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Premiata Mesticheria Giro d’Italia •
Tutto il grigio e tutto il nero del Giro d'Italia
Tra le tappe padane del Giro riaffiora il colore che più di ogni altro racconta la pianura: il grigio. Dalle sfumature del “grigio di Payne” alle maglie della Maino, fino alla leggenda di Ticozzelli e della futura maglia nera, un viaggio nella nebbia, nella memoria e nei simboli che hanno fatto del Nord un laboratorio di miti ciclistici e calcistici

Foto LaPresse
“È grigia la luce, è grigia la strada / e Broni, Casteggio e Voghera son grigi anche loro”. Bisogna dar credito ai classici. Fatte salve le due parentesi valdostana e ticinese, e la seconde parte della Cassano d’Adda-Andalo, la settimana di Giro d’Italia che va da giovedì 21 maggio, 12a tappa, al 27 maggio, 17a tappa attraversa in lungo e in largo buona parte della Pianura padana. Che, a maggio, difficilmente vive la nebbia tanto da sembrare “un bicchiere di acqua e di anice” ma che conosce ben più di cinquanta sfumature di grigio, dall’asfalto al calcestruzzo, dal cenere al fumo di Londra, dal piombo al topo.
C’è una tonalità di colore che è chiamata grigio di Payne. Prende il nome da William Payne, un pittore inglese, nato nel 1760, che, in età avanzata, dopo aver fatto per lunghi anni l’ingegnere civile, ottenne una certa popolarità negli ambienti artistici di Londra, più che per le sue opere – alcune delle quali avevano ricevuto in gioventù la benedizione di Joshua Reynolds, il più grande ritrattista inglese del Settecento – per le sue capacità didattiche – era un ricercatissimo insegnante per i rampolli dell’aristocrazia londinese – e per aver inventato un colore mischiando blu di Prussia, ocra gialla e lacca cremisi. Quella particolare tonalità che, a seconda della diluizione, tendeva più ora al nero, ora al grigio, ora al blu, venne chiamata grigio di Payne. Pare che il suo successo si debba al fatto che i paesaggisti la trovassero perfetta nella tecnica della cosiddetta “prospettiva aerea”: per rappresentare colline e montagne che, in lontananza, e a causa della presenza in pianura di polveri sospese e dell’umidità che rifrange le onde azzurrine più corte, assumono un’indefinita tonalità pallida e sfuggente, il grigio di Payne è il colore più azzeccato.
E cosa c’è di più distante, forse di malinconico, delle montagne viste in lontananza dalla pianura? Sarà stata questa, se non la cospicua produzione locale di nebbia, l’ispirazione per la maglia grigia della Maino, dal 1912 squadra corse della storica azienda produttrice di cicli e motocicli in Alessandria? Di grigio vestì gente dalle gambe buone a vincere in venticinque anni di corse – la Maino fu in gara fino al 1936 – e dodici partecipazioni al Giro, 48 tappe: più della metà, ben 25, firmate Learco Guerra, altre 9 da Costante Girardengo , e poi con Carlo Oriani, Luigi Lucotti, Raffaele Di Paco, Luigi Giacobbe, Vasco Bergamaschi, Domenico Piemontesi e Aldo Bini. Quattro furono le vittorie finali: con Carlo Oriani, detto il Pucia, da Cinisello Balsamo, nel 1913; con Girardengo nel 1932; con Guerra nel 1934; e ancora l’anno seguente con Bergamaschi, detto Singapore, per via degli occhi a mandorla.
La leggenda vuole che il grigio della Maino passò, non so se per una questione di sostenibilità a km 0, dai ciclisti ai calciatori: nel 1912 venne fondata anche l’Alessandria Foot Ball Club che giocò le prime partite in maglia biancazzurra per poi vestire di grigio in occasione del suo primo campionato di promozione, nella stagione 1912-13. Pare però che il grigio fosse già la livrea della Forza e Coraggio, società sportiva che diede vita al neonato sodalizio calcistico.
Un’altra leggenda fa il percorso inverso e riguarda le origini della mitica maglia nera. Giuseppe Ticozzelli, classe 1894, da Castelnovetto, in Lomellina ma così in vista del Sesia da essere quasi già Piemonte, fu tra i giovani fondatori dell’Alessandria Foot Ball Club. Nel ruolo di atletico difensore – era alto 1,87 e aveva un tiro potente: qualcuno dice che sia il detentore del gol dalla più lunga distanza, siglato direttamente su calcio di rinvio… - militò tra i grigi fino al 1921, per poi passare per tre stagioni alla SPAL. Nel 1924 approdò al Casale dove giocò al fianco di futuri campioni del mondo come Umberto Caligaris ed Eraldo Monzeglio. Ma il “Tico” amava anche la bicicletta: in occasione della sua unica convocazione in Nazionale, il 18 gennaio del 1920, contro la Francia a Milano, arrivò al campo del Velodromo Sempione da Alessandria in bicicletta e allo stesso modo se ne tornò a cas. Nel 1926 si iscrisse da indipendente al Giro d’Italia. Corse soltanto tre tappe, prima di venire investito da un auto e costretto al ritiro; furono sufficienti però per mostrare a tutti le sue doti di intrepido fuggitivo e la sua inconfondibile maglia nerostellata, la stessa che usava giocando nel Casale.
Qualcuno dice che la maglia nera, istituita al Giro vent’anni dopo, dal 1946 al 1951, per indicare il corridore che, con dedizione e astuzia, chiudeva la classifica generale in ultima posizione ma senza andare oltre il tempo massimo, fosse ispirata proprio dalla singolare figura di Ticozzelli. Qualcosa del resto legava il Tico a Luisin Malabrocca, detto il Cinese – anche lui per via degli occhi a mandorla: che fantasia! – l’eroe eponimo della maglia nera. Malabrocca, nato a Tortona, era lomellino d’adozione, avendo messo le tende, lui e la sua Ninfa consorte, presso la Cascina Barbesina, alle porte di Garlasco, che rimpiange oggi il tempo in cui veniva nominata per le romanzesche imprese all’incontrario del Cinese.