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Liberazione improvvisa. Gli studenti vittoriosi a Belgrado e il monito di Atanackovic
Vince la Serbia che rifiuta i Vucic e i Mladic. Ma i giovani portano ancora i complessi del passato
27 OTT 26

Foto ANSA
C’è una liberazione improvvisa, e una libertà da guadagnare, su cui investire. La Lista studentesca, si chiama così, ha trionfato nelle elezioni politiche in Serbia, anticipate da un despota, Aleksandar Vucic, tanto alle strette da dimettersi dalla presidenza della Repubblica (dove sarebbero scaduti i suoi due mandati) per concorrere a presiedere il governo. Si chiama Studentska lista, ma non è fatta di studenti, ha patrocinato la nomina di suoi candidati tolti dalle professioni e dall’accademia.
Ha anche sovrinteso a elezioni svolte regolarmente, come sarebbe stato inimmaginabile fino a poco fa. Ne esce un paesaggio istituzionale composito e anche contraddittorio, suscitato da un movimento di giovani che ha unito attorno a sé una larghissima parte della cittadinanza. Mai il nome di “movimento” è stato più appropriato: a partire da un giorno, il 1° novembre 2024, in cui il crollo di una pensilina della stazione di Novi Sad aveva ucciso 16 persone, adulti e bambini, in un episodio di ordinaria corruzione – era stata appena costruita da un appalto, rubando sui materiali – capace di colpo di far traboccare il vaso: e da allora cortei di giovani hanno attraversato per lungo e per largo l’intero paese, raggiungendo, in bicicletta o a piedi, il Parlamento europeo, trascinando nel proprio pellegrinaggio i lavoratori e le famiglie, mangiando e dormendo nelle loro case, mettendo insieme il coraggio – il regime non arretrava nella repressione poliziesca e giudiziaria né nelle intimidazioni squadristiche – con l’ironia e la poesia. Il risultato di domenica è tanto più significativo perché è lo specchio rovesciato dell’infame accoglienza che la Serbia ufficiale, e buona parte di quella popolare, aveva riservato al rimpatrio della salma del suo “eroe”, il generale, il boia, Ratko Mladic. L’alleanza della Lista studentesca ha sacrificato molto ai compromessi e ai nodi non sciolti: compresi alcuni nervi scoperti del nazionalismo – l’indipendenza del Kosovo, le sanzioni alla Russia, la solidarietà ortodossa… Ma con una fiducia nello stato di diritto, nella libertà d’informazione, e nell’Europa, ben più chiara che l’estenuato doppio gioco di Vucic fra le lusinghe a Bruxelles e la dipendenza dalla triplice combutta russa cinese e trumpiana. E che le elezioni in Serbia abbiano potuto svolgersi così decentemente, con una presenza capillare di osservatori internazionali, si deve soprattutto all’Europa. Del resto, nelle occasioni – rare, ahimé – in cui l’opposizione prevale, ci riesce in un modo più o meno “sporco”, dal momento che il meglio è nemico del bene: come in Ungheria. E anche nel Brasile del benedetto Lula, dove i giovani, che i sondaggi dopo il primo turno davano per adepti della gang di Bolsonaro, hanno riscattato le sorti proprie e di un ottuagenario, e di un gran paese.
Vucic – che ha, in apparenza sorprendentemente, riconosciuto in fretta la sconfitta, al contrario di quel che fa in Brasile Bolsonaro, ma allo stesso scopo – ha annunciato di voler fare bene l’opposizione, ma sapendo di contare su un apparato di potere, a cominciare dalla forza, intoccato dal cambio di governo. Non è più in grado di aggredire fuori dai suoi confini, ma può trascinare nella propria rivalsa frustrata la rovina del paese. La sua campagna elettorale è stata costellata da arresti e aggressioni agli oppositori, e nel suo passato spicca l’incitamento, almeno, all’eliminazione fisica degli avversari. I più lucidi e coerenti democratici serbi denunciano l’ostinazione pervasiva di un vittimismo nazionalistico che ha impedito finora di fare i conti con gli anni Novanta della dissoluzione della Yugoslavia e dell’aggressione serbista, e del misconoscimento del legame fra corruzione e nazionalismo. Uno degli artisti e protagonisti dell’opposizione, Dejan Atanackovic – vi ricordate? l’autore del gran romanzo “Lusitania” – avvertendo a non cedere all’odio e alla vendetta, scrive, rivolto agli studenti: “Se i loro genitori hanno rifiutato di vedere Srebrenica, se non si sono mai chiesti da dove provenisse la fossa comune di Batajnica – il sobborgo di Belgrado in cui furono seppelliti nel 1999 centinaia di corpi di civili albanesi, quasi tutti donne e bambini –, ora dovranno farlo. Se i loro genitori non hanno mai capito perché la Serbia fu bombardata, ora dovranno affrontarlo e spiegarlo a se stessi e a loro. Se i loro genitori sono rimasti passivi e in silenzio mentre Sarajevo veniva massacrata per anni, ora dovrebbero dire: ‘Ecco, ve lo spieghiamo…’. Penso che purtroppo in Serbia ci sia un numero davvero elevato di persone che credono fondamentalmente nei postulati del pensiero sciovinista: l’idea che il popolo sia una vittima eterna, che non ci sia colpa o che la colpa sia uguale per tutti, che regni l’ostilità tra i vicini, che esista una cospirazione storica delle grandi potenze, soprattutto occidentali, per soggiogare e punire il popolo serbo per qualcosa… Ho trascorso molto tempo con gli studenti: ci sono ragazzi davvero eccezionali, pienamente consapevoli dei pericoli del nazionalismo e dell’antieuropeismo, così come dell’ingenuo euroscetticismo che alimenta le varie invettive ‘antiglobaliste’… Ma gli studenti sono un fedele riflesso della maggioranza della Serbia e, pertanto, portano con sé molti complessi irrisolti del passato, i complessi del passato dei loro genitori”.
