Esteri
Il piano B di Milorad Dodik •
L’ex presidente della Republika Srpska a Mar-a-Lago
Dopo la sconfitta del suo alleato Vucic in Serbia, Dodik cerca di rafforzare i rapporti con i conservatori americani. Trump gli ha già revocato le sanzioni imposte dalle precedenti amministrazioni, ma il leader serbo-bosniaco, vicino a Putin, guarda anche alle presidenziali del 2028 e alle possibili conseguenze per le sue ambizioni separatiste
7 NOV 26

(Foto Getty)
La seconda edizione del Cpac Circle Retreat and Gala in corso a Mar-a-Lago, in Florida, rimarrà negli annali non solo per la coincidenza temporale che l’ha fatta cadere a pochi giorni dalle elezioni di midterm, catastrofiche per il Partito repubblicano. Certo, l’evento annuale dei conservatori statunitensi che riunisce esponenti politici, finanziatori e sostenitori del movimento Maga servirà anche per capire la portata della fronda interna che la tornata elettorale ha innescato e che rischia di offuscare la leadership del presidente Donald Trump. Ma a confluire in Florida è stato anche un leader politico internazionale particolarmente controverso, l’ex presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (Republika Srpska) Milorad Dodik.
Va detto, non il solo, considerando che a Mar-a-Lago si è fatto vedere anche Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente brasiliano Jair, in carcere per tentato golpe, e che recentemente è fuggito negli Stati Uniti dopo la vittoria di Lula Da Silva alle elezioni del paese sudamericano. Le ultime settimane sono state particolarmente dense di appuntamenti elettorali in giro per il mondo e anche il leader balcanico è atterrato in terra americana dopo non una, ma ben due chiamate alle urne che hanno interessato la regione. La prima, a inizio ottobre, ha visto trionfare in Republika Srpska i movimenti nazionalisti, primo fra tutti proprio il partito di Dodik, che premono per la separazione dell’entità territoriale dalla Bosnia. La seconda, a fine mese, è stata invece una doccia fredda per quella galassia, considerando che le elezioni parlamentari in Serbia hanno san-cito la vittoria del movimento degli studenti e la pesante sconfitta per l’ex presidente Aleksandar Vucic, molto vicino a Dodik.
Quest’ultimo si è imbarcato per il suo viaggio in terra statunitense in un contesto regionale che non gli garantisce particolare tranquillità, considerando che gli esponenti della Lista studentesca che ha trionfato a Belgrado non hanno ancora chiarito la loro posizione in merito alle rivendicazioni della minoranza serba di Bosnia. Senza dubbio però Dodik deve molto a Donald Trump e la sua visita a Mar-a-Lago potrebbe essere legata alla volontà di coprirsi le spalle in vista delle elezioni presidenziali americane del 2028. Il leader serbo-bosniaco ha toccato con mano quanto le sue sorti possano essere legate al colore dell’amministrazione al potere alla Casa Bianca: si deve proprio a Trump, infatti, la revoca delle sanzioni a Dodik nell’ottobre 2025, sanzioni che gli erano state comminate per la prima volta da Barack Obama nel 2017 e ampliate da Joe Biden nel 2022 per le sue varie iniziative e attività separatiste che rischiavano di far precipitare nuovamente la situazione nei Balcani. La revoca è anche il risultato dei milioni di dollari spesi negli ultimi due anni in attività di lobby dal governo della Republika Srpska per accrescere la reputazione di Dodik nei corridoi del potere statunitensi.
Un’eventuale vittoria democratica alle elezioni del 2028 o comunque la salita al potere di una figura meno incline a chiudere un occhio sull’atteggiamento aggressivo dei partiti nazionalisti dell’entità territoriale potrebbe far tornare Dodik un paria a Washington, com’era fino a solo pochi anni fa. L’ex presidente della Republika Srpska è oltretutto molto vicino al leader russo Vladimir Putin: i due si vedono molto spesso, anche al Cremlino, e Dodik è un sostenitore delle posizioni di Mosca sul conflitto con l’Ucraina, ricambiato con un supporto a tutto campo.
La sua presenza a Mar-a-Lago, quindi, potrebbe dar ragione a chi vede il risultato delle elezioni di midterm come un ulteriore fattore di rischio sul fronte internazionale. La vicinanza di Trump a personaggi così controversi potrebbe infatti confermare la tesi di quanti sostengono che i prossimi due anni vedranno un presidente americano ancora più attivo e imprevedibile sul fronte internazionale, considerando che avrà le mani legate sul fronte interno. Nel caso specifico, legittimare un leader come Dodik potrebbe servire a provare a sottrarlo all’influenza russa con l’effetto collaterale però di aumentare i suoi margini di manovra e quindi implicitamente favorire gli interessi strategici di Mosca nei Balcani.