Similarità e differenze tra Serbia e Ungheria e la via tortuosa della ridemocratizzazione

La rivolta contro i regimi autoritari nasce dalla richiesta di libertà e dalla ribellione alla corruzione. Ma mentre Magyar guida un movimento filoeuropeo, gli studenti serbi sono senza leader, nazionalisti, diffidenti verso Bruxelles e aperti a Mosca e Pechino. Analogie e incognite della transizione democratica nell'Europa orientale
31 OTT 26
Immagine di Similarità e differenze tra Serbia e Ungheria e la via tortuosa della ridemocratizzazione
Budapest. Il 25 ottobre il rapido partito da Budapest in aprile, quando Péter Magyar mise fine al regno di Orbán, ha fatto il suo trionfale ingresso a Belgrado. Si tratta di un treno ancora metaforico, in attesa che il 13 dicembre riparta il collegamento ferroviario tra Serbia e Ungheria, dopo una ristrutturazione finanziata dalla Cina attraverso il progetto della Nuova via della Seta e macchiata non solo dalla corruzione ma anche dal disastro colposo dovuto al crollo, nel novembre del 2024, della pensilina della stazione di Novi Sad. Le sedici vittime di quella tragedia sono diventate la miccia per l’esplosione di un movimento di protesta massiccio, radicale quanto pacifico, nato negli atenei e diffusosi nella società in contrapposizione alla sterile opposizione politica.
La mobilitazione dal basso non è una novità nella Serbia post jugoslava, dove i movimenti studenteschi sono da sempre il cuore delle proteste antiautoritarie, da Milosevic al suo ex collaboratore Vucic. La svolta è nata dalla capacità del movimento giovanile di elaborare, dopo molte esitazioni, un’alternativa sistemica all’autocrazia mafiosa di Vucic, trasformando la contestazione di piazza in azione politica e un movimento di protesta in programma di governo.
Cosa accomuna e cosa divide la Lista degli studenti serba dal (non) partito ungherese Tisza guidato da Péter Magyar, che rimane a oggi l’ombrello informale di una miriade di iniziative politiche locali condotte da attivisti ideologicamente assai eterogenei? E cosa possiamo ragionevolmente attenderci dai governi post autoritari della regione?
Non è difficile trovare punti di contatto fra le queste esperienze. Il principale sta nelle motivazioni morali, più ancora che economiche o geopolitiche, alla base del cambiamento. Il movimento studentesco serbo, così come le migliaia di “isole Tisza” spuntate in Ungheria come fiori nel deserto politico e ideologico dell’orbánismo, rappresentano due volti della stessa rivolta che aveva generato il Maidan ucraino: un afflato di libertà individuale e collettiva e la pretesa di vivere in uno stato di cittadini e non di sudditi.
Da non trascurare tuttavia le ovvie, e notevoli, differenze. Tisza è guidata dal carismatico Péter Magyar, senza il quale il movimento che esprime quasi il 70 per cento dei deputati ungheresi si scioglierebbe come neve al sole. Il movimento studentesco serbo è, al contrario, un coro polifonico, con tutti i rischi connessi all’assenza di una forte leadership. Gli studenti serbi condividono con il movimento di Magyar un nazionalismo post liberale. Mentre però Budapest si muove nel sistema politico e di sicurezza euroatlantico, Belgrado è esposta al vento da est. Non solo gli studenti ritengono il Kosovo parte della Serbia ma sono tiepidi nei confronti di Bruxelles, ostili alla Nato, aperti alla collaborazione pragmatica con Pechino e Mosca. E non dimentichiamo che negli ultimi anni centomila cittadini russi ufficialmente in fuga da Putin hanno invaso Belgrado, trasformandola in un avamposto linguistico ed economico russo.
Il compito di entrambi i governi è gravoso, come possono testimoniare i nuovi signori di Budapest. L’eredità di regimi autocratici basati sulla gestione clientelare delle risorse e su una cultura dell’omertà tipicamente mafiosa è ancora più difficile di quella lasciata da sistemi retti da una chiara ideologia. Politologi come Larry Diamond o Steven Levitsky insegnano che il ritorno a una democrazia funzionante dopo un lungo periodo di autocratizzazione è complesso o addirittura raro. La transizione democratica non è un processo irreversibile: il rischio di controrivoluzione autoritaria è elevato in assenza di istituzioni consolidate e mobilitazione sociale.
Per uno scherzo del destino, il futuro degli autocrati dell’est europeo spodestati sembra intrecciarsi così come si erano intrecciate le loro rispettive fortune. Secondo il Times, Vucic avrebbe pianificato un colpo di stato per evitare l’abdicazione ma alcune telefonate giunte dalle cancellerie europee lo avrebbero convinto a desistere. A Belgrado si vocifera che la telefonata decisiva sarebbe giunta dal suo vecchio sodale Orbán. Curiosamente, informazioni simili circolavano a Budapest nell’imminenza delle elezioni del 12 aprile. Pur consapevole della probabile sconfitta, Orbán si era mostrato deciso a resistere fino all’ultimo e sarebbero stato necessario un fermo messaggio dai partner europei, oltre che il disallineamento degli apparati di sicurezza, per indurlo a telefonare al suo rivale Magyar a scrutinio ancora in corso, riconoscendo la sconfitta.