dal Wall Street Journal
La Francia è in fiamme e Bernard-Henri Lévy osserva con angoscia il suo paese sprofondare nel nichilismo
“La cosa peggiore è che le due principali forze politiche hanno ora un interesse nei disordini: Le Pen perché prenderebbe il potere, Mélenchon perché prenderebbe il controllo delle strade”, dice il filosofo francese al Wall Street Journal
2 NOV 26
Ultimo aggiornamento: 10:48

Foto Ap via LaPresse
Niente ha spezzato il cuore di Bernard-Henri Lévy in questo mese di collasso morale più dell’incendio del 17 ottobre del municipio di Limoges. “Per i francesi che non credono nel cielo, l’incendio di Limoges è una sorta di controparte laica dell’incendio di Notre-Dame a Parigi”, dice Lévy al Wall Street Journal, riferendosi alla distruzione di gran parte della celebre cattedrale avvenuta sette anni fa. “Quando la cupola del municipio di Limoges è andata in fiamme ed è crollata, non è stato solo un tetto a cadere. Un po’ dell’anima della Francia bruciava davanti ai nostri occhi. Una delle cattedrali della Repubblica stava andando in cenere e fumo”. “Si sente che siamo sull’orlo di una guerra civile”, dice. “La cosa peggiore è che le due principali forze politiche del paese hanno ora un interesse nei disordini: Le Pen perché prenderebbe il potere, Mélenchon perché prenderebbe il controllo delle strade. Questa Yalta domestica è l’incubo di tutti i moderati, conservatori o liberali che siano”. Dato il collasso del centro politico francese, è possibile che questi due estremi si sfidino alle elezioni presidenziali del prossimo maggio, dopo che il resto di un campo affollato sarà stato eliminato al primo turno di aprile. Lévy è sia fermamente liberale sia strenuo difensore dei valori giudeo-cristiani occidentali. Considera Le Pen e Mélenchon con uguale disgusto. “Sono una versione di destra e una di sinistra dello stesso populismo — un trumpismo di destra, se volete, e una sorta di trumpismo di sinistra, entrambi ne condividono le stesse tendenze fondamentali”. Tra queste tendenze: “Indulgenza verso Putin, tradimento di Zelensky, ripiegamento nazionalista e isolazionista, e rifiuto di fare ulteriori passi verso l’Europa. Inoltre, una politica economica che lascerà la Francia tra le nazioni dirette al fallimento”.
E’ una lotta all’ultimo sangue, dice, su “chi di loro avrà il terribile privilegio di rovinare questo paese”. La minaccia “non è più nemmeno un pericolo politico”, aggiunge. “E’ metapolitica. E’ la distruzione del legame sociale stesso”. Per prevenirla, dice, dobbiamo “bloccare a distanza gli incendiari di entrambi i lati: quelli che danno fuoco alle anime delle persone, gli incendiari della mente”. Lévy è stato intensamente critico verso Macron per il “riconoscimento unilaterale dello stato di Palestina, che regala una vittoria politica a Hamas e premia il peggior terrorismo”. Ma c’è “almeno un ambito in cui Macron è stato impeccabile: il suo sostegno all’Ucraina. Ancora oggi, quando gli Stati Uniti sembrano schierarsi con la Russia, grazie al cielo c’è Macron a tenere vivo il legame che unisce l’Ucraina alla sua casa europea. Almeno per questo, dovrebbe essere lodato”. Lévy non era inizialmente ostile alle proteste francesi. “Il movimento studentesco era ovviamente simpatetico all’inizio”, dice. “Le sue richieste – più insegnanti, migliori condizioni nelle nostre scuole superiori – erano del tutto degne di simpatia. Ma l’intera cosa è stata completamente dirottata dall’estrema sinistra di Mélenchon”, che ha corso “l’enorme rischio di chiamare alla violenza, legittimandola e gettando una sorta di maledizione politica sulle forze della polizia repubblicana”. Non aspettatevi che resti in Francia: “Il mio paese sembra essere in prima linea in un fenomeno che si sta ora diffondendo in tutta Europa, e forse in tutto l’occidente: un’esplosione di nichilismo”. Non è un Sessantotto. “Quando gli studenti di quell’epoca guardavano oltre i confini della Francia, non era per ripetere, come asini, ‘Gaza, Gaza, Gaza’, ma per protestare contro tutte le dittature che allora infuriavano nel mondo”.
L’onnipresenza di simboli anti-israeliani nelle rivolte scandalizza Lévy. “Bandiere della Palestina – è terribile, ma è vero. Proprio come a New York, dove ‘Globalize the intifada’ è diventata una parola d’ordine per una nuova generazione di cosiddetti progressisti, la bandiera palestinese sta diventando uno shibboleth per i più senza cervello dei nostri rivoltosi. E’ qui che siamo, in un triste remake degli impegni internazionali del passato e, di fatto, nell’esplosione di un autentico antisemitismo di sinistra”. Gli ebrei hanno un futuro in Francia? E’ stato riportato in modo credibile che le attività commerciali ebraiche siano state particolarmente prese di mira nelle recenti rivolte francesi. “Questo è uno dei temi principali del mio libro”, risponde. “Gli ebrei hanno avuto un ruolo importante nel fare della Francia ciò che è. Se qualcuno deve andarsene, non sono gli ebrei, sono gli antisemiti. Farò valere questa tesi e lotterò per essa con tutte le mie forze, fino al mio ultimo respiro”.