Esteri
Il voto contro Trump •
El Sayed, Talarico, Ossoff. I nuovi volti del Partito democratico, senza una piattaforma comune
Con l’onda blu arrivano nuove ambizioni per il 2028. I riflettori nei prossimi mesi saranno puntati addosso soprattutto al terzetto di star che ha confermato e anche migliorato i pronostici dei sondaggi
5 NOV 26

Due partiti da reinventare, alla ricerca della loro identità e alle prese con un cambio generazionale e di linea politica che segneranno l’America e il mondo nei prossimi anni. E’ il paese che ci consegnano le elezioni di midterm. Se sul fronte dei repubblicani è l’inizio della fine del trumpismo, senza alternative in vista, nel campo dei democratici dal voto emerge invece un mosaico di volti nuovi o rinnovati, pronti a darsi battaglia per la conquista di un partito che è lontano dall’avere una piattaforma comune. La nuova squadra democratica che si appresta a sbarcare a Washington o a mettersi alla guida di stati fino a ieri repubblicani, ha innanzitutto un coach che in questi due anni si è seduto in panchina e ha cominciato a riorganizzare un team sconfitto e depresso: Barack Obama. L’imparzialità con cui di solito si muovevano gli ex presidenti del passato è ormai saltata, di fronte alle intemperanze di Donald Trump.
Obama, Bill Clinton e in parte anche George W. Bush sull’altro fronte, si sono rimessi a fare politica, mentre Joe Biden è troppo fragile per farlo. Toccherà soprattutto a Obama cercare di guidare verso una sintesi le varie anime del partito e le nuove star che sgomitano per prendersi la scena. Tra socialisti, esponenti dell’establishment, moderati, sinistra religiosa e post wokisti, il partito è un laboratorio dove l’unico punto fermo è che gli americani continuano a interrogarsi su cosa ha da proporre. L’America ieri notte ha votato “contro” Trump, non ancora “per” i democratici. Ma molti esponenti democratici si sono comunque conquistati il seggio lottando duramente. I riflettori nei prossimi mesi saranno puntati addosso soprattutto al terzetto di star che ha confermato e anche migliorato i pronostici dei sondaggi.
Il medico prestato alla politica Abdul El Sayed, neosenatore del Michigan con il 52 per cento dei voti, ora diventa un nuovo portabandiera di un’area di sinistra più radicale nella quale si muovevano già Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez e il sindaco di New York Zohran Mamdani. Ma El Sayed non è necessariamente in linea con il terzetto e non è chiaro che ambizioni abbia: aiuterà la Ocasio-Cortez (Aoc) nella sua quasi certa corsa presidenziale, o scenderà in campo in prima persona? A differenza di Mamdani, che non è nato negli Stati Uniti e non può candidarsi alla Casa Bianca, El Sayed è un figlio di Detroit con una storia all American, un Rhodes scholar che ha studiato a Oxford e alla Columbia e potrebbe decidere che il seggio del Senato non gli basta. Diventando così un problema per Aoc.
Il secondo protagonista della notte elettorale, James Talarico, inietta invece nel Partito democratico i geni di una sinistra religiosa nuova, insolita, fatta di parole di rappacificazione e citazioni bibliche. E’ risultata dirompente in Texas, ha scaldato gli ispanici che solo due anni fa erano migrati verso Trump, ha mobilitato i giovani, ha attratto indipendenti indignati dal profilo di Ken Paxton. E’ una miscela che può funzionare anche fuori dal contesto del Texas e dell’onda blu che Talarico ha sapientemente surfato? E’ tutto da dimostrare, ma certo colpisce che nella stessa notte, un po’ più a nord, abbia trionfato anche Adam Hamilton, pastore metodista e fondatore di una vasta congregazione, che ha sfidato la destra evangelica sul suo terreno e ha vinto un seggio che non andava ai democratici dal 1932. Lontano dalla sinistra socialista di El Sayed e da quella religiosa di Talarico e Hamilton è invece il terzo protagonista della notte elettorale, Jon Ossoff. Uno che non rappresentava una novità perché era già senatore, ma che è riuscito a reinventarsi e a costruire in Georgia la campagna elettorale che ha creato più entusiasmo. Un anno fa la sua rielezione era tutt’altro che scontata, in uno stato che Trump ha conquistato nel 2024. E invece è stato un trionfo, con due terzi dei voti, accompagnato da quell’aura “presidenziale” che a volte cala improvvisa, nella politica americana, su un particolare candidato e comincia a farlo vedere come un predestinato. Le storie di Clinton e Obama erano cominciate così. Ossoff si colloca in un’area di politici moderati ma duri, anche con il loro partito, che lo rende un potenziale avversario insidioso per i governatori che si preparano a correre per la presidenza.
Quest’ultimi hanno avuto una nottata che serve come conferma delle loro potenzialità: i vari Josh Shapiro (Pennsylvania), J. B. Pritzker (Illinois) e Wes Moore (Maryland) sono stati confermati tutti con oltre il 60 per cento delle preferenze. Il “partito dei governatori” pronto per lanciarsi per le primarie per la Casa Bianca li comprende tutti e tre, insieme agli uscenti Andy Beshear in Kentucky, Gretchen Whitmer in Michigan e Gavin Newsom in California e una mancata governatrice, Kamala Harris, che ha rinunciato a correre per tenere aperta la porta a un possibile bis presidenziale. Parlando di governatori, tra i volti nuovi che adesso finiscono sotto i riflettori ci sono la prima governatrice ispanica del Texas, Gina Hinojosa e soprattutto prima governatrice afroamericana nella storia americana, Keisha Lance Bottoms, eletta in Georgia.
Se i democratici passeranno le prossime settimane ad analizzare i miracoli elettorali in posti come l’Iowa e l’Ohio (due stati dove ha ceduto di schianto il muro rosso di Trump), i repubblicani hanno il difficile compito di disegnare la via di uscita da un trumpismo a trazione Maga che non sembra più funzionare. C’è da capire quanto ne pagheranno le conseguenze i due aspiranti presidenti, J. D. Vance e Marco Rubio. Il primo si è co-intestato il referendum su Trump, e quindi la sconfitta, mentre il secondo – che in teoria potrebbe essere segretamente soddisfatto dei risultati – paga l’appoggio che ha dato alla guerra contro l’Iran. Dalle retrovie rialzano la testa gli sconfitti di ieri, come Ron DeSantis e Nikki Haley, i ribelli come Tucker Carlson e Marjorie Taylor Greene e persino quel che rimane del vecchio Partito repubblicano bushiano. Tutti pronti a un regolamento di conti con un Trump che ha davanti a sé due anni arroccato tra gli stucchi dorati della Casa Bianca. Sempre più solo, sempre più imprevedibile.
