Un documentario sull’accordo del 1975 ci dà lezioni su oggi. La telefonata a Putin

Quello di "The Helsinki Effect" è un messaggio tornato attuale quando Stubb e il premier norvegese Store hanno chiamato il Cremlino. Trenta minuti che sono diventati novanta, su loro iniziativa e non a nome dell’Europa

Immagine di Un documentario sull’accordo del 1975 ci dà lezioni su oggi. La telefonata a Putin

(Foto La Presse)

La Finlandia ha quasi un milione di riservisti su una popolazione di cinque milioni e mezzo, ripete ossessivamente il suo presidente Alexander Stubb, “e non perché siamo preoccupati dalla Svezia”. E’ quel tipo di umorismo nero che bene si attaglia a un contesto geopolitico delicato, dove equilibri di forza e segnali di dialogo devono in qualche modo alternarsi e completarsi a vicenda.
E’ uno dei messaggi forse contraddittori che emergono dal nuovo documentario “The Helsinki Effect”, che arriva per la prima volta in Italia il 3 novembre al Festival dei Popoli di Firenze. Il film spiega con dovizia di particolari le vicende che portarono all’Atto finale della Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa del 1975, firmato da Stati Uniti, Unione sovietica e altri 33 paesi da entrambi i lati della Cortina di ferro. Chi andrà a vederlo ne uscirà con un’idea poco romantica, antieroica, eppure di questi tempi quasi consolante. Faldoni di dattiloscritti, virgole che si tolgono e rimettono, dialoghi noiosissimi, che però, ricorda la voce fuori campo, sono sempre meglio dell’alternativa.
E’ un messaggio che è tornato attuale quando il 27 ottobre scorso Stubb e il premier norvegese Jonas Gahr Store  hanno chiamato, da Helsinki, Vladimir Putin. Trenta minuti che sono diventati novanta, su loro iniziativa e non a nome dell’Europa. La telefonata si è prolungata perché i due leader si sono dovuti sciroppare una lezione di storia dal capo del Cremlino. Che poi ha diramato il solito resoconto: la pace è possibile solo tenendo conto degli interessi russi pienamente e senza condizioni.
Sembrerebbe quindi un altro buco nell’acqua e la reazione dei vicini è stata gelida. La premier danese Mette Frederiksen ha paragonato l’iniziativa ai pellegrinaggi di Viktor Orbán a Mosca. Lo svedese Ulf Kristersson si è lamentato di non essere stato avvisato. Palazzo Chigi ha rilanciato sulla necessità di un negoziatore unico europeo. Per una volta senza colpo ferire, Mosca rispolvera la sua migliore specialità: dividere paesi europei che da quasi cinque anni dicono e fanno le stesse cose a difesa dell’Ucraina.
Chi scrive è di parte, avendo lavorato fianco a fianco con Stubb nei quattro anni antecedenti alla sua elezione a presidente. Il documentario però suggerisce ricorsi storici che sarebbe incauto ignorare. Il primo, tragicamente ironico, è che Leonid Brezhnev con Helsinki voleva sancire l’inviolabilità dei confini europei, che è esattamente ciò che Putin ha stracciato dal 2014 in Crimea e dal 2022 in tutta l’Ucraina. Brezhnev chiedeva all’occidente di riconoscere un fatto compiuto da trent’anni, mentre Putin pretende che si legittimi un’invasione.
In cambio dei confini, nel 1975 l’occidente ottenne il riferimento ai diritti umani, alla libertà di movimento, alla circolazione delle informazioni. Mosca lo considerò carta straccia ma fu un errore di calcolo che avrebbe pagato carissimo. Da quel testo nacquero i cosiddetti comitati dei diritti di Helsinki, che fornirono una rete ai dissidenti da Danzica a Praga e che a loro volta contribuirono alla caduta del Muro di Berlino.
E’ questo in ultima analisi il vero effetto Helsinki: un impercettibile battito d’ali di farfalla che dando tempo al tempo scatena ripercussioni sistemiche. In una battuta del documentario, sempre Brezhnev sostiene in dialoghi desecretati che “la Finlandia ce l'abbiamo in tasca”. Erano gli anni della finlandizzazione, l’umiliante neutralità che i finlandesi si autoimposero per sopravvivere. Mezzo secolo dopo, la Finlandia che telefona oggi è radicalmente trasformata. L’ultima volta che un presidente finlandese aveva chiamato Putin, nel maggio del 2022, era per annunciargli la domanda di adesione alla Nato. L’esatto contrario della finlandizzazione.
Il dilemma evidenziato dagli sviluppi delle ultime settimane è piuttosto se l’Europa stessa non sia oggi finlandizzata da negoziati bilaterali fra americani e russi che avvengono sotto banco e sopra le nostre teste. Il paradosso è che a provare a riportarla nella stanza sia proprio la Finlandia. Ricordo perfettamente quando Stubb, da candidato, disse che non avrebbe risposto se Putin lo avesse chiamato per congratularsi. Questo dialogo però non è una telefonata di cortesia ma un tentativo di incidere sulle trattative che riprenderanno a novembre ad Abu Dhabi. Perché l’iniziativa abbia un senso, dovrà tradursi in una posizione e presenza ai futuri tavoli negoziali. Dove sarebbe opportuno e necessario che l’Europa, unita, abbia una sua sedia.