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NEGLI STATI UNITI •
I repubblicani alla resa dei conti e tre nomi per il futuro. Intervista a George Will
I democratici “sono troppo persi nel loro silenzio intellettuale”, i socialisti vincono nei posti già blu.I politici che possono domare il Maga secondo George Will, Premio Pulitzer e il consigliere che preparò Ronald Reagan per il suo dibattito del 1980 contro Jimmy Carter
3 NOV 26

(Foto Getty)
Los Angeles. Oggi si vota per le elezioni di metà mandato. Dopo due anni di aggressivi stravolgimenti dello stato di diritto e delle alleanze internazionali, il Congresso americano potrebbe non esser più controllato dai repubblicani. Ne abbiamo parlato con George F. Will, commentatore conservatore del Washington Post. I sondaggi hanno dato Trump in svantaggio. Anche contro Kamala Harris lo davano perdente, poi però ha vinto. “I sondaggi hanno due problemi. Gli elettori di Trump non hanno fiducia in ciò che ha a che fare coi media, e quindi sono riluttanti a parlare con chi fa i sondaggi. E poi i cellulari hanno reso più difficile fare sondaggi, una volta si chiamava a casa, la gente si raggiungeva facilmente. I sondaggi non sono infallibili, e sono più problematici del passato, ma sono lo strumento migliore che abbiamo”, ci dice Will, Premio Pulitzer e il consigliere che preparò Ronald Reagan per il suo dibattito del 1980 contro Jimmy Carter. Nel 2016 si è distaccato dal partito, diventando un indipendente. Alcuni candidati del Partito repubblicani hanno iniziato a distanziarsi da Trump a questo giro: “E’ un buon segno. Anche se questa indipendenza non deriva dal coraggio ma dalla paura. Trump ha iniziato questa campagna per le midterm dicendo: ‘Fate come se io fossi sulla scheda elettorale’, e i democratici hanno detto: ‘Sì, certo, fate come se fosse sulla scheda elettorale, rendiamo queste elezioni un referendum su Trump’”. Combinando la guerra all’Iran con l’inflazione, “Trump ha reso la sua presenza tossica nella mente del pubblico. E tutti i repubblicani sanno che, per via del 22esimo emendamento, in due anni e qualche mese Trump se ne dovrà andare”.
Molti si chiedono quale sarà il futuro del partito, dopo questi anni Maga. “E’ davvero troppo presto per dirlo. Se J. D. Vance dovesse essere il prossimo candidato repubblicano alla Casa Bianca – e in quest’epoca i vicepresidenti hanno un grosso vantaggio – dal 2016 probabilmente fino al 2032 il Partito repubblicano sarà sotto l’influenza del movimento Maga. Però ho la sensazione che J. D. Vance sia una forza politica molto debole, la maggior parte della gente rifugge da lui”. Gli americani hanno voglia di cambiamento? “Non sono arrabbiati, ma sono esausti e imbarazzati. E quando una nazione esausta e imbarazzata pensa al 2028, cioè alle prossime presidenziali, dice: ‘Basta, non vogliamo altro caos’, e in questo momento Vance è sinonimo di caos”.
Will è convinto che i democratici possano vincere, anzi, che probabilmente vinceranno sia alla Camera sia al Senato. Ma cosa potranno fare con un “divided government” non è semplice da capire: “Trump ha governato quasi esclusivamente con decreti presidenziali – dice Will – Ha avuto un unico successo legislativo che è il Big Beautiful Bill, pieno di tagli alle tasse. Ma per il resto ha fatto tutto attraverso i decreti, molti dei quali incostituzionali, come hanno certificato i tribunali”. Come con lo ius soli e i dazi. “Ma penso che Trump non abbia più niente nel programma politico. Cosa deve fare ancora? Cosa può fare ancora con decreti presidenziali?”, dice Will.
Il prossimo probabile speaker democratico della Camera ha detto che appena prenderanno la maggioranza cercheranno di cacciare membri del governo, come il segretario alla Difesa Pete Hegseth. “Nella storia non mi viene in mente nemmeno un senior executive rimosso da un impeachment”, spiega Will: “E se i democratici fanno nuovamente il colossale errore di provare a far partire un impeachment verso Trump, il paese alzerà le mani al cielo perché comunque non avranno i numeri al Senato” (servono i due terzi dei presenti). Nella coalizione democratica ora c’è una nuova forza, quella dei socialisti, che la Casa Bianca critica duramente. “E’ piuttosto difficile per l’Amministrazione Trump condannare il socialismo, considerato che il suo governo ha accumulato partecipazioni azionarie e quote di proprietà in oltre 35 aziende private. Se non è socialismo quello, non so cosa sia il socialismo”, dice con un mezzo sorriso il vecchio libertario Will.
“E poi va detto che i democratic socialist fino a ora hanno vinto in stati molto blu – cioè già democratici – e non c’è un singolo socialista che ha conquistato un nuovo seggio per il partito alla Camera o al Senato”. Insomma, i Mamdani funzionano solo dove i democratici vincono già. Ma se i democratici vincono le midterm, vuol dire che hanno imparato qualcosa dopo la sconfitta di Kamala Harris? “Non penso che di questi tempi i democratici siano in grado di imparare qualcosa. Sono troppo persi nel loro silenzio intellettuale”, dice il giornalista. “Trump perde perché ha promesso ‘basta guerre’ e poi ha fatto la guerra con l’Iran, ha detto che avrebbe ridotto l’inflazione e invece l’inflazione è salita ben oltre il 3 per cento, e cioè sopra il limite del 2 che è l’obiettivo della Federal Reserve”.
Ma ha fatto anche cose buone. “Trump ha un unico grande risultato, e cioè il controllo del confine (col Messico). Ma una volta che l’ha fatto ha perso un suo tema politico centrale. E’ simile a quello che era successo con Margaret Tatcher: aveva detto che avrebbe domato lo stato sociale e ridotto l’inflazione. Dopo che l’ha fatto la gente ha detto: be’, ora non abbiamo più bisogno di Margaret Thatcher”. Però non che i due siano paragonabili, perché “a Trump importa solo una cosa: Trump. Non gli importano le idee, il futuro, il paese. E’ un narcisista perfetto, al 100 per cento. Cercare di posizionarlo su uno spettro politico è impossibile”. Ma se perde farà un nuovo 6 gennaio? “Non penso”. Si parla dei soldi dei miliardari del tech, ma per Will i soldi sono un’ossessione dei media, “anzi, penso che in posti come il Texas i soldi di Musk vadano a vantaggio dei democratici”.
Anche se George Will ha votato per Joe Biden e ha abbandonato il partito, è ancora un orgoglioso conservatore. Trump ne ha allontanati tanti di repubblicani old style, che non hanno obbedito o che non si sono allineati al verbo populista. Ma Will, che è ottimista, dice che ci sono varie persone ancora in politica, nel Partito repubblicano, che potrebbero non tanto distruggere i Maga, ma “stemperare e domare il movimento”. Cita tre nomi: Glenn Youngkin, ex governatore della Virginia; Brian Kemp, governatore della Georgia; Doug Ducey, ex governatore dell’Arizona. “E ce ne sono altri”. Perché in quest’èra americana ha prevalso “la supremazia della presidenza, il presidenzialismo, quindi basta una singola persona che cambi il tono generale per fare la differenza. C’è una bella notizia nella brutta notizia. La brutta notizia è che un presidente selvatico come Trump ha potuto cambiare il tono e i modi di fare dell’intero paese. La buona notizia è che se l’ha fatto lui, una persona completamente diversa potrebbe fare la stessa cosa, e cambiare tutto, riportare il paese, e il partito, alla normalità”.