Le midterm vissute a Kyiv

Trump ha scaricato sull’Ucraina la colpa dei prezzi alti e del suo consenso basso, ma il piano “non ha funzionato”, ci dice Yaroslav Trofimov (Wsj). Il voto, l’alleato europeo e un angolo ucraino che misura l’ingiustizia di questa guerra
4 NOV 26
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Kyiv, dalla nostra inviata. Donald Trump ha cercato di trasformare l’Ucraina e Volodymyr Zelensky nei capri espiatori dei suoi errori nella guerra in Iran, della crisi energetica e degli arsenali americani sguarniti per riconquistare consenso nel voto di metà mandato, ma “non ci è riuscito”, dice al Foglio Yaroslav Trofimov, capo degli inviati del Wall Street Journal, appena rientrato dalla conferenza sulla sicurezza a Manama, in Bahrein, dove non si è parlato che della guerra che verrà in medio oriente, di nuovo.
L’Ucraina ha pagato un prezzo altissimo per il voltafaccia americano. Kyiv è segnata dagli attacchi russi, cicatrici sparse qui e là in questa splendida ed europeissima capitale, che si è ritrovata nelle scorse settimane più nuda di sempre, senza le allerte dell’intelligence americana, l’unica in grado di avvertire del lancio di missili balistici russi contro le città: palazzi sbeccati, buchi, sirene. Negli ultimi cinque giorni, le bombe russe hanno colpito prima la stazione ferroviaria di Dnipro, diciotto morti, e due giorni fa una scuola utilizzata come rifugio e distribuzione di aiuti umanitari nella regione di Zaporizhzhia, trenta morti, si scava ancora tra le macerie. 
I numeri della violenza di Vladimir Putin sono impressionanti, anche se ormai si finisce per liquidare le decine di missili balistici ogni giorno, le decine di missili da crociera ogni giorno e le centinaia di droni ogni giorno come la nuova normalità. Non c’è nulla di normale in questo accanimento sui civili, l’intensificazione degli attacchi russi risale al giugno del 2025 e va di pari passo con la presunzione di Putin di avere in pugno Trump. Nell’ultimo mese si sono avverate le speranze del presidente russo e le preoccupazioni degli ucraini: la fornitura di armi occidentali è stata sospesa anche attraverso il meccanismo di acquisto europeo, il Purl; l’intelligence preventiva è stata sospesa per almeno due giorni; i Patriot non arrivano; Starlink e Starshield sono stati manomessi al fronte. Il tutto perché Trump si è agitato per il voto di metà mandato, in cui la sua popolarità è andata collassando a causa in particolare dell’aumento dei prezzi del carburante, e ha pensato bene di dare la colpa agli ucraini che colpivano le raffinerie russe. Putin ha preso la palla al balzo, ha negoziato un accordo di vendita di diesel agli Stati Uniti, si è fatto togliere alcune sanzioni e si è persino reso disponibile a una mediazione con l’Iran, dopo aver fornito finora all’alleato di Teheran le informazioni per colpire gli obiettivi americani nel Golfo.
Ma il tentativo trumpiano è fallito: “La Russia e il suo presidente rimangono molto impopolari negli Stati Uniti – dice Trofimov – Non soltanto tra gli elettori democratici, ma anche tra i repubblicani e persino tra i repubblicani che si definiscono Maga. Aiutare il nemico, perché così è visto quel che ha fatto Trump con Putin, non ha portato niente al presidente americano, anzi: in questa campagna elettorale l’apertura nei confronti di Putin è stata una delle rare occasioni in cui molti candidati repubblicani hanno preso le distanze dal loro presidente”. Il voltafaccia non ha portato nulla dal punto di vista politico, ma nemmeno da quello economico. Il prezzo del diesel non si è abbassato, “ma non è nemmeno chiaro se il diesel messo in circolazione dall’accordo di Trump con Putin potrà essere venduto – dice Trofimov – Nonostante le sanzioni tolte dal presidente americano, esiste una legislazione formale del Congresso che proibisce l’importazione dei prodotti petroliferi russi. Molti deputati e senatori hanno inviato lettere ufficiali alle società finanziarie, alle assicurazioni, ai porti e agli importatori americani in cui ricordano che accettando il diesel russo si vìola la legge americana. Secondo alcuni report, alla fine questo diesel sarà dirottato verso il Brasile”.
Il Congresso, che da gennaio cambierà la sua composizione dopo il voto di ieri, ha fatto resistenza contro il voltafaccia di Trump. Sulla questione di Starlink e Starshield, cioè la riduzione della velocità del funzionamento del sistema di informazione satellitare sul fronte ucraino, è calato uno strano silenzio da parte americana. L’entità del danno per i soldati ucraini non lo conosciamo, alcuni hanno detto: cadevano i droni dal cielo, per darci un’idea di che cosa accade in una guerra tecnologica quando un pilastro viene arbitrariamente levato, ma molte operazioni sono state sospese. Anche gli attacchi ucraini alle raffinerie sono stati sospesi per quasi dieci giorni, proprio come voleva Trump – Putin non ha mai smesso, la notte scorsa ha colpito i siti energetici un po’ ovunque, il paese funziona a singhiozzo, eppure funziona. “Per me è molto istruttivo il fatto che nessuno abbia voluto prendersi la responsabilità del rallentamento di Starshield – dice Trofimov – Elon Musk ha detto che la decisione è stata della Casa Bianca, la Casa Bianca ha detto che non era vero e il Pentagono pure ha detto di non aver deciso nulla. Alla fine, dopo la promessa di inchieste che probabilmente ci saranno dopo il voto di metà mandato, il sistema è stato ripristinato. E questo è il segnale che fare pressioni sull’Ucraina ha un prezzo politico che alla fine non vale la pena pagare per nessuno: la realtà è che la guerra in Iran è la guerra di Trump, è la guerra che ha un prezzo politico per lui, è la guerra che Trump deve finire, in un modo o in un altro. La guerra contro l’Ucraina non è una guerra di Trump, e questa iniziativa con Putin potrebbe rivelarsi un boomerang: è addirittura possibile che costi a Trump qualche punto elettorale nelle urne”.
Questa non è una guerra esistenziale per il presidente americano, però la sua simpatia per Putin e l’accettazione di un’eventuale sconfitta dell’Ucraina l’hanno deformata. Ma se l’ingegno ucraino e la strategia della compensazione europea hanno fatto capire a Trump che la sconfitta non è un’opzione, resta il problema degli intercettori Patriot, che è poi anche il legame più diretto tra la resistenza ucraina, la guerra in Iran e gli errori di Washington. “Il problema dei Patriot non è soltanto che gli americani non li vogliono vendere agli ucraini – dice Trofimov – Il problema è che gli americani non ce li hanno proprio. Il magazzino dei Patriot è vuoto, non ne hanno abbastanza nemmeno i sauditi per difendersi, non ce ne hanno abbastanza nemmeno i soldati americani. L’industria militare americana dormiva in piedi e il paese non è pronto per una guerra di queste dimensioni. Per gli europei la situazione è persino peggiore, perché l’Europa non produce ancora i missili per la difesa antibalistica. I tedeschi e i greci stanno comprando sistemi israeliani, Francia e Italia forse il prossimo anno cominceranno a produrre missili di nuova generazione Aster che pare saranno capaci di intercettare missili balistici, ma bisogna vedere in quale quantità. Questo è il problema di fondo. Perciò se anche Trump desse agli ucraini 30 Patriot invece che i 15 che dà oggi circa ogni mese, non sarebbero sufficienti, perché Putin lancia centinaia di missili balistici”. L’aritmetica della produzione è impietosa: per ogni missile Patriot prodotto dagli americani, i russi producono 3 4 missili balistici e servono 2 Patriot per intercettare un missile balistico. Per questo gli ucraini hanno iniziato a colpire la fonte primarie della macchina da guerra russa, i ricavi dalle risorse energetiche, colpendo le raffinerie. Per questo il voltafaccia trumpiano ha avuto un costo enorme per Kyiv, perché ha creato un’ulteriore asimmetria, con i russi che hanno continuato a colpire e gli ucraini che hanno rispettato la volontà del loro principale alleato – un alleato volubile e che non si è preparato alla guerra moderna, rimanendo oggi sguarnito.
L’elezione americana di metà mandato è un fardello pesantissimo in Ucraina, dal 9 ottobre scorso, quando Trump e Putin si sono parlati al telefono, è precipitato tutto. Molti esponenti del Partito democratico dichiarano che, se dovessero riprendere il controllo del Congresso, riapriranno agli aiuti all’Ucraina, questo sarà un tema cruciale nei negoziati sul budget americano con il presidente e il suo partito: “L’Ucraina è diventata una causa dei democratici – dice Trofimov – Ma anche se Trump ha deciso di mettersi in affari con Putin non ha trascinato con sé l’opinione pubblica americana, e questo è un fattore fondamentale. Gli americani non amano Putin e sostengono l’Ucraina, forse oggi ancora più di qualche anno fa, perché ora non sono più loro a pagare per la difesa ucraina”. Sono gli europei a farlo, gli europei stritolati dalla guerra ibrida russa e dall’ostilità trumpiana, gli europei che oggi incontreranno Zelensky a Bruxelles, assieme agli americani, nell’ambito della Nato, gli europei che sono gli alleati che non hanno cambiato idea. “Tra oggi e le elezioni francesi – dice Trofimov – gli europei hanno trovato il modo di finanziare l’Ucraina e lo faranno anche per il prossimo anno. Poi si vedrà che cosa accadrà soprattutto in Francia, ma anche Marine Le Pen, la candidata dell’estrema destra, dice che vuole continuare a sostenere militarmente l’Ucraina. Vuole fermare l’aiuto finanziario civile ma crede nel diritto degli ucraini a difendersi dall’aggressione russa. E questo è molto importante, perché i francesi hanno contribuito molto a rimpiazzare gli americani, in particolare per quel che riguarda l’intelligence. In sostanza la posizione dell’estrema destra francese è molto diversa da quella dell’AfD tedesca, che è apertamente filorussa”. In Germania le elezioni però saranno nel 2028, per questo Trofimov non è catastrofico, “sarà tutto difficile”, dice, “ma non catastrofico, perché c’è anche un nocciolo duro di paesi europei in cui il sostegno per l’Ucraina è completamente bipartisan, come i paesi nordici, come il Regno Unito, come i Paesi Bassi. E soltanto l’economia, per dire, dei paesi nordici insieme con la Polonia, che considerano la difesa dell’Ucraina una questione di sicurezza nazionale, è più grande di quella russa: i soldi ci sono”.
L’obiettivo immediato dell’Ucraina è raggiungere un cessate il fuoco energetico, in modo che la guerra continui magari sulla linea del fronte ma non contro le città ucraine: “Putin continua a pensare che non gli convenga fermarsi perché si crede più forte – dice Trofimov – Ma sul fronte le cose per i russi non vanno bene, non avanzano e anzi hanno perso territorio strategico nel Donbas”. La convenienza, con Putin, è un concetto strano, “oggi ha una speranza con Trump, domani ce l’avrà con Le Pen, vede sempre un’opportunità all’orizzonte, come un giocatore che pensa che la fortuna cambi sempre a suo favore”.
La misura di questa guerra, di questo voto di metà mandato americano, delle scommesse di Putin, della forza dell’unità europea si ritrova nella piazza centrale di Kyiv, il Maidan delle rivoluzioni e delle proteste: le aiuole con le bandiere, i ceri, i volti dei caduti in guerra sono sempre più ampie, sempre più piene di anno in anno. L’ingiustizia di questa guerra è racchiusa qui, in un angolo che Trump non ha mai voluto guardare da vicino, e che sanguina.