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IL VOTO •
Retorica e paletti. Dove finirà l’offensiva legale di Trump
Le iniziative del presidente mostrano le pressioni sul sistema, ma anche i limiti posti dai tribunali. Una questione aperta dopo il voto di midterm
4 NOV 26

Foto ANSA
Il voto di midterm del 3 novembre lascia aperta una questione: l’uso del dipartimento della giustizia nella competizione elettorale. Le iniziative di Trump mostrano le pressioni sul sistema, ma anche i limiti posti dai tribunali. In Alaska, il governo aveva chiesto di bloccare la certificazione del risultato se il senatore repubblicano Dan S. Sullivan fosse stato sconfitto e i voti all’omonimo Daniel J. Sullivan, ammesso dalla Corte suprema statale, fossero risultati decisivi. Un’inchiesta del New York Times ha ricostruito tentativi di figure vicine alla democratica Mary Peltola di reclutare candidati per sottrarre voti al repubblicano.
Peltola ha negato il coinvolgimento. Il primo novembre la giudice Sharon Gleason ha respinto l’azione per difetto di legittimazione: il governo non aveva indicato un rimedio praticabile per accertare le intenzioni degli elettori rispettando la segretezza del voto. Il dipartimento ha presentato appello. In California, il governo aveva chiesto di separare e sospendere il conteggio delle schede postali di 20.000 iscritti, indicati come possibili non cittadini. Il 28 ottobre il giudice David Carter ha negato l’intervento urgente, contestando l’affidabilità dell’elenco e il rischio di escludere elettori legittimi. Sono seguiti i dinieghi della corte d’appello, il 30 ottobre, e della Corte suprema, il 2 novembre: decisioni cautelari, non definitive sul merito. Queste iniziative possono alimentare la tesi dei brogli e preparare contestazioni di risultati sfavorevoli.
Le decisioni giudiziarie mostrano però che le garanzie istituzionali hanno operato. Per Carter, mettere da parte voti sulla base di accuse non provate può danneggiare irreparabilmente la fiducia nella democrazia. Un principio valido dopo lo scrutinio, qualunque sia il vincitore.
