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Proteste e “genocidi”. La nostra idea di Francia si sta affievolendo, ci dice Bernard-Henri Lévy
"Non esiste più una vera narrazione nazionale in grado di dare un senso alla cittadinanza francese. La vera domanda è se tutto questo sia specifico della Francia. Non è forse il sintomo di un malessere europeo? O addirittura occidentale?”. Intervista al filosofo francese
7 NOV 26

(Foto Getty)
Parigi. A meno di sei mesi dalle presidenziali, la Francia sta attraversando una fase di forte instabilità politica, frammentazione sociale e tensioni nelle strade. Giovedì si è svolta l’ennesima giornata di mobilitazione nazionale, indetta dai sindacati per protestare contro i salari bassi e il carovita. Oggi gilet gialli e liceali torneranno in piazza per il cosiddetto Atto IV. Secondo il filosofo francese Bernard-Henri Lévy, “la Quinta Repubblica sta attraversando una crisi di funzionamento, è evidente”. “Le sue maggioranze si stanno sgretolando. Le sue istituzioni faticano a ottenere consenso. E la piazza diventa il luogo in cui si esprime ciò che i partiti non sanno più ascoltare né dire. Ma in fondo è la nostra idea di Francia che si sta affievolendo. E’ l’idea stessa di ciò che potremmo avere in comune che sta svanendo”, dice al Foglio Bhl. “A ciò si aggiungono queste rivolte senza prospettiva, senza speranza, nichiliste – prosegue il filosofo –. E non esiste più una vera narrazione nazionale in grado di dare un senso alla cittadinanza francese. La vera domanda è se tutto questo sia specifico della Francia. Non è forse il sintomo di un malessere europeo? O addirittura occidentale?”.
Giovedì nel corteo parigino c’era anche Capjpo-EuroPalestine, associazione pro-pal vicina alla sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon, che moltiplica gli appelli al boicottaggio di Israele e le iniziative con lo slogan “Stop Genocide”. Per Bhl, l’uso del termine “genocidio” in merito a Gaza è “grottesco e potenzialmente criminale per gli effetti che può provocare”. “La vita mi ha portato a conoscere dei genocidi. Ne ho parlato nei miei reportage. E quelli di cui non ho parlato, li ho studiati. Conosco quindi il peso di questa parola, la sua storia, ciò che indica, ciò che comporta. Ed è proprio per questo che non sopporto il fatto che venga utilizzato come un’invettiva e come sinonimo di ogni guerra atroce. Il genocidio è una qualifica giuridica precisa. Presuppone atti elencati dalla Convenzione del 1948, ma soprattutto un’intenzione specifica: quella di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale. E nel caso di Tsahal tale intenzione non esiste. Come si può definire ‘genocida’ un esercito che avvisa prima di agire?”, dice al Foglio Bhl.
E ancora: “Come si può parlare di genocidio quando si aprono corridoi umanitari che consentono di evacuare i civili e di metterli al sicuro? Dov’è l’intenzione genocida quando si lanciano campagne di vaccinazione contro la poliomielite in tutto il territorio di Gaza? Dov’è la volontà di annientamento quando si trasportano i bambini di Gaza affetti da malattie rare verso gli ospedali dei paesi vicini? Tutto questo lo fa Israele”. L’utilizzo politico del termine genocidio è “potenzialmente criminale” perché “significa mettere un bersaglio sulla testa di ogni cittadino israeliano e di chiunque difenda lo stato ebraico. E’ un acceleratore dell’antisemitismo contemporaneo”, conclude Bhl.