodici chilometri Franco Ballerini si sarebbe risparmiato un po' di gonfiore al fegato, forse un posto fuori dal podio, sicuramente una serie di ingiurie alla sfiga. Quel 14 aprile 1996 sul velodromo di Roubaix ci fu un arrivo in parata, una parata che fu al cubo, anzi al cubetto. La metamorfosi di cubi di pietra, quelli di cui è composto il pavé, che si trasformavano in cubetti colorati e sintetici, veloci e volanti, quelli stampati sulle maglie della Mapei, all'epoca non solo la squadra più forte nelle gare al nord, ma forse di tutto il panorama ciclistico mondiale.

 

 

Era quella la Mapei di Franco Ballerini, Johan Museeuw, primo all'arrivo dell'Inferno del Nord, Gianluca Bortolami (secondo), Andrea Tafi (terzo), di Daniele Nardello e Abraham Olano, di Tom Steels e Frank Vandenbroucke, di Wilfried Peeters e Adriano Baffi. Era quella la Mapei delle 82 vittorie stagionali (un record che sarà battuto l'anno successivo: 95 successi), delle due classiche monumento (oltre alla vittoria della Roubaix arrivò il Giro di Lombardia conquistato da Tafi), della prima volta in cima al ranking Uci, dove rimarrà sino al 2000.

 

Era quella la Mapei che Fabrizio Fabbri costruì grazie al budget e alle indicazioni di Giorgio Squinzi, che della Mapei era il proprietario e del ciclismo appassionato.

 

Una passione quella di Squinzi, morto ieri a 76 anni, nata bambina mentre sentiva i racconti del padre Rodolfo, che la Mapei, o meglio la Materiali ausiliari per l'edilizia e l'industria, la fondò un po' per spirito imprenditoriale, un po' per frustrazione per non essere riuscito a essere davvero un ciclista, nonostante i quasi tre anni da indipendente (i corridori che correvano senza squadra) e il piazzamento tra i dieci nella Coppa Bernocchi. Una passione che lo ha portato a pedalare per tutta la Brianza sin da piccolo, che lo ha spinto in cima allo Stelvio, al Gavia, al Pordoi, “le mie salite”, diceva. Una passione che lo ha portato a impegnarsi in prima persona nel ciclismo, ma non in sella, “ero una schiappa”, ma dietro a una scrivania e sulle maglie dei suoi uomini, quelli coi cubetti. Tutta colpa di Ercole Baldini, il Treno di Forlì, che se non ci fosse stato lui “difficilmente avrei investito nello sport, non perché non era nei miei interessi, soltanto perché non c'avevo mai pensato”. E invece l'Ercole lo chiamò per invitarlo a un evento di beneficienza che organizzava la moglie e, sfruttando l'occasione, gli buttò lì l'esca: c'è una squadra che forse chiude, che rischia di saltare il Giro, che si chiama Eldor, che però ci corre Marco Giovannetti e altra gente brava. “Decisi in un giorno e decisi di sì”. Al Giro andò malissimo: Giovannetti fu ventottesimo, Stefano Della Santa ventiduesimo, vittorie zero. E fu un bene. Perché a Squinzi non è mai piaciuto perdere e così investì di più e meglio. Nel 1994 fece la fusione con la Clas di Tony Rominger, che aveva vinto due volte di fila la Vuelta, che era salito sul podio dietro a Indurain al Tour, che tutti sostenevano fosse l'unico rivale del Navarro. “Juan Fernandez mi aveva assicurato che Rominger avrebbe conquistato la maglia gialla", raccontò a Pier Bergonzi. E così “sull'onda dell'entusiasmo feci prenotare tutta la Tour d'Argent per la festa di fine Tour. Rominger si ritirò e disdire quel ristorante tempio della cucina era impossibile, e allora invitai i migliori clienti del mondo. Qualcuno ricorda ancora le meraviglie di quella cena”.

 

Quanto capitò a Rominger mise Squinzi sull'attenti. Troppo complicato e incerto un giro a tappe quando il più forte è altrove. Soprattutto per uno pragmatico come lui. Quel Tour segnò un passaggio: gli investimenti maggiori si devono fare per le gare di un giorno, disse a Fabbri e Fabbri portò in squadra i migliori. Non ci fu una classica che la Mapei non vinse. Tre volte il Giro delle Fiandre – 1995, 1998 con Museeuw, 2002 con Tafi –,  due Liegi-Bastogne-Liegi – Bettini nel 2000 e 2002 –, due volte il Giro di Lombardia– con Tafi nel 1996 e con Camenzind nel 1998. Poi cinque Mondiali: 1995 (Abraham Olano); 1996 (Johan Museeuw); 1998 (Oscar Camenzind); 2001 (Óscar Freire). Soprattutto cinque Parigi-Roubaix – 1995, 1998 con Ballerini, 1996, 2000 con Museeuw, 1999 Tafi –, “la mia corsa, quella che a cui ho voluto più bene, l'unica per la quale potevo rinunciare a qualsiasi cosa, rimandare qualsiasi appuntamento per non perderla”.

 

Tante vittorie, tanti campioni, uno su tutti nel cuore: “Con Ballerini ha avuto un rapporto che andava al di là del ciclismo. Un posto per lui alla Mapei ci sarebbe sempre stato. Franco avrebbe fatto bene in qualsiasi ruolo”. E un altro grande legame, più forte di tutti gli altri, perché legato da una comunione di visione del mondo, di modo di vivere, di precisione e passione quello che facevano: “Aldo Sassi, un amico, un grande ricercatore. Un visionario innamorato degli ideali. Come me”. Ad Aldo Sassi affidò la direzione del Centro Studi e Ricerche Mapei, “perché di ricerca deve vivere un'azienda, ma di ricerca deve vivere pure l'uomo, perché più si studia più si migliora”.

 

La Mapei in quegli anni era il prototipo della razionalità sportiva, i suoi campioni vincevano qualsiasi corsa a qualsiasi latitudine; era il modello di come creare e gestire una squadra, di come farla diventare la migliore sopra ogni ragionevole dubbio, era un'azienda a pedale. Il suo contraltare era la Mercatone Uno, dove tutto questo non esisteva, e non per sciatteria, non per negligenza, ma per scelta. Perché ad aver creato quella squadra c'era Romano Cenni che di Squinzi era l'esatto contrario, un padre d'azienda e non un capo d'azienda, un confidente e non un confessore. Da una parte pullulavano i progetti e i piani “aziendali”, dall'altra la comunione di intenti e di uomini, la famiglia allargata per chiunque si prendeva la briga di sposare una causa e un fine e quel fine era Marco Pantani. Proprio il corridore che Squinzi provò a portare a sé, ma che mai riuscì ad avere, l'unico per cui si potevano cambiare i piani, creare una squadra per i grandi giri sacrificando le grandi classiche. Pantani non cedette alle lusinghe, Squinzi non la prese bene: fu il primo scricchiolio di una passione.

 

Squinzi il ciclismo lo lasciò nel 2002 mentre si moltiplicavano i casi di doping e l'inferno non sembrava poter finire. Il ciclismo però non lo lasciò mai: pedalava, parlava, discuteva, finanziava corse e ricerca, eventi e progetti. “Perché il ciclismo è qualcosa che ti invade, ti scuote, ti migliora. Ti fa sentire vivo”. Pausa, sorriso, “come un'azienda”.

Giovanni Battistuzzi

Giovanni Battistuzzi

Al Foglio dal 2014. Nato il 5 gennaio, nel giorno più freddo del secolo scorso, lì dove la pianura incontra il Prosecco. Veneto. Ciclista urbano. Pantaniano. Milanista. Scrivo di sport, ciclismo soprattutto. In libreria trovate Girodiruota, che è il nome anche del mio blog

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