Tutte le delusioni offerte dal voto in Israele al partito dei demonizzatori dello stato ebraico

In Israele, i partiti di sinistra e i partiti arabi mostrano alle sinistre mondiali un mondo che il campo progressista spesso sceglie di non vedere. Un mondo all’interno del quale la sinistra, per essere tale, non si definisce attraverso l’indulgenza verso Hamas. Un mondo dove per essere a favore della creazione di uno stato palestinese non si minimizza quanto accaduto il 7 ottobre  

29 OTT 26
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(Foto Getty)

Il processo di nazificazione di Israele, dove per nazificazione si intende la rappresentazione dello stato ebraico come un’entità criminale dominata da istinti antidemocratici, da intenti genocidari e da una propensione all’apartheid esce visibilmente compromesso dall’esito delle ultime elezioni. Il partito della demonizzazione sosterrà probabilmente, attingendo all’agenda Rula Jebreal, che i molti voti raccolti dal partito di Benjamin Netanyahu sono lì a dimostrare una deriva inarrestabile di Israele, dei suoi elettori, della sua democrazia. Ma in verità il partito della demonizzazione avrebbe molto da imparare sulla salute effettiva della democrazia israeliana osservando qualcosa di più interessante dei singoli numeri dell’affluenza da record. Due storie, due dettagli, due finestre su un mondo molto diverso da quello a cui attinge il modello “Naza”. Da un lato, c’è il campo largo israeliano. Dall’altro, c’è il mondo arabo israeliano.
In Israele, i partiti di sinistra e i partiti arabi mostrano alle sinistre mondiali un mondo che il campo progressista spesso sceglie di non vedere. Un mondo all’interno del quale la sinistra, per essere tale, non si definisce attraverso l’indulgenza verso Hamas. Un mondo dove per essere a favore della creazione di uno stato palestinese non si minimizza quanto accaduto il 7 ottobre. Un mondo dove la sinistra sionista, pur opponendosi duramente a Netanyahu, riconosce la minaccia rappresentata dall’Iran. Un mondo all’interno del quale si riconosce che per criticare la destra israeliana, per criticare anche il metodo di guerra adottato dal primo ministro uscente a Gaza, non bisogna dare corda all’Intifada globale, non bisogna sottovalutare l’antisemitismo dilagante e non bisogna mai dimenticare che per quanti errori possa commettere chi guida Israele c’è un dato che non andrebbe mai rimosso: l’eccezionalità di una grande democrazia in cui gli arabi possono votare e andare in Parlamento, in cui le accuse generiche di apartheid sono smentite dalla tutela delle minoranze che esiste in una democrazia, in cui gli istinti genocidari nei confronti dei palestinesi sono smentiti dalla presenza di palestinesi cittadini di Israele che possono non solo votare ma anche andare in Parlamento.
Se le sinistre mondiali e i pro Pal più esagitati avessero il tempo di osservare cosa è successo in Israele durante queste elezioni si potrebbero accorgere anche di altri stereotipi messi a dura prova dalla realtà. Si può essere di sinistra, per dire, e considerare il sionismo non un sinonimo di razzismo, non l’emblema dell’estremismo israeliano, ma semplicemente la fotografia di un diritto: il diritto di uno stato ebraico a esistere in sicurezza. Semmai, verrebbe da dire, è l’antisionismo a essere una forma di razzismo. Si può essere critici dei metodi adottati in questi anni da Israele senza minimizzare la presenza di fonti infinite di terrore che esistono ai confini di Israele. Si può detestare ciò che Israele ha fatto negli ultimi anni, ma non si può non riconoscere che un paese che consente agli antisionisti – ci sono anche in Israele – di candidarsi in uno stato fondato dal sionismo, come ha fatto la Lista comune, e in cui, al contrario, un ebreo sionista può essere candidato nella lista di un partito arabo-islamico, come è successo a Yoav Segalovitz, già alto dirigente della polizia, candidato con Ra’am, andrebbe protetto, non demonizzato.
La sinistra israeliana, e anche una parte del mondo politico arabo che ha raccolto consensi alle elezioni, è lì a ricordare alle sinistre internazionali, e ai loro follower pro Pal, che ci si potrà anche disperare per la non sconfitta di Netanyahu ma che non ci potrà mai essere nessuna scusa per giustificare tutti coloro che per avere più pace in medio oriente sognano, anche attraverso la sua demonizzazione, la cancellazione di Israele. La democrazia, in Israele, può produrre risultati non graditi. Uno, per i demonizzatori di Israele, è facile: si chiama Netanyahu. L’altro, per i nazificatori, è più difficile e si chiama realtà.