Esteri
voci e numeri •
Le urne di midterm. Voce ai sondaggisti: è un’onda blu o uno tsunami blu?
Prezzi alti, guerra in Iran e consenso in calo hanno trasformato Trump da risorsa a possibile peso per i candidati repubblicani. I democratici sperano di riconquistare il Congresso, ma il Senato resta in bilico e la sfiducia verso entrambi i partiti rende decisiva l’affluenza. Le incognite delle midterm secondo i sondaggisti americani intervistati dal Foglio
3 NOV 26

(Foto Getty)
Gli americani vanno alle urne arrabbiati per i prezzi del carburante, stanchi della guerra in Iran e sempre più delusi da un presidente il cui indice di gradimento è tra i più bassi della storia moderna. “Proietta la sua ombra, nel bene e nel male, su questa sfida”, dice al Foglio Lee Miringoff, direttore del Marist Institute for Public Opinion: “La tensione è altissima. L’America resta un paese 50 e 50”. Sondaggisti e politologi intervistati dal Foglio descrivono un presidente il cui endorsement garantiva un tempo la vittoria ai repubblicani e che oggi è quasi un peso per i candidati: “Con un Donald Trump così impopolare, il Partito repubblicano ha davvero un peso morto da portare”, dice Alexander Theodoridis, professore associato di Scienze politiche alla UMass Amherst e codirettore dell’UMass Amherst Poll.
“E’ facile correre contro un presidente in carica, soprattutto se il suo gradimento è intorno al 30 per cento”. Il partito del presidente quasi sempre perde terreno alle midterm, ma la vera partita è al Senato, dove i democratici hanno bisogno di un guadagno netto di quattro seggi. “Nessuno pensava che il Senato sarebbe stato anche solo in gioco”, dice Miringoff: “Non è che i repubblicani stiano abbandonando Trump, quanto piuttosto che gli elettori indipendenti sono scontenti di chi governa e scontenti dell’economia. E la colpa viene fatta ricadere su Trump. Nel frattempo, anche posti come il Michigan e il Minnesota, tradizionalmente democratici, sono in bilico. Quindi la narrazione è la stessa, ma le conclusioni sono diverse”.
Sette corse al Senato sono considerate incerte: Texas, Maine, Ohio, Iowa, Kansas e Alaska, tutti seggi in mano ai repubblicani, più il Michigan, un seggio democratico lasciato libero. Il Nebraska, dove un indipendente è alla pari con il candidato repubblicano, completa il campo di battaglia. Quasi tutte le sfide sono dentro il margine d’errore, e in alcuni stati, come il Maine e l’Alaska, lo spoglio potrebbe richiedere tempo: il controllo del Senato potrebbe restare aperto per giorni, forse settimane. “Sarà un’onda blu o uno tsunami blu?”, si chiede Mark Cunningham, direttore dei sondaggi di Overton Insights: “Per il lettore italiano, direi che ci sono due sfide da seguire con attenzione: la corsa al Senato in Texas e quella in Maine. Se i democratici vincono entrambe, sono messi benissimo; ma se vincono entrambe i repubblicani, credo che sarà una vittoria democratica molto meno schiacciante”.
Il Partito democratico resta impopolare, e i sondaggisti descrivono un voto guidato dalla rabbia contro Trump più che dall’entusiasmo per i suoi avversari. “Nessuno vota per questi democratici nella maggior parte delle sfide”, dice Cunningham. “Votano soltanto contro Trump”. Nel 2016 e nel 2020 i sondaggi avevano sottostimato i repubblicani: Cunningham avverte che un margine di errore di due o tre punti a loro favore potrebbe permettere ai repubblicani di conservare il Senato. Nessuna sfida è più rappresentativa di quella del Texas, dove i democratici hanno vinto l’ultima volta un seggio al Senato nel 1988. Ken Paxton, procuratore generale dello stato, deve la nomination a Trump, ma il sondaggio di ottobre del Marist dà al democratico James Talarico il 47 per cento e a Paxton il 45. “Il Texas è uno stato saldamente repubblicano. Lo è da decenni”, dice Cunningham. “E la cosa notevole è che non è solo il Texas a essere conteso. Ci sono posti come l’Iowa, l’Ohio, sono tutti stati in cui i democratici sono favoriti al Senato o, nel peggiore dei casi, è un testa o croce”.
Gli scandali hanno accompagnato anche altre sfide chiave. In Alaska, un articolo del New York Times secondo cui alleati della democratica Mary Peltola avrebbero contribuito a reclutare un secondo candidato con lo stesso nome del senatore repubblicano Dan Sullivan ha dato il via a indagini statali e federali. Peltola nega ogni coinvolgimento, e Trump ha chiesto che sia esclusa dalla scheda. In Maine, i democratici hanno sostituito il loro candidato originale, Graham Platner, dopo accuse di molestie sessuali. In Ohio, il senatore repubblicano Jon Husted sfida Sherrod Brown all’ombra di uno scandalo di corruzione in cui il primo è stato indicato come persona di interesse, pur senza essere mai stato incriminato. “In generale i candidati e le campagne non fanno molta differenza. Conta di più come le persone sentono che stanno andando le cose”, dice Theodoridis. Le guerre culturali delle ultime campagne elettorali sono passate in secondo piano, gli elettori hanno preoccupazioni più immediate, e “i temi importanti per gli elettori in queste elezioni favoriscono molto il partito all’opposizione”, osserva Theodoridis.
I prezzi sono in cima alla lista: benzina, generi alimentari, sanità e il costo dei dazi di Trump dominano le inquietudini degli elettori. La guerra con l’Iran segue a ruota, e gli elettori collegano direttamente le due cose, con la benzina ormai a circa 4,27 dollari al gallone, più o meno un euro al litro. Per molti che nel 2024 hanno votato Trump sulla promessa di porre fine alle guerre all’estero e di abbassare i prezzi, la guerra è diventata una promessa tradita. L’immigrazione, un tempo la sua carta migliore, è scesa nella lista man mano che calavano gli attraversamenti di frontiera. Stanno emergendo anche nuove ansie, dall’AI ai data center locali. “L’economia resta la preoccupazione numero uno, ma la guerra viene subito dopo”, spiega Tim Malloy, vicedirettore del Quinnipiac University Poll. “Il presidente ha detto che passerà tutto, ma gli americani non gli credono. La guerra continua, i dazi sono in vigore, i prezzi della benzina sono ancora alti, quindi per i repubblicani la strada è difficile in questo momento”. Tre settimane prima del voto, Trump ha concluso un accordo con Putin per comprare diesel russo e ha dato la colpa a Zelensky per i prezzi alti dei carburanti. “E’ stata una buona storia per un giorno”, dice Miringoff: “Trump è sempre stato un po’ così. Continua a cambiare la narrazione e l’agenda”.
L’Ucraina ha un ruolo marginale nella campagna, anche se la maggior parte degli elettori repubblicani sta ancora con Kyiv contro Mosca. La guerra a Gaza attira più attenzione, soprattutto tra i progressisti, e gli arabo-americani e i musulmani americani, un tempo un elettorato silenzioso, sono diventati una forza in diversi stati in bilico, soprattutto Michigan e Minnesota. In Michigan, il candidato democratico al Senato, Abdul El Sayed, musulmano con posizioni filopalestinesi, potrebbe galvanizzare gli elettori arabi spingendo però alcuni democratici ebrei, tradizionalmente una componente affidabile della coalizione del partito, verso i repubblicani. “Trump è andato molto bene tra le comunità musulmane quando si è candidato presidente perché sostanzialmente ha detto: voglio porre fine a questa guerra – dice Cunningham – Credo che molti elettori musulmani che lo hanno votato nel 2024 oggi non siano molto contenti di lui”.
Gli elettori musulmani sono solo uno dei fili che si stanno sfilacciando nella coalizione di Trump del 2024. L’inversione più netta è tra gli ispanici. Trump ha conquistato quasi la metà del voto ispanico nel 2024, un record storico per un repubblicano, ma da allora il suo gradimento tra gli elettori ispanici è sceso al 24 per cento, il più basso di entrambi i mandati. Anche gli indipendenti si sono rivoltati contro di lui, così come i repubblicani che non hanno mai abbracciato fino in fondo il movimento Maga. Secondo il sondaggio della UMass Amherst, tra marzo e agosto la quota di repubblicani che si identificano con i Maga è scesa di 9 punti. L’America resta profondamente divisa, più che dai temi, dalla fedeltà di partito. Pochi elettori sono disposti a lasciarsi convincere. Per questo il voto si deciderà su chi andrà alle urne, e sul fronte di Trump l’entusiasmo sta calando. “Ci sono molti repubblicani scontenti di Trump come presidente”, dice Cunningham. “E non è che voteranno per il candidato democratico: il rischio è che restino semplicemente a casa”. Una Camera a guida democratica potrebbe aprire indagini sull’Amministrazione e mettere in discussione le sue spese, mentre un Senato democratico deciderebbe la sorte delle nomine di Trump. Insieme, i due rami potrebbero esaminare con attenzione l’allentamento delle sanzioni alla Russia, opporsi ai dazi e premere per un’uscita dalla guerra in Iran. Il loro potere di cambiare le politiche, tuttavia, resterebbe limitato.
Pesanti sconfitte martedì potrebbero trasformare Trump in un’anatra zoppa da un giorno all’altro. I repubblicani che durante la campagna hanno preso le distanze potrebbero continuare a farlo anche dopo il voto, e altri potrebbero unirsi a loro, soprattutto quelli che affronteranno gli elettori nel 2028, quando il nome di Trump non sarà più sulla scheda. Vance e il segretario di stato Marco Rubio, i principali candidati alla successione, comincerebbero a posizionarsi. “Il Partito repubblicano è il partito di Donald Trump almeno fino a martedì”, dice Miringoff. Se i repubblicani dovessero tenere, ci si aspetta che Trump resti una forza trainante. In ogni caso, “la campagna presidenziale del 2028 comincia mercoledì”.