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Il terzetto dem •
Ossoff, El Sayed e Talarico. I democratici cercano un volto per il dopo Trump, e vincere non basta
Il voto di metà mandato dice chi può guidare la sinistra americana verso la Casa Bianca, tra star della politica, outsider e governatori con ambizioni personali. La scommessa repubblicana di Vance e Turning Point sull’Arizona
3 NOV 26

Jon Ossoff, Abdul El Sayed e James Talarico (collage di foto Lapresse)
Tre nomi sopra tutti gli altri: Jon Ossoff, Abdul El Sayed e James Talarico. E poi una raffica di emergenti, soprattutto democratici, che potrebbero diventare protagonisti di primo piano e alcune conferme che si preparano a imboccare la strada verso le elezioni presidenziali del 2028. L’America va al voto oggi per rinnovare il Congresso e un gran numero di cariche statali. Una lunga e accesa campagna elettorale consegna al paese nuovi personaggi che hanno le caratteristiche per poter emergere a livello nazionale nei prossimi anni. Certo, prima devono assicurarsi la vittoria, perché chi perde dopo essere stato sovraesposto rischia di non avere un’altra chance come quella di oggi.
E’ il caso di Talarico in Texas. A 37 anni, l’ex seminarista presbiteriano che fa sognare ai democratici la conquista di un seggio del Senato che da quelle parti manca dal 1988, è a un passo dal diventare una star nazionale. Gli ultimi sondaggi lo danno avanti di un paio di punti sul repubblicano Ken Paxton, imposto da Donald Trump agli elettori del suo partito nonostante un profilo pieno di contraddizioni. Tra i giovani elettori, Talarico ha la preferenza del 69 per cento dei potenziali votanti e raccoglie interesse anche tra gli ispanici delusi da Trump. Ma il Texas è già stato impietoso più volte per i democratici e se Talarico perde, potrebbe diventare l’ennesima nota a piè di pagina nella storia politica dello stato, come è accaduto in anni recenti a Beto O’Rourke.
Stessa sorte, in caso di sconfitta, minaccia di essere riservata a El Sayed, il candidato dei democratici per il delicatissimo seggio del Senato in Michigan. Se Trump ha fatto una scommessa rischiosa in Texas, i democratici l’hanno fatta nello stato dei Grandi Laghi, scegliendo un candidato anti establishment, visto con simpatia dalla quasi certa candidata presidenziale Alexandria Ocasio-Cortez e dall’ala più di sinistra del partito, ma inviso a buona parte della leadership di Washington. La scelta della sua avversaria alle primarie, Haley Stevens, di appoggiare il repubblicano Mike Rogers è stata la sorpresa più clamorosa alla vigilia del voto. Se El Sayed vince, fa la storia e apre un dibattito importante sul posizionamento del partito, spostandolo verso le posizioni politiche di Ocasio-Cortez, Bernie Sanders e Zohran Mamdani. Ma se perde ci sarà la corsa a prendere le distanze da lui e a farlo sparire dal radar.
Non corre questo pericolo Ossoff, forse la vera rivelazione di queste elezioni. Non è un volto nuovo – era già senatore e cerca una riconferma che sembra certa in Georgia – ma è quello che è cresciuto di più e che ha saputo attrarre i riflettori nazionali con i suoi attacchi diretti a Trump. Ha raccolto più soldi di qualsiasi altro candidato al Senato, ha riempito i social con la sua capacità retorica e sta per confermare il seggio in uno stato che Trump ha vinto nel 2024. A 39 anni, con le sue radici paterne che affondano tra gli ebrei lituani e quelle materne in Australia, è un potenziale nuovo Obama (anche la “O” del suo logo assomiglia a quella dell’ex presidente) e cresce la convinzione che voglia puntare alla Casa Bianca.
Ossoff è la vera rivelazione di queste elezioni, ha saputo attrarre i riflettori nazionali con i suoi attacchi diretti a Trump
Dietro al terzetto delle star democratiche c’è un gruppo di outsider della politica che si è guadagnato spazio e attenzioni. Anche qui, la differenza la faranno se riescono o meno a chiudere la partita conquistando un seggio. Il caso più curioso è quello di Adam Hamilton in Kansas. Fondatore della più grande Chiesa metodista d’America, ventiduemila fedeli alla periferia di Kansas City, sfida il senatore repubblicano Roger Marshall in uno stato che non manda un democratico al Senato dal 1932. Marshall lo ha liquidato come “troppo woke per il Kansas”, lui ha risposto che Marshall darebbe del woke anche a Gesù. Se eletto, continuerà a predicare una quindicina di volte l’anno. Con Talarico, è il volto di una sinistra religiosa che torna a sognare in grande, come ai tempi del reverendo Jesse Jackson.
In Maine c’è Troy Jackson, taglialegna di quinta generazione ed ex presidente del Senato statale, entrato in corsa quasi per caso. Il candidato vero era Graham Platner, l’allevatore di ostriche che alle primarie aveva umiliato la governatrice Janet Mills con il 72 per cento dei voti, prima di ritirarsi a luglio per un’accusa di violenza sessuale che ha sempre negato. Jackson ne ha ereditato la base populista e un punto e mezzo di vantaggio su Susan Collins, che però ha costruito la carriera smentendo i sondaggi.
Mary Peltola, prima nativa dell’Alaska eletta al Congresso, sembrava avviata a strappare il seggio a Dan Sullivan. Poi, mercoledì scorso, il New York Times ha pubblicato messaggi in cui membri della sua campagna discutevano di reclutare degli omonimi del senatore, fino a scegliere un insegnante in pensione di Petersburg, Dan J. Sullivan, finito davvero sulla scheda. Nello scambio c’erano anche funzionari del partito. La campagna nega e la fonte principale, la ex manager licenziata ad agosto, ha cercato di ritrattare. Ma Trump aveva già ordinato al dipartimento di Giustizia di chiedere il blocco della certificazione in caso di vittoria di Peltola. Se vince, sarà una vittoria con l’asterisco.
Nelle pianure, Dan Osborn ci riprova in Nebraska da indipendente. Ex sindacalista che guidò lo sciopero alla Kellogg’s, veterano della Marina, è alla pari con Pete Ricketts, tanto che Trump è dovuto correre a Grand Island per un comizio. In Iowa Josh Turek, due ori paralimpici nel basket in carrozzina, si gioca all’ultimo voto il seggio contro Ashley Hinson.
Più a sud, due donne sfidano la geografia. Annie Andrews, pediatra di Charleston, è appaiata a Darline Graham, la sorella di Lindsey nominata al suo posto dopo la morte del senatore, che in campagna ha ammesso che la sicurezza nazionale “non è il mio campo”. In Florida Angie Nixon, progressista di Jacksonville che alle primarie ha battuto Alexander Vindman, insegue Ashley Moody per il seggio che fu di Marco Rubio: un sondaggio la dà pari, un altro dieci punti sotto. In uno stato dove i democratici non vincono una corsa al Senato dal 2012, anche perdere di poco farebbe notizia.
Sul fronte repubblicano i volti nuovi sono pochi, e portano tutti la stessa firma, quella del presidente. Vivek Ramaswamy, già emerso nelle primarie del 2024 e nella breve stagione del Doge accanto a Musk, corre per il governo dell’Ohio contro Amy Acton, l’ex responsabile della sanità statale ai tempi del Covid. Trump ha vinto l’Ohio di undici punti, eppure la media dei sondaggi dà avanti lei. Una sconfitta lì chiuderebbe parecchie porte. In Florida Byron Donalds, fedelissimo del presidente, dovrebbe raccogliere l’eredità di Ron DeSantis e diventare il primo governatore nero dello stato, con un futuro politico interessante. In Kentucky Ed Gallrein, ex Navy Seal e agricoltore, è l’uomo che Trump ha reclutato per liberarsi di Thomas Massie: lo ha battuto nella primaria più costosa della storia della Camera, oltre 25 milioni di dollari in spot, e la sera della vittoria ha spiegato che la sua priorità è portare avanti l’agenda del presidente. Programma breve, ma chiaro.
Sul fronte repubblicano i volti nuovi sono pochi, e portano tutti la stessa firma. L’eccezione in Iowa
L’eccezione è Hinson in Iowa. Scelta da Trump per il seggio di Joni Ernst, a settembre ha chiesto pubblicamente la fine della guerra con l’Iran, che nelle campagne ha fatto impennare il prezzo del gasolio. Se batte Turek, avrà dimostrato che nel partito di Trump si può dissentire e sopravvivere. Se perde, la lezione sarà opposta, e in molti la impareranno a memoria.
Ma in casa repubblicana il risultato più istruttivo potrebbe arrivare dall’Arizona, e riguarda meno il candidato che chi lo ha spinto. Andy Biggs, veterano della Camera ed ex capo del Freedom Caucus, sfida la governatrice democratica Katie Hobbs con il sostegno di Trump e, soprattutto, di Turning Point, l’organizzazione fondata da Charlie Kirk. Kirk lo aveva benedetto già nel 2025, la vedova Erika ha confermato l’appoggio e il braccio politico del movimento ha fatto della cacciata di Hobbs la sua priorità nazionale, spendendo 18 milioni di dollari in spot in un solo mese. L’Arizona è casa loro: a Phoenix c’è la sede, a Phoenix si tiene ogni dicembre AmericaFest. Ed è lì che un anno fa Erika Kirk ha promesso di portare Vance alla Casa Bianca “nel modo più clamoroso possibile”. Turning Point sta già piazzando attivisti in tutte le 99 contee dell’Iowa per il 2028 e il vicepresidente pare non nascondere l’intenzione di fare di Turning Point la base operativa della sua prossima campagna. Il problema sono i sondaggi, che danno Hobbs avanti di oltre dieci punti. Nel 2022 l’organizzazione aveva puntato forte su Kari Lake e Blake Masters, perdendo con entrambi. Una seconda disfatta in casa porrebbe a Vance una domanda scomoda. A meno che Biggs perda di tre punti invece che di dodici: allora Turning Point dirà di aver mobilitato elettori che i sondaggi non vedono.
Infine ci sono i governatori con ambizioni presidenziali, che martedì sera non dovranno chiedersi se hanno vinto, ma di quanto. J. B. Pritzker in Illinois punta a un terzo mandato che nessun democratico nella storia dello stato ha mai ottenuto, contro lo stesso Darren Bailey sconfitto quattro anni fa. Il suo avversario sostiene che si candiderà alla presidenza il 4 novembre, e Pritzker non fa molto per smentirlo: il mese scorso era in South Carolina, lo stato che a gennaio 2028 aprirà le primarie democratiche. Wes Moore in Maryland vince facile, e la sua partita è un’altra: ancora a febbraio diceva “non mi candido”, oggi parla di voler essere “parte di una conversazione più ampia”.
Josh Shapiro in Pennsylvania ha 25 punti di vantaggio sulla repubblicana Stacy Garrity secondo Quinnipiac. Nel 2022 aveva battuto Doug Mastriano di quasi 15 punti: tutto ciò che starà sopra quella soglia verrà letto come un trampolino. Lui intanto si rifiuta di promettere che completerà il mandato. Per Shapiro, però, il numero più importante della notte potrebbe arrivare da fuori casa. Ebreo e vicino a Israele, punta a guidare un partito che in Michigan si è spaccato proprio su Israele. Se El Sayed vince, quel partito sarà un po’ meno suo.

